"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

venerdì, gennaio 25, 2008
GAUDEAMUS IGITUR!

Alla fine è caduto.
Confesso che ero preoccupato, perchè lui è odioso, arrogante e disonesto - pensavo - e tutto sommato neppure tanto intelligente: ma furbo e navigato sì.
Mi domandavo, allora, che cosa ci fosse sotto; quale strategia segreta si celasse dietro un'iniziativa tanto palesemente suicida.
O è cretino o è due volte intelligente, mi dicevo e, a malincuore, non potevo che accreditare la seconda ipotesi.
Poi è accaduto ciò che tutti immaginavano, ma che nessuno - per opposte scaramanzie - osava anticipare come una certezza scontata.
Ora si dice che fu regolamento di conti, tutto interno al Partito Democratico: sarà.
Questo non è il momento delle analisi politiche, almeno per me che devo confessare di non averci capito un tubo.
E dire che pensavo di essere uno che, in politica, ha un certo fiuto: sì, quello di un macaco raffreddato!
Ma non me ne cruccio: gaudeamus igitur!
Dopo diciotto mesi di apnea assoluta, tiro il fiato.
Ieri sera, dopo le mazzate, ha accuratamente evitato di mostrare il suo faccione in pubblico, ma oggi dovrà farlo ed io non sto nella pelle.
Voglio vedere se avrà ancora quel sorriso idiota stampato sul volto.
Un sorriso che ha pervicacemente mantenuto per un anno e mezzo, mentre tutti noi andavamo sott'acqua, al punto da far dubitare che avesse una paresi facciale.
Sì, è uno capace di avercelo ancora, quel sorriso: ma non è niente, rispetto al sorriso che, da ieri sera, è stampato sulla mia faccia da pirla.

 

 

Postato da: barbalbero a 08:27 | link | commenti (2)

mercoledì, gennaio 23, 2008
MARS CITY/19

Riuscii a sedermi al tavolino posto di fianco a quello occupato dalla giornalista e dal suo ospite.
Davo le spalle ai due, ma il basso framezzo mi nascondeva solo in parte alla loro vista; finsi di leggere un giornale, mentre sorseggiavo il grog: da dove mi trovavo potevo udire perfettamente quel che si dicevano.
- Quel che mi racconta è molto interessante, avvocato – disse la Bridgestone – Era da tempo che intendevo portare alla luce la questione della brutalità della nostra Polizia. I cittadini hanno il diritto di sapere come si comportano coloro che dovrebbero far rispettare la legalità –
- Troppo giusto, miss Bridgestone. Pensi che, durante l’interrogatorio, uno di loro ha persino osato minacciarmi fisicamente. Ah, ma se credeva di intimidirmi… -
Te la facevi sotto, altro che, pensai io; avevo ancora negli occhi la scena, Slim che balzava in piedi e Coltrane che si raggomitolava di scatto sulla seggiola.
- Ma è inaudito! Minacciare il difensore dell’indagato significa far carta straccia della Costituzione, dei principi fondamentali del diritto! Secoli di civiltà giuridica cancellati in un solo istante! Ma chi è questo impunito, avvocato? -
- Un certo Slim. Almeno, così lo chiamava l’ispettore capo McEnzie… -
- Ah! E ti pareva che non ci fosse di mezzo quel McEnzie! Meglio così: è ora che si faccia un po’ di pulizia e, se non ci pensa chi di dovere, ci penserà il Telegraph! -
Mi domandavo a che gioco giocasse Coltrane.
E’ vero che, davanti a due tette come quelle, anche l’uomo più cauto e riflessivo può smettere di ragionare, ma non Tom Coltrane.
Era un uomo spregevole, certamente, ma geniale, a suo modo.
Troppo intelligente e, soprattutto, troppo astuto per lasciare che fosse lei a condurre il gioco.
Le stava raccontando esattamente ciò che desiderava venisse pubblicato, ma che interesse aveva a far sputtanare la Polizia?
- Eh sì – proseguì l’avvocato – Quel McEnzie dev’essere convinto di stare ancora nel west: con una bella stella da sceriffo appuntata sul petto! Pensi al disastro dell’Astroporto, ai danni incalcolabili… La nostra Polizia non ha bisogno di gente di quella risma: ci vogliono funzionari inappuntabili, corretti, rispettosi della legge. Il ruolo della polizia, nella nostra società, è troppo importante, troppo delicato per … -
 - Per essere lasciato nelle mani di un tal genere di poliziotti! Lei ha ragione, avvocato – concluse la Bridgestone – Ma il mio giornale può molto, mi creda. Lo legga, nei prossimi giorni: non gli darò tregua! -
Dunque ero io, il bersaglio di Coltrane.
Se davo tanto fastidio, evidentemente, anche se ancora non lo sapevo, dovevo essere molto vicino a scoprire qualcosa di grosso.
Probabilmente, Coltrane aveva sopravvalutato le mie indagini e pensava che io sapessi più di quanto, in realtà, effettivamente sapevo.
- Ora, se vuole scusarmi, io avrei un impegno per cena… -
- Certamente avvocato, sono io che mi scuso di averla disturbata – disse lei mentre si alzavano e si dirigevano verso l’uscita.
- E non dimentichi di leggere il giornale, domani mattina! – concluse mentre si separavano.
Mi venne un’idea.
Pagai in fretta il conto ed uscii dal Palace, appena in tempo per intravvedere la sagoma di Coltrane che girava l’angolo.
Mi misi alle sue calcagna: ora si giocava sul mio terreno.

Postato da: barbalbero a 08:57 | link | commenti

domenica, gennaio 20, 2008
MARS CITY/18

Il bar del Palace assomigliava ad un vecchio pub londinese; il bancone era quadrato e da tre lati vi accedevano i clienti, che potevano accomodarsi su alti sgabelli dal sedile di pelle scura; le luci erano basse e le pareti rivestite di legno e stoffa rosso cupo; ciò conferiva all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente.
Lungo i lati della sala, ad intervalli regolari, erano disposti dei bassi tramezzi e, tra uno e l’altro, dei tavolini quadrati, in modo da creare una fila di scompartimenti, dove i clienti potevano prendere posto.
Sopra ogni tavolino, appesa ad una staffa fissata sulla parete, pendeva una lampada dal paralume di vetro verde, che proiettava un cono di luce chiara.
Se ci avessi trovato due anziani signori che giocavano a freccette con una coppola incerata ben calcata sul capo, non me ne sarei stupito.
Mi sedetti su uno sgabello ed appoggiai i gomiti al bancone, congiungendo le mani ed appoggiandovi sopra il mento e mi misi ad osservare la lunga fila di bottiglie schierata alle spalle del barista.
- Desidera qualcosa, signore? –
- Dammi qualcosa di forte e di caldo – risposi senza distogliere lo sguardo dai liquori.
Il barista cominciò a trafficare; anche lui era in tutto e per tutto adatto all’ambiente: era un ometto di una sessantina d’anni, basso e tarchiato, con una chierica di capelli rossi e con il viso coperto di lentiggini; indossava il gilet dell’albergo, ma in maniera molto informale, e teneva rimboccate fino ai gomiti le maniche della camicia.
- Sei irlandese? – chiesi.
- Di origine, signore. Lo era mio padre; io sono americano – rispose mentre infilava il sifone del vapore nel mio rum, che subito prese a ribollire.
- Una scorza d’arancia? –
- Sì, grazie. Bel posto questo: non sembra di essere a Mars City e neppure di essere in un grande albergo, per la verità –
- E’ l’esatta riproduzione di un vecchio pub di Londra, signore. Un locale storico di Saint Andrew Street – disse il barista posando il grog sul bancone, davanti e me.
- Fuori deve piovere che Dio la manda, eh? – seguitò, accennando ai miei vestiti fradici con un movimento del capo.
- Abbastanza -
Mandavo giù il grog a piccoli sorsi e sentivo diffondersi dentro di me un calore salutare; mi levai il cappello, che appoggiai sullo sgabello di fianco a me; tirai fuori il fazzoletto e mi asciugai la fronte e buona parte della testa su cui i radi capelli rimasti, fradici d’acqua, formarono scure strisce sottili.
- Aspetti… ora che si toglie il cappello… - il barista mi osservava e pareva frugare nella memoria – io ne vedo tanta di gente, ma la sua faccia… -
- Devi averla vista in fotografia –
- Ma sì, certamente, il poliziotto del Telegraph, vero? –
Feci cenno di sì col capo, prima di buttar giù l’ultimo sorso di grog.
- Quest’affare resusciterebbe un morto! Fammene un altro –
- Subito, signore. Certo che il suo dev’essere un mestiere affascinante, pieno di emozioni –
- C’è la fila davanti alla Centrale, per gli arruolamenti – risposi.
Non so se il barista colse il mio sarcasmo, sta di fatto che, per un breve periodo, si chetò.
Ad un tratto udii gente che si avvicinava alla sala ed una voce che avevo ormai imparato a conoscere, proveniente dalle mie spalle.
Sollevai il bavero dell’impermeabile e mi ficcai in testa il cappello, riappoggiando i gomiti al bancone ed insaccandomi per quanto potei nelle spalle.
Con un’occhiata, fulminai il barista, che intese.
- Buonasera miss Bridgestone – fece lui.
- Buonasera William – rispose la voce inconfondibile – portaci due scotch –
- Non una parola – sibilai.
Il barista irlandese mi fece un cenno di complice approvazione e non capii se aveva un’aria molto seria, oppure quella di uno che si sta molto divertendo.

Postato da: barbalbero a 09:15 | link | commenti

sabato, gennaio 19, 2008
MARS CITY/17

Per quanto ogni cosa conducesse a lui, decisi di escludere che Slim potesse essere la talpa.
Lo conoscevo troppo bene e da troppo tempo; era un ragazzone buono come il pane.
Uno senza difetti.
Magari era un po’ irascibile, qualche volta.
E un po’ esagerato nel mangiare e nel bere.
E, forse, non era la persona più intelligente che conoscessi…
Sì, ma insomma: non si trattava di difetti gravi.
Comunque, non poteva essere lui.
Iniziò a far buio; probabilmente il sole era tramontato dietro la fitta coltre di nubi ed il vento andava facendosi tagliente.
La pioggia, ora, veniva giù a scrosci e Mars City luccicava delle luci al neon e dei riflessi di queste sulle superfici bagnate: delle strade, delle auto, degli enormi cartelloni pubblicitari al plasma, degli impermeabili della gente che faceva ritorno a casa dopo una giornata di lavoro.
Uscii dal parco mentre i guardiani chiudevano i cancelli e mi facevano cenno di sbrigarmi.
La tesa del mio cappello grondava acqua da tutte le parti ed il mio impermeabile era irrimediabilmente inzuppato; con le mani affondate nelle tasche, camminavo tranquillo, come in un mattino di aprile.
Riflettendo, mi guardavo tutto intorno e la città mi sembrava perfino bella, tanto era scintillante e indaffarata.
In realtà, a quel punto, faceva un freddo cane, per non parlar dell’acqua che mi si era infilata fin nelle scarpe; era questo che mi rendeva diverso da gente come la Bridgeston o il procuratore federale: non avevo bisogno di ritrovarmi in un confortevole e lussuoso ufficio per stare bene.
Io ero un animale randagio, abituato ad andare in giro sotto la pioggia o martellato da un sole impietoso; ero uno come lo Sgorbio, esattamente come lui aveva scritto.
Non so come, ma mi ritrovai davanti allo sfarzoso ingesso dell’Hotel Palace, dove portieri ingallonati come ammiragli reggevano l’ombrello ad eleganti signore che discendevano da imponenti vetture ed autisti in divisa nera scaricavano valigie in pelle color corallo.
Spostai un piastrino di ottone lucente, che reggeva il capo di un pesante cordone rosso cupo, ed entrai nella hall luminosa, dai pavimenti di marmo chiaro, tirati a lucido.
Grondavo acqua da tutte le parti e le mie scarpe cigolanti lasciavano imbarazzanti impronte ad ogni passo; decisamente, non era il mio ambiente e gli sguardi di disapprovazione che ricevevo me lo confermavano.
Trovavo la cosa molto divertente e non facevo assolutamente nulla per non farmi notare o per darmi un contegno: al contrario.
Mi venne incontro un maitre azzimato, dall’espressione vagamente preoccupata e dai modi gentili che, tuttavia, tradivano il suo desiderio che io mi levassi di torno al più presto.
Stava per aprir bocca quando io gli ficcai sotto il naso il tesserino.
- Polizia –
- Oh… buonasera… Che cosa posso fare per lei…? -
- Mi indichi il bar -
- Certamente… è nel secondo salone, sempre diritto per di qua – fece lui, che ora sembrava sinceramente preoccupato.
In realtà, avevo semplicemente bisogno di un grog caldo.
Mentre, grondante e del tutto fuori posto, mi avviavo verso il bancone, pensavo che, quello, era il lato gradevole del mio mestiere.

Postato da: barbalbero a 08:42 | link | commenti

venerdì, gennaio 18, 2008
MARS CITY/16

Ispettore, lei mi conosce. Io non sono mai stato un uomo onesto, ma una coscienza ce l’ho anch’io. E’ vero: nella mia vita ho rubato, ho trafficato in affari sporchi, ma sempre nel mio piccolo, per tirare a campare. Lei lo sa che non ho mai posseduto una pistola. Mi sono barcamenato tra delinquenti che, al loro confronto, io sono un angioletto del paradiso, e poliziotti come lei, che mi sono sempre stati col fiato sul collo per avere qualche informazione. Uno come me, deve guardarsi le spalle, sempre; dai poliziotti e dai criminali. Adesso sono davvero nei guai: guai grossi. E non credo che riuscirò a venirne fuori. Certamente, non me la sarò cavata se lei leggerà questa lettera. Le spiate io le ho sempre fatte per essere lasciato in pace dalla polizia: non certo per… far trionfare la giustizia. Per questo, ci sono tipi come lei, no? Ma, in fondo, lei mi è simpatico e, se ci pensa, lei è uno come me. Uno che rischia la pelle per pochi dollari al mese e che fa una vita di merda. Questa, probabilmente, è la mia ultima soffiata, e gliela faccio soltanto perché, se fottono me, allora anch’io voglio fottere loro. Non pensi che io mi sia ravveduto perchè vedo la fine: la fine, per me, è una gran liberazione. Oggi, subito dopo che lei ed il suo tirapiedi avete fatto irruzione in casa mia, sono saliti da me tre sudamericani. Uno aveva i capelli lunghi, trattenuti da una coda sulla nuca, e indossava un capotto di pelle nera: prima mi pestato per bene e poi ha voluto sapere che cosa ci faceva, lei, nel mio appartamento. Gli ho detto che lei mi sta addosso per certi lavoretti che faccio di tanto in tanto, ma non mi ha creduto. Mi ha detto che sono un infame, una spia. Io gli ho giurato di no. Mi ha avvertito che, se fosse successo qualcosa, l’avrei pagata. Poi se ne sono andati. E’ chiaro che sapevano che lei sarebbe venuto da me, quando sarebbe venuto e perché. C’è qualcuno, tra i suoi, che fa il doppio gioco. Non so chi sia, ma c’è. Questo vuol dire che anche lei deve stare molto attento. La gente contro la quale si è messo non scherza. Il sudamericano si chiama Rodriguez, ma non è uno che conti qualcosa. Io non ne so molto, ma abbastanza per metterla su una buona pista; però, se vuole un consiglio, lasci perdere: è una faccenda molto più grossa di lei. Comunque in questo giro c’è dentro di tutto: gente della polizia, gente vicina al sindaco e, in cima a tutti, a tirare le fila, c’è un uomo d’affari. Ronald Foster, il banchiere. Questo è tutto quello che so e adesso lo sa anche lei. Buona fortuna, ispettore. Lo Sgorbio”.
Ripiegai la lettera e me la rimisi in tasca.
Mi alzai dalla panchina e tirai su il bavero dell’impermeabile: si era alzato il vento ed il cielo era ridiventato grigio.
Di lì a poco, avrebbe ricominciato a piovere.

Postato da: barbalbero a 08:12 | link | commenti

giovedì, gennaio 17, 2008
APPLAUSI

Premessa: la notizia non è che Mastella è indagato; la notizia era (e resta) che Mastella non sia in galera da anni.
Ciò posto, ieri abbiamo udito toccanti parole, pronunciate dal Guardasigilli alla Camera dei Deputati.
Il Ministro della Giustizia ha sparato a zero sulla Magistratura, ed i suoi onorevoli colleghi - salvo rare eccezioni - lo hanno premiato con un caloroso applauso.
Come al Processo di Biscardi.

Postato da: barbalbero a 07:43 | link | commenti

mercoledì, gennaio 16, 2008
TANTO TUONO' CHE PIOVVE

Sospendo per un momento la narrazione delle vicende dell'Ispettore McEnzie - il tempo da dedicargli, in questo momento, è poco - ed ecco che, subito, capitano fatti che meriterebbero un commento.
Fermo il fatto che, come ho appena scritto, il tempo seguita ad essere risorsa introvabile.
Avrei voluto scrivere, in questi giorni, della faccenda dei rifiuti: un argomento che condurrebbe a riflessioni ben ulteriori rispetto al semplice - mica tanto, però - problema dell'immondizia.
La storia dei rifiuti camppani è paradigmatica della Questione Meridionale che ha affannato storici e sociologi e, in realtà, la delinea e la riassume a perfezione.
Ma, per scriverne, occorrebbe molto tempo e molta riflessione, nè me la sento di liquidare la faccenda in poche righe, in maniera del tutto incompleta e superficiale.
Avrei - anche - voluto occuparmi dell'Ecopass, una vicenda tutt'altro che solo milanese; anche questo è un fatto esemplare, un ottimo spunto per parlare, in realtà, della finzione ambientalista in generale, dell'ipocrisia di politici ed amministratori e di quanto siamo minchioni - ma anche inermi - noi cittadini.
Altro argomento sul quale debbo, necessitatamente, glissare, non disponendo del tempo necessario per affrontarlo sistematicamente, come si imporrebbe.
Mi permetto due righe, invece, circa la - triste - storia della partecipazione di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università La Sapienza (?) di Roma.
Tanto tuonò che piovve: il Papa, alla fine, ha preferito ritirarsi in buon ordine.
Non entro nel merito di tale scelta (che, peraltro, mi appare come assai significativa: una sedia vuota, in mezzo a tanti posti occupati, fa molto più scalpore di una partecipazione contestata).
Voglio, invece, dire che coloro che si dichiarano figli dell'Illuminismo si comportano, in realtà, in modo talmente oscurantista da far rimpiangere i maestri di tale pratica (i Papi cui contestano il rogo dei libri ed il processo a Galileo).
Se la scienza diventa una religione indiscutibile, insuscettibile di una valutazione etica che non sia meramente scientista, allora - da non credente - preferisco di gran lunga la religione che, almeno, a suo modo, risponde a quesiti cui la scienza non è neppure in grado di aspirare a rispondere.

 

 

Postato da: barbalbero a 07:43 | link | commenti