Cari amici vicini e lontani, Buone Feste a tutti: a chi è disperso e ormai da mesi non dà notizie, a chi ha troppo da fare, a chi non ha voglia di fare, a chi detesta il Natale, ma adora Capodanno, a chi sta per trasferirsi al mare, a chi al mare vorrebbe andarci da una vita, a chi vorrebbe tornare in montagna, a chi starà in famiglia, a chi sta per sposarsi, a chi sta per separarsi, a chi ha paura, ma spera, a chi viaggerà, ma non per trastullo, a chi ballerà, a chi volerà, a chi si dispererà, a chi guarirà.
Io dormirò, almeno spero: non chiamate prima di mezzogiorno.
Il videotape della metropolitana sciolse ogni dubbio, se mai ce ne fosse stato il bisogno.
Lo Sgorbio era stato spinto sotto il treno da un tipo grande e grosso; un nero con un berretto di lana ben calcato sulla testa ed un paio di occhiali scuri.
Gli aveva dato una gran spallata da dietro, nella calca della gente assiepata sul limite della banchina.
Nessuno si era accorto di niente, né di lui.
Poi, mentre i passeggeri incominciavano a sciamare giù dai vagoni, se ne era andato.
Qualcuno gridava, chi scendeva dal treno non capiva neppure che cosa fosse successo, né gli interessava.
Il tizio in questione era assolutamente irriconoscibile.
Provammo con qualche ingrandimento: niente.
Allentai il nodo della cravatta, mi ficcai le mani in tasca e stesi le gambe, appoggiando i piedi sulla scrivania.
Fuori, aveva ricominciato a piovere.
Slim faceva ripassare le immagini, fotogramma dopo fotogramma, alla ricerca di qualcosa che, con tutta evidenza, non c’era.
Eravamo punto e a capo.
Seguitavo a pormi la stessa domanda: come avevano fatto a sapere della soffiata?
Ne eravamo al corrente in tre: io, Slim (del quale mi fidavo più che di me stesso) e lo Sgorbio, che tutto aveva fuor che l’interesse di andare raccontarlo a qualcuno.
Passarono minuti che mi parvero interminabili; un tempo sospeso durante il quale rimasi immobile ad osservare il soffitto, le pale immobili del ventilatore, incapace di trovare non dico una risposta, ma almeno uno spunto, un’idea.
- Lascia perdere, Slim, l’abbiamo guardato decine di volte. Andiamo a fare un giro, piuttosto: chissà che non mi si snebbi il cervello… -
Mi infilai l’impermeabile e mi cacciai in testa il cappello.
Uscimmo dalla stanza ed iniziammo a percorrere il corridoio in silenzio, sempre immersi nei nostri pensieri; intorno era un brulicare di agenti in divisa, impiegati che trasportavano enormi pratiche, gente che andava e veniva.
Giunto alle scale fui quasi assalito da una donna: - Ah! Finalmente! Lei è l’ispettore capo McEnzie, vero? –
La guardai con aria interrogativa, perché mi aveva colto di sorpresa, interrompendo il mio rimuginare.
- Non finga, perché l’ho riconosciuta. C’è la sua foto sul Telegraph… -
Era una donnetta piccola e mingherlina, dall’espressione arcigna.
Avrà avuto una sessantina d’anni o giù di lì ed era vestita in modo dimesso.
- E’ da stamattina che chiedo di parlare con lei! –
- Senta, signora… -
- E non m’interrompa! Quegli scimmioni dei suoi agenti, di là, non mi hanno fatta passare. Si figuri che, a un certo punto, uno di loro voleva perfino arrestarmi! –
“Imbecille!” pensai fra me e me.
- Sono la custode dello stabile dove abitava il signor Gordon e… -
Trasalii e rivolsi lo sguardo verso Slim, incrociando il suo.
Matt Gordon per l’anagrafe, ma lo Sgorbio per chi aveva a che fare con lui.
- Intende Matt Gordon…? –
- Sì, il signor Mattew Gordon, quello della metropolitana, e chi altri se no? –
Improvvisamente ci fu un gran vociare, in fondo alle scale: - Se non mi risponde al telefono, vuol dire che mi riceverà di persona! –
Seguì un breve trambusto.
- E metti giù le mani, animale! Hai mai sentito parlare di libertà di stampa, nello zoo dove sei cresciuto? Fatemi passare: sono Vanessa Bridgestone, del Telegraph… insomma! –
Mi aspettavo che sarebbe venuta e le avevo organizzato un comitato di accoglienza.
La giornalista alzò lo sguardo e riuscì a scorgermi in cima alle scale: - Ehi, dico a lei ispettore McEnzie! Ordini a questi cialtroni… -
- Venga Signora, passiamo da un’altra parte. Le offro qualcosa da bere –
- Non so che genere di donne sia abituato a frequentare lei, ma io non bevo a quest’ora del pomeriggio! Al massimo un bicchierino, dopo cena e, comunque, non con il primo venuto –
- Non intendevo questo… è che preferisco proseguire questa conversazione lontano da orecchie indiscrete – dissi mentre riprendevo a percorrere il corridoio.
La donna mi seguì a passi corti e svelti: - Oh! Non è che abbia gran che da dirle. Devo soltanto consegnarle una cosa… -
- … Che cosa? –
- Questa! – esclamò lei estraendo una busta dalla borsetta – Me l’ha data il signor Gordon, ieri mattina, prima di uscire. Mi ha detto di consegnarla a lei se gli fosse accaduto qualcosa. E direi che gli è accaduto… -
- Lei come si chiama? – domandai ficcandomi la busta in una tasca dell’impermeabile.
- Beeple, Ruth Beeple –
- Grazie, signora Beeple… E scusi per prima... Per i miei agenti, intendo... –
- Oh! Li ho tenuti bene a bada, sa? Ci vuol altro! –
E se la filò via tutta impettita, con quei suoi passetti veloci e l’aria di chi sa bene che cosa deve fare ed intende farlo.
“Comandante Herbert Williams” recitava la targa d’ottone.
Bussai ed aprii la porta.
- McEnzie! Quale onore! – ruggì il Capo non appena feci ingresso nel suo ufficio.
- Buon giorno, Comandante… -
- Comandante un accidente! Che cosa comando io? Me lo spieghi? Che cosa comando se devo attendere un’ora prima che un mio ispettore si degni di farsi vedere, quando lo chiamo! -
- … -
- Taci! Non aprire quella bocca! Che cos’è questa novità dei giornali? Ti sei montato la testa? Cosa stai cercando di ottenere? Un posto da opinionista in un talk-show della Warner? Per quando resterai a spasso, cosa per la quale non mi sembra che dovrai attendere a lungo! -
- … -
- Stamattina sono stato tempestato di telefonate! Hanno chiamato il sindaco, il procuratore federale e persino il governatore! Il governatore in persona, capisci? -
- Capisco… -
- Ma come ti è venuto in mente di spiattellare il contenuto delle indagini a quella… come si chiama… a quella giornalista… -
- Vanessa Bridgestone -
- A quella Vanessa Bridgestone, appunto! E proprio appena accaduto il disastro dell’Astroporto! Ma ti ha dato di volta il cervello, ammesso che tu ne abbia uno in quel grosso testone di scozzese? -
Il Capo si interruppe per mandar giù due o tre sorsi di antiacido ed io ne approfittai per provare a rispondere.
- Io non le ho detto proprio un bel niente -
- Ah, certamente! Vallo a spiegare al procuratore. Hai letto l’articolo? C’è di tutto, fatti, nomi, particolari che potevano essere noti soltanto a noi della Polizia! -
- Le ripeto che non ho aperto bocca -
Il Capo mi osservò in silenzio, mentre rimanevo in piedi accanto alla porta.
Era un uomo irascibile, ma non uno stupido; capì che non stavo mentendo.
Si alzò e si accostò alla finestra, rivolgendomi le spalle possenti che l’età non era ancora riuscita ad incurvare.
Teneva le mani l’una nell’altra, dietro la schiena, ed apparentemente osservava la città là fuori, il traffico, la gente che sciamava di qua e di là.
- Beh… - disse infine, senza guardarmi – evidentemente qualcuno ha chiacchierato un po’ troppo con quella comesichiama Bridgestone… -
- Evidentemente… -
- A che punto sei arrivato? -
- Il sudamericano è fuori su cauzione. Lo difende Coltrane -
- Ah… -
- Ho letto i verbali di interrogatorio dei testimoni, per il fatto della metropolitana. Forse c’è qualcosa… Stavo giusto per visionare i filmati delle videocamere di sorveglianza… -
- Che c’entra questa storia con l’Astroporto? -
- Il giorno prima di finire sotto il treno, lo Sgorbio mi aveva fatto una soffiata -
Il Capo restava immobile, rivolto verso la finestra, come di pietra:
- Chi lo sapeva, oltre a te? -
- Eddie, era con me dallo Sgorbio -
- Uno scozzese ed un irlandese… bella squadra davvero! – disse infine girandosi verso di me.
- Che ore sono? – continuò – Quasi le undici! Ti va una birra? -
- Mi va sempre, una birra, Capo -
- Forza, scendiamo da Burt… -
- Veramente mi ha cercato il procuratore e… -
- Oh, che si fotta, quel bellimbusto! –
Facendo rientro nel mio ufficio scoprii di essere l’uomo più desiderato del pianeta.
- Ehi, Mac – fece Martin – Guarda che c’è il Capo che ti cerca da un’ora. E’ su tutte le furie -
Passai prima del mio ufficio, per riporre i vedeotape, e vi trovai Slim, al telefono:
– Ho capito, signorina Bridgestone… ma le dico che non c’è… no, non si è ancora visto, stamattina… Può star certa che glielo riferirò… No, forse questo è meglio che non glielo dica… Sì, la farò richiamare immediatamente… -
Slim era un tipo che riusciva ancora ad arrossire, quando diceva una bugia.
Mentre parlava, mi indicò insistentemente un bloc-notes posato sulla scrivania: “Ha chiamato il procuratore, vuole essere ricontattato urgentemente” e, più sotto “Ha chiamato di nuovo il procuratore, dice che ti farà rapporto se non gli telefoni entro dieci minuti”.
Visto che il telefono era occupato e che, probabilmente, i dieci minuti dovevano essere passati da un pezzo, decisi di andare dal Capo.
Nel corridoio, un agente mi raggiunse trafelato:
- Ispettore Capo… Ispettore, c’è una donna in sala d’attesa, dice che è urgente e che vuole parlare soltanto con Lei… -
- Ora non ho tempo -
- Ma, Ispettore… quella dà di matto… non ci riesce di farla star buona… -
- Arrestala -
L’agente mi osservò sbalordito mentre mi allontanavo.
Considerato che non erano ancora le dieci della mattina, la giornata si presentava niente male.
- Ecco, l’ho messo qua, da qualche parte –
Più che l’ufficio di un importante funzionario della Polizia, quel luogo mi ricordava la rimessa di mio nonno Dexter, quello dell’Oldsmobile.
Da bambino ci passavo delle intere giornate a trafficare con ogni genere di attrezzi, a tirar fuori dagli innumerevoli cassetti e cassettini gli oggetti più impensati, a svuotare scatoloni di fotografie e di vecchi giornali.
A frugare in cassettine di legno che, in momenti di maggior gloria, avevano contenuto sigari cubani e, ora, erano piene di dadi, viti e bulloni di tutti i generi e le misure.
Ora che ci penso, c’era un vecchio aspirapolvere dall’aspetto inquietante ed io mi figuravo fosse un marziano cui dare la caccia: certo non immaginavo che, anni dopo, marziano lo sarei diventato io.
Bob rovistava qua e là, spostando cumuli di scartoffie, scatole e aggeggi che potevano avere un senso ed una funzione soltanto per lui.
- Eppure deve essere qui, ce l’ho messo ieri… -
- Come pretendi di ritrovare qualcosa in questo disordine… - buttai lì io a mezza voce, più parlando con me stesso che con il mio interlocutore.
- Disordine? Eh no, caro mio, questo non è disordine: è ordine creativo! – replicò Bob.
Per un attimo compresi come doveva sentirsi mia nonna: - Sì, Dexter - mi venne naturale rispondere.
- Dexter? –
- Lascia perdere. E cerca, che non ho l’intera giornata a disposizione… -
La faccenda andò avanti per un buon quarto d’ora, mentre io, sprofondato in una poltrona che doveva aver sopportato ben altre prove e che pareva fagocitarmi, sfogliavo un vecchio annuario della Polizia.
Era come tirar fuori l’album di famiglia: c’era mio padre e tutti i suoi amici, quelli che affollavano la nostra casa al pranzo del Ringraziamento, quando mia madre ripeteva “John, come pretendi che questo tacchino entri nel forno?”.
E mio padre: - Meg, saremo almeno in venti: mica potevo comperare una quaglia… -
Le loro fotografie era tutte lì in fila e, sotto, la didascalia con le decorazioni.
Non uno che avesse concluso il viaggio nel proprio letto.
Mi ricordo ancora mia madre, in lacrime, quando mi iscrissi all’Accademia di Polizia: - William, vuoi fare anche tu la fine di tuo padre? Non ti è bastato quel che è successo? -
Mi chiamava William solo quando la cosa era seria; le altre volte ero Billy.
Il suo Billy.
- Eccolo qui! Lo sapevo che c’era – esclamò Bob con aria trionfante, estraendo un pacchetto da sotto la gamba della scrivania.
- Ora, però, devo trovare qualcos’altro per il tavolo… Peccato, questo era proprio dello spessore giusto… -
- Mettici questo – gli dissi, passandogli l’Annuario.
- Oh! E’ perfetto – fece lui.
- Sì, è perfetto – risposi, mentre ero ormai già a metà del corridoio.
“C’era un gran calca, arrivava il treno e tutti si assiepavano al limite della banchina; che cosa vuole che le dica, agente: guardavo verso il convoglio che si avvicinava, poi ho udito delle grida, mi sono voltato e, per un attimo, ho visto il corpo di un uomo sui binari, poi i vagoni mi sono sfilati davanti”, questo, più o meno, era il tenore delle dichiarazioni raccolte al commissariato di zona.
C’era, però, un tizio che stava sulla banchina opposta, che aveva notato qualcosa: “Osservavo distrattamente la gente davanti a me, sull’altra sponda della metropolitana. Pensavo agli affari miei, non è che guardassi qualcuno in particolare. Ad un tratto l’ho visto cadere in avanti. Ma non come qualcuno che si getti sotto il treno. Non so come spiegarlo, è caduto tutto storto, piegato da un lato, agitando le braccia come se cercasse un appiglio per sostenersi. Non so perché, ma ho avuto la netta sensazione che un suicida si sarebbe buttato giù in un altro modo, in maniera più composta”.
- Slim, abbiamo le riprese della videocamera a circuito interno? -
- Sì, Mac, le ho fatte sequestrare ieri. Sono giù da Bob, alla Scientifica -
La Sezione Scientifica occupava due piani sotterranei della Centrale; giù c’era un po’ di tutto: laboratori, salette di proiezione, macchinari di ogni genere…
Bob era un tipo quantomeno originale.
Un tipo lungo lungo, strepenato, che sembrava sempre si fosse appena alzato dal letto.
Personalmente, non l’avevo mai visto uscire dai suoi laboratori ed avevo maturato la convinzione che, là dentro, ci dormisse pure.
Non era antipatico: tutt’altro.
Solo, viveva in una sua personalissima dimensione: da lui non c’era mai da aspettarsi una risposta normale ad una domanda normale.
Scesi nel sotterraneo e mi misi a cercarlo, chiedendo a quelli che incontravo se l’avessero visto.
- Sì, era qui una mezz’ora fa, se non sbaglio stava andando al laboratorio di genetica -
- Sì è stato qui, ma per cinque minuti, poi è scappato via, non ho capito bene a far cosa… una prova balistica, mi pare -
- No, non l’ho visto. Per la verità lo aspettavamo, ma… boh, sai com’è fatto Bob -
Seguitavo a girare nel labirinto della Scientifica quando, ad un tratto, Bob balzò fuori da una porta; anzi, per la verità fui travolto da un tizio con addosso un pesante camicione scuro, di piombo ad occhio e croce, e con una specie di maschera da saldatore calata sul viso.
- Oh, scusami Mac – disse Bob alzandosi la visiera – stavo facendo delle radiografie. Non sai mai che cosa può saltar fuori da una radiografia! Un volta, figurati, stavo esaminando un… -
- Sì, sì, interessante. Magari poi me lo racconti. Ora ho fretta: hai tu i videotape della metropolitana? -
Bob mi osservò incuriosito.
- I videotape della metropolitana? -
- Sì, le riprese del circuito interno della stazione della quattordicesima, dove si è buttato lo Sgorbio. Slim mi ha detto di avertele consegnate ieri -
- Ah, aspetta. Sì, ieri sera Slim mi ha dato un pacchetto. Forse mi ha anche detto che cosa ci fosse dentro… Boh, non ricordo. Comunque devo averlo messo da qualche parte… -
Lo seguii lungo l’intreccio dei corridoi, delle scalette, dei laboratori.
Alla fine, arrivammo ad una porta; nel mezzo vi campeggiava una targa di alluminio: “Robert Zebrinwskj – Direttore”.
Bob cercò a lungo la chiave, nell’infinità di tasche del camice, impacciato dal pastrano di piombo che vi indossava sopra.
- Scusa, Bob, ma ti serve ancora tenere addosso quell’affare? -
- Eh?… Ah, no, me l’ero dimenticato, no, no, questo serve solo a proteggersi dalle radiazioni… Tra l'altro pesa come una portaerei e tiene un caldo d'inferno...-
Ma si guardò bene dal toglierselo.
Trovò la chiave, la infilò nella serratura ed aprì l’uscio. Non c'era dubbio: quella era senz'altro la stanza di Bob.
Erano ormai le quattro del pomeriggio quando, finalmente, me ne andai a dormire.
Avevo detto a Slim di andare al commissariato di quartiere che si occupava del morto nella metropolitana; per loro, ovviamente, si trattava di una pratica di routine, il solito suicidio del solito disperato.
Non avevano ragione di pensare diversamente, perché non sapevano quel che sapevo io.
Gli dissi di farsi consegnare i verbali di interrogatorio dei testimoni e di far trasferire il cadavere all’istituto di medicina legale: il giorno dopo mi sarei occupato della faccenda.
Mi sdraiai sul divano, accesi la televisione e mi levai le scarpe e così mi risvegliai, col solito beep-beep delle cinque e mezza, il mattino dopo.
Per la strada comperai una copia del Mars Telegraph: “Collegati il disastro dell’Astroporto ed il morto della metropolitana. Lo afferma l’ispettore capo McEnzie”; sotto, il dettagliato resoconto dell’intervista del giorno prima, a firma di Vanessa Bridgestone.
Un’intervista nella quale, in realtà, io non avevo detto un bel niente.
- Ehi, Mac, sei l’uomo del giorno! C’è il tuo nome in prima pagina sul Telegraph!” – fece Burt mentre alzava la saracinesca.
- Sì, ho visto. Mi fa piacere. Ed ancor di più ne farà al capo... -.
L’avvocato Coltrane era un tipo basso e mingherlino, con le spalle strette e curve e un colorito terreo.
Aveva mani piccole e ossute, che strofinava l’un l’altra continuamente e baffetti radi e spioventi; i capelli, impomatati e pettinati all’indietro, formavano linee sottili e distanziate sul cranio piccolo ed un po’ allungato.
Al dito mignolo della mano destra portava un grosso anello d’oro, di quelli quadrati, con un brillante incastonato in un angolo.
Fumava sigarette sottili, che esalavano un tenue filo di fumo azzurrino.
Aveva occhi scuri, piccoli e leggermente infossati, profondi e scintillanti e, dipinta sul volto, un’espressione vagamente divertita, che non lo abbandonava mai.
Indossava un abito gessato, blu scuro, di fattura impeccabile, che doveva essere costato non meno di cinquemila dollari ed una camicia candida, col colletto duro e inamidato, troppo largo per il collo rugoso da tartaruga che ne spuntava fuori.
Poco sotto il nodo, al centro della cravatta blu a pallini bianchi, spiccava un fermaglio d’oro, sormontato da una perla scintillante, grossa come una ciliegia.
- Buon giorno ispettore McEnzie – disse posando sul tavolo una elegante borsa di pelle nera.
- Buon giorno avvocato – feci io – non mi aspettavo che lei avesse a che fare con questo genere di delinquenti di bassa lega; la sua è una clientela selezionata, no? Banchieri, capitani d’industria, politici… -
- Il mio non è un mestiere, ispettore, è una missione: ovunque ci sia un cittadino che invoca il rispetto della legalità, là sono io… - rispose accentuando per un istante la sua espressione beffarda; poi si sedette, ed estrasse dalla cartella dei fogli ed una mazzetta di banconote.
- Ho già parlato col procuratore e col giudice Hastings; questo è l’ordine di rilascio sotto cauzione e questi sono venticinquemila dollari. Può contarli -
- Rilascio sotto cauzione?! – imprecò Slim scattando in piedi e quasi avventandosi contro l’avvocato.
Tom Coltrane ebbe un moto repentino e si rannicchiò sulla sedia, quasi temendo il peggio; immediatamente, però, si ricompose – Attento a quel che fa, tenente O’Connor, io… -
- Siediti, Slim – lo interruppi – Mi faccia capire, avvocato: questo tizio ha tirato giù con una sventagliata di mitra un elicottero della Polizia… -
- Non poteva saperlo: era un elicottero mimetico, senza insegne: poteva trattarsi di criminali -
- Ma gli agenti si sono qualificati, col megafono e … -
- Chiunque può comperare un megafono e dirci dentro quel che gli pare -
- Comunque, stava attendendo di ricevere un carico di kwax e… -
- Il mio cliente non ha ritirato alcun carico, nessuna consegna è stata effettuata -
- E che ci faceva al molo, a quell’ora di notte, proprio mentre… -
- L’Astroporto è un luogo aperto al pubblico ed i cittadini hanno libertà di movimento, in questo Paese. Non c’è scritto, nel suo manuale di servizio? -
- Comunque andava in giro con un mitragliatore di derivazione militare e l’ha usato… -
- Detenzione e utilizzo di arma illegale, un reato per il quale è previsto il rilascio su cauzione – tagliò corto l’avvocato lanciandomi la mazzetta di banconote e l’ordinanza del giudice.
- Mi pare che non abbiamo altro da dirci – aggiunse alzandosi dalla sedia ed avviandosi verso la porta, facendo attenzione a lasciare sempre una certa distanza tra sé e Slim.
- Andiamo, Rodriguez, lei è libero -
Il sudamericano si alzò, serafico ed io non resistetti all’impulso di afferrarlo per un braccio – Non puoi lasciare la città e, comunque, ci rivedremo presto, perché io ti sto addosso… -
L’uomo si liberò dalla mia presa con uno strattone e si lisciò due o tre volte la manica del cappotto di pelle nera – Vacci piano, ispettore, questo impermeabile costa tre o quattro dei tuoi stipendi e non credo che tu possa permetterti di ripagarmelo nuovo -
- Fila fuori, Rodriguez, non c’è ragione di far arrabbiare l’ispettore, che è una brava persona – concluse Coltrane rivolgendomi un sorriso mellifluo.
La porta si chiuse ed io mi rimisi a sedere, fissando la mazzetta di banconote.
Slim fremeva e tratteneva a stento lacrime di rabbia.
- Non finisce qui – sussurrai tra i denti – Scendiamo da Burt, Slim, una birra ci schiarirà le idee -
In realtà, ne furono necessarie tre o quattro.
Il sudamericano era un osso duro.
Durante l’interrogatorio era stato una vera sfinge: per più di mezz’ora era rimasto in perfetto silenzio; poi, con tono quasi annoiato, aveva chiesto la presenza di un avvocato e ci aveva consegnato un biglietto da visita.
Tom Coltrane era un pezzo grosso del foro di Mars City.
- Deve avere dietro un bello sponsor, per permettersi un legale da cinquemila dollari l’ora – dissi a Slim, che annuì.
Lo chiamammo al telefono: ci disse che sarebbe arrivato entro un’ora.
Slim tornò dal nostro ospite d’onore, a dargli la buona notizia.
Chiusi la porta e mi sedetti alla mia scrivania; accesi un cubano e mi rovesciai all’indietro, appoggiando i piedi sul piano del tavolo.
Cercavo di rimettere a posto le tessere del puzzle: lo Sgorbio non era tipo da ammazzarsi; per suicidarsi bisogna avere una coscienza e lui, certamente, non ce l’aveva.
Qualcuno doveva averlo fatto fuori e questo non poteva non avere a che fare con l’informazione che ci aveva passato.
Feci appena in tempo a buttar fuori due sbuffi di fumo che un agente entrò come un ciclone nella stanza, al punto che quasi ingoiai il sigaro.
- Che accidenti… -
- Ispettore, c’è fuori una donna che chiede di parlare con lei. Non riusciamo a tenerla a bada e… -
- Vanessa Bridgestone, Mars Telegraph – disse la donna irrompendo nel mio ufficio – E’ lei che segue il caso del morto della metropolitana? La morte ha qualcosa a che vedere con i fatti dell’Astroporto? Anche quella è roba sua, no, signor… signor…-
- Mac, per gli amici. Ma lei può chiamarmi ispettore McEnzie –
- Se ama i formalismi… - disse la donna sedendosi su una seggiola davanti alla scrivania ed estraendo un computer palmare dalla borsetta.
- Le dispiace spegnere quel sigaro? Fa una gran puzza –
Lo spensi.
- Grazie. Dunque, stavamo dicendo… chi è il morto? E’ una conoscenza della Polizia? E lei, come ha detto che si chiama? McArthur? –
La giornalista sciorinava domande come un fiume in piena e intanto annotava sul palmare; non saprei che cosa, per la verità, dato che io non fornivo alcuna risposta.
Un po’ perché non avevo nessuna intenzione d rispondere e un po’ perché, anche volendo, non sarei riuscito ad interromperla.
Mi limitai a guardarle nella scollatura, anche perché aveva due gran tette.
- Che c’è ispettore: non ha niente da dirmi o le è cascata la lingua tra i bottoni della mia camicetta? -
- L’indagine è appena incominciata e in questo momento non ho la più pallida idea a proposito di quel che lei mi ha chiesto. A parte il mio nome, che è McEnzie, non McArthur -
- Andiamo ispettore… un poliziotto esperto come lei… avrà bene qualche cosa in mente -
- Zero al quoto. Non appena avrò qualche elemento lei sarà la prima a saperlo. E ora, se mi vuole scusare…-
- Non pensi di liberarsi tanto facilmente di me, ispettore: le starò addosso. Le telefono domattina. E che non le venga in mente di non farsi trovare – concluse minacciosamente la donna alzandosi e riponendo il palmare.
Quindi uscì dalla stanza.
“Ha anche un gran bel culo” pensai.