“E adesso vattene a dormire”.
Mandando giù abbondanti sorsate di antiacido, il capo aveva così concluso la sua pacata riflessione sull’accaduto.
Passai da Burt, che aveva da poco tirato su la saracinesca.
- Fammi un caffè triplo. Anzi, no: una birra –
- Non è un po’ presto per una birra, Mac ? La gente, di solito, a quest’ora fa colazione –
- Sì, hai ragione. Allora facciamo così: portami il caffè, triplo. E poi la birra. E un paio di sandwiches. Fai anche tre -.
Mi sedetti pesantemente ad un tavolino vicino alla vetrata.
Di fuori, Mars City iniziava la giornata così come l’aveva conclusa: sotto la pioggia.
Gli impiegati sciamavano ordinatamente per la strada e si infilavano nel buco della metropolitana; facce di gente che aveva dormito beatamente per l’intera nottata.
Come non avevo fatto io.
I furgoni scaricavano pacchi di giornali freschi di stampa; il Mars Telegraph, che doveva aver chiuso la prima pagina all’ultimo momento, era l’unico a riportare la cronaca della nottata: “Disastro all’Astroporto: la Polizia si fa sfuggire un colossale carico di kwax e fa danni per milioni”.
L’articolo era a firma di Vanessa Bridgestone; zuccherino, la chiamavamo noi, per la dolcezza che riservava alla Polizia.
Pensai alla faccia che doveva avere il capo in quel momento e mi domandai se la sua scorta di antiacido sarebbe stata sufficiente.
Arrivò anche Bessie, trafelata: - Scusa Burt, ma la metropolitana era in ritardo. Pare che un tizio si sia buttato sui binari, da qualche parte verso la 14° -.
Si infilò nello spogliatoio e ne uscì finendo di abbottonarsi il solito grembiule.
Non potei non lanciarle un’occhiata.
- Oh, già qui Mac? – domandò lei imbarazzata, mentre, giratasi di scatto dall’altra parte, terminava l’operazione.
Entrò qualche cliente.
Burt cominciò a versare caffè e a distribuire sandwiches; le conversazioni si intrecciavano, la gente si salutava.
Una donna elegante, sulla trentina, reggeva una cartella di pelle nera e parlava con un tizio che, certamente, dovevo avere già avuto il piacere di conoscere e non durante il tempo libero: “ha un gran bel sedere per essere un avvocato”, pensai.
Slim si precipitò nel locale come un bufalo: - Mac, ehi Mac! Sei qui, accidenti! Hai sentito? –
- Che cosa? –
- Quel tizio sotto le ruote della metropolitana! –
Lo fissai con aria perplessa e, siccome tutti avevano rivolto lo sguardo verso di lui, gli feci cenno di venirsi a sedere.
- Circa un’ora fa, ad una fermata della 14°… -
- Lo so –
- Beh! Sai anche chi è il morto? Lo Sgorbio! -.
L’Astroporto Commerciale di Mars City non è esattamente un luogo gradevole e, di regola, è frequentato da persone né cordiali né simpatiche, ma alle tre e mezza di notte la situazione peggiora notevolmente.
“Stanotte, alle quattro, al molo 11” aveva detto lo Sgorbio.
Il traffico di kwax, negli ultimi mesi, aveva raggiunto livelli insostenibili.
Il kwax era, allora, l’ultimo ritrovato per mezzo del quale i giovani di Mars City (ma anche delle megalopoli terrestri) si dilettavano ad arrostirsi i rari neuroni dispersi nelle loro scatole craniche: una droga sintetica dagli effetti micidiali, che costava un’inezia a chi la fabbricava e un bel po’ di soldi – ma non poi tantissimi – a chi ne faceva uso.
C’erano, dunque, tutti i presupposti di un grande successo commerciale: basso costo di produzione, prezzo contenuto e merce di pessima qualità.
La banchina era rischiarata dalla luce livida dei proiettori allo iodio e resa scintillante dalla pioggia che aveva cominciato a battere insistentemente dal pomeriggio; il suono di una sirena intermittente annunciò l’avvicinarsi di un carro ponte: le operazioni di scarico stavano per iniziare.
Ci acquattammo dietro una specie di piramide di casse mentre i fari di un astrocargo si facevano sempre più vicini al molo.
D’un tratto, con un sibilo, a pochi passi da noi, si arrestò sulla banchina una potente vettura ad induzione magnetica; una limousine nera, lucida come uno specchio.
Ne discesero due individui, mentre un terzo restava alla guida; mi appiattii più che potei contro le casse.
I due tizi si guardarono attorno più volte, quindi uno di essi si incamminò verso l’astrocargo che aveva terminato le manovre di attracco.
Istintivamente la mia mano sfiorò l’impugnatura del revolver: non era l’arma di ordinanza, ma un gingillo ad impulsi capace di fare un buco in un muro a cinquanta metri di distanza; io la chiamavo la mia polizza di assicurazione.
Muovendomi silenziosamente seguii l’uomo che, al di là della fila di casse, procedeva verso la zona di scarico; Slim rimase nei pressi della limousine.
Il tizio in questione doveva essere, all’apparenza, un sudamericano; aveva capelli neri raccolti in una lunga coda ed indossava stivali ed un impermeabile di pelle scura, lucida.
Con la mano destra impugnava un mitragliatore leggero ad elettroni, un’arma di derivazione militare: “non devo dargli il tempo di usarlo”, pensai.
Il carro ponte aveva appena incominciato a scaricare i containers che la zona fu illuminata dai fari di un elicottero mimetico:
- Polizia di Mars City: siete in arresto. Sospendete le operazioni e disponetevi in fila sulla banchina – gracchiò l’altoparlante.
“Dannazione, Connors, troppo presto!” imprecai tra me e me.
Il sudamericano sollevò il mitragliatore e fece fuoco verso l’elicottero prima che io potessi anche solo pensare di fare qualsiasi cosa.
Saltai fuori da dietro le casse e mi avventai sull’uomo mentre l’elicottero rovinava sulla banchina in un fracasso assordante.
Tutto si svolse in un istante.
Il comandante dell’astrocargo, strappò gli ormeggi e sollevò la colossale nave spaziale con le stive ancora aperte, sbarbando il braccio della gru del carro ponte e portandoselo via con sé.
Un gran numero di containers precipitarono sulla banchina dalla nave che si allontanava rapidamente, sfasciandosi sul selciato e proiettando rottami tutto intorno.
L’uomo a bordo della limousine non pose tempo in mezzo e si allontanò di filata, lasciando a piedi il suo complice; quest’ultimo aveva, dalla sua, già estratto un’arma a impulsi, che non potè usare perché Slim venne fuori dal suo nascondiglio e lo freddò con un colpo preciso.
Alla fine, il sudamericano stava sotto di me, con i polsi ammanettati dietro la schiena; l’elicottero mimetico era sfasciato e solo per miracolo Connors e gli altri al suo interno erano ancora vivi; un malvivente era morto ed un altro fuggito; l’astrocargo se l’era filata con buona parte del carico; infine, i danni alle strutture dell’Astroporto erano ingenti.
- Maledizione Connors – ruggii – questa gliela racconti tu al capo! -.
Non c’era davvero gusto a viaggiare su quei trabiccoli al plasma.
Mi ricordo che, quando ero bambino, sulla Terra, ogni tanto mio nonno tirava fuori dal garage una vecchia Oldsmobile del 1957, che era stata di suo padre.
Era un veicolo illegale, dopo l’ordinanza ambientale, ma lui l’aveva conservata come un cimelio.
“Non poi dire di avere guidato una macchina” mi diceva “se non hai avuto almeno una volta sotto le chiappe un motore a scoppio”.
Quello, era un tre litri a benzina: faceva un fracasso infernale e cacciava fuori un fumo nero e puzzolente: pare che, un tempo, nelle città ne circolassero a milioni.
Emettendo un impercettibile ronzio il nostro MTI (Mezzo di Trasporto Individuale, così recitava il Manuale di Servizio) si sollevò di una spanna dal terreno.
Percorremmo lentamente Main Street per cinque o sei isolati; poi prendemmo a destra per la 14°, poi per uno stretto vicolo maleodorante.
Dopo un breve tratto accostammo l’MTI ad una fila di bidoni dell’immondizia e saltammo giù.
- Tu vai per le scale, io prendo la rampa anti-incendio – dissi a Slim, che aveva tante doti, ma certamente non quella dell’arrampicatore.
In compenso, però, copriva abbondantemente la larghezza delle scale; e questo andava perfettamente bene per ciò che ci accingevamo a fare.
Lo Sgorbio stava al quarto piano e non impiegai molto ad arrivarci; la finestra era chiusa, ma ritenni che, nel frangente, si potesse soprassedere all’etichetta ed entrai senza bussare.
Lo schianto degli infissi sfondati fece balzare lo Sgorbio giù dal letto.
Non feci in tempo a chiedere – Sei andato a letto tardi, eh, ieri sera ? – che lui infilò di volata la porta e si precipitò per le scale dove, un piano più sotto, non potè sottrarsi all’abbraccio affettuoso di Slim.
- Che cosa c’è, Sgorbio, non riconosci più un vecchio amico? – dissi mentre scendevo le scale.
- Sentite, io non ho fatto niente. Da quando sono uscito sono regolare… -
- Bene. E’ esattamente quello che mi aspetto da un bravo ragazzo come te. Adesso andiamo su a dare una controllatina, così, per formalità -.
Il materasso ad acqua si piegò a metà sotto il peso di Slim, che si era seduto proprio al centro del letto.
Lo Sgorbio fissava desolatamente la finestra sconquassata – Cazzo, non basteranno duecento dollari per ripararla -.
- Non credo che sia un problema, per un riccone come te – dissi estraendo da dietro la tazza del cesso un grosso rotolo di banconote.
- Che cos’è, Sgorbio: hai vinto alla lotteria? -.
Come per incanto, lo Sgorbio assunse l’espressione tipica di chi ha un’importante rivelazione da fare alla Polizia.
- McEnzie! Quel dannato sigaro! Ma te lo vuoi cacciare in testa che qui dentro è vietato fumare? –
Queste paroline cortesi, pronunciate a squarciagola e con un tono non esattamente amichevole provenivano dalla stanza del capo.
Doveva davvero essere un cane da tartufo per accorgersi del profumo del mio cubano in mezzo a tutta quella puzza.
- Prima o poi ci riuscirai, Mac, a fargli scoppiare le coronarie –
Eddie era un ragazzone irlandese, con i capelli rossi e il volto pieno di lentiggini; noi lo chiamavano affettuosamente Slim, per via di quei trenta o quaranta chili di troppo che si portava a spasso.
Spensi il sigaro con un sospiro.
- E’ impossibile concentrarsi, in questo casino. Se questi stramaledetti rapporti hanno aspettato per un mese possono restar qui ancora una settimana. Alla fine, saranno sempre più freschi delle uova di Burt. Prendi le chiavi della macchina, Slim, che andiamo a fare il giro dei clienti –.
Il “giro dei clienti”, così chiamavamo il salutino che, più o meno quotidianamente, andavamo a fare ai nostri più affezionati interlocutori: spacciatori, magnaccia, ladruncoli e piccoli truffatori che avevano sempre una gran voglia di raccontarci qualche cosa di interessante.
Perché noi avevamo modi gentili di chiederlo.
Verso mezzogiorno aveva finalmente smesso di piovere e potei dunque scendere da Burt a mangiare qualcosa.
Il locale di Burt non era diverso da quelli che si trovano sulla Terra nei pressi di ogni stazione di polizia: una cassiera carina – ma neanche tanto – un cuoco cinese tutto sudato, degli hamburger da fare schifo ed una clientela altamente selezionata di sbirri.
Mentre mandavo giù una birra ripensavo a quello che mi aveva detto il capo; la solita tiritera fatta di rapporti che aspettano da un mese, di “tieni acceso quel maledetto cellulare”, di “ti sbatto a dirigere il traffico” ed altre amenità assortite.
Il capo era un brav’uomo, grosso come una montagna, irascibile come un coyote affamato ed alle prese con una brutta gastrite che, a sentir lui, peggiorava ogni qual volta gli capitava di avere a che fare con me.
Ma, in fondo, era buono come il pane; molto in fondo.
Mars City gli dava un gran daffare perché, effettivamente, non era un luogo che potesse considerarsi tranquillo.
All’inizio della colonizzazione quassù era arrivata una gran massa di delinquenti, gente che aveva creduto che, nello scambio con Sing-Sing o Alcatraz, avrebbe avuto qualcosa da guadagnare.
Soltanto dopo qualche decennio la città aveva cominciato a popolarsi di un altro genere di persone: cuochi, commercianti, imprenditori, ballerine, medici, avvocati; la cosiddetta società civile (se si escludono gli avvocati).
Noi poliziotti c’eravamo sempre stati, fin dall’inizio ed in gran numero e, comunque, non eravamo mai stati abbastanza.
- Ancora uova fritte? – chiese Burt con quel suo tono gentile che ben si attagliava al livello della sua clientela.
- Ma questa volta cerca di usare il burro, invece del solito lubrificante: il medico mi ha detto che ho più idrocarburi io nel sangue che una Plymouth nel carburatore – risposi con altrettanta cortesia.
Burt provò a protestare, a tirar fuori baggianate come “il cliente prima di tutto”, “la professionalità decennale” e roba del genere, ma io lo interruppi subito:
- Sì, va bene, va bene; è dì a quel muso giallo di là in cucina di controllare che le uova non siano scadute da più di una settimana -.
Mi alzai, andai alla cassa a scambiare due parole con Bessie, le domandai per l’ennesima volta che accidenti ci facesse una ragazza carina in un locale come quello; lei, al solito, mi rispose che era un modo onesto di mettere insieme qualche dollaro alla fine del mese.
Ingoiai le uova: o c’era cascata dentro una scatola di cerini, oppure non erano affatto fresche.
Quando, tre ore dopo, la sveglia prese a cantilenare il suo insopportabile beep-beep, mi tirai su da quella specie di cuccia che qualcuno, un tempo, aveva forse chiamato letto, accesi il fuoco sotto la caffettiera e cacciai la testa sotto la doccia.
Buttai giù un caffè e due aspirine e mi infilai il vestito della sera prima, ancora umido per la pioggia; a proposito: pioveva ancora, ovviamente.
Mi annodai in qualche modo la prima cravatta che mi capitò a tiro, mi infilai in tasca il revolver e mi diressi alla centrale.
- Oh, è arrivato Maccallan –
- McEnzie, idiota, mi chiamo McEnzie –
- Non pensavo al tuo nome, ma a quello che hai mandato giù ieri sera, e in misura abbondante si direbbe, a giudicare dalla tua faccia! –
- Sì, d’accordo, molto divertente. Novità? –
- Nessuna, a parte che il capo non ti trova da due giorni e ti vuole parlare. Ma questa non è una novità, vero? –
- Vaffanculo, Martin -.
Avete presente i romanzi d'appendice?
Sì, quelli che venivano pubblicati - in appendice, appunto - sui quotidiani o sui settimanali di fine secolo (non lo scorso, l'altro: qui si invecchia e i secoli con i quali fare i conti aumentano...).
Allora ho pensato: perchè non scrivere un blog-racconto d'appendice?
Mica un romanzo, bisognerebbe essere romanzieri, ma un racconto... forse è allla mia portata.
Personalmente, di racconti ne ho scritti tre o quattro, anzi: tre o quattro metà (o tre o quattro tre quarti).
Siccome io son tutto fuorchè un letterato, ho scritto tre quarti di racconti di genere.
Di quelli con gli stilemi classici di, appunto, un certo genere di narrativa (che so, il poliziesco, l'avventuroso, il sentimentale, la fantascienza, il fantasy e via dicendo).
Non si tratta di letteratura, ovviamente, ma di un gioco (più divertente per chi scrive che per chi legge, credo): come tutti i giochi, non è da prendere troppo sul serio.
Mi sono cimentato nel genere poliziesco, stile - absit injuria verbis - Mickey Spillane, per intendersi.
Il racconto che vi propongo, al momento, non è, ovviamente, finito.
Non è neppure a tre quarti: forse nemmeno a metà.
E neanche vi garantisco che lo terminerò (dipenderà dal tempo e dalla voglia).
Però, siccome di roba scritta ce n'è abbastanza, credo di essere in grado di incominciare.
Quanto allla cadenza della pubblicazione, non credo che potrò mantenerne una troppo precisa: magari usciranno due o tre puntate di fila, poi nulla per una settimana: è una questione di organizzazione che va troppo al di là delle mie capacità di previsione.
Come vedrete, i brani saranno brevi o brevissimi.
Beh, ora basta con le chiacchiere: ecco il primo assaggio.
MARS CITY - Un racconto lungo a puntate di Barbalbero.
L’asfalto era di un nero lustro.
La luce gialla del lampione vi scivolava creando strisce di liquido pallore, che si intrecciavano con le spire di fumo vaporoso che salivano sinuose dalle grate dei tombini.
Nell’aria un odore di immondizia, di pesci, di frittura e di gasolio: l’odore di Mars City, per chi l’ha sentito almeno una volta e non può dimenticarlo.
Il silenzio fu rotto dal clangore di un bidone di rifiuti rovesciato da un gatto maldestro, un suono come di antiche armi di antichi guerrieri.
Poi, nuovamente il silenzio e lo scalpiccio dei miei passi annoiati, passi di uno che non ha una meta precisa; a quell’ora, probabilmente, anche Homer’s stava tirando giù la saracinesca, il che significava che a Mars City era ora di andare a dormire, definitivamente.
Allontanai con un calcio un ratto troppo intraprendente, una bestiaccia immonda, pensai, ma, in fondo, io e lui non eravamo poi così diversi: entrambi avevamo l’abitudine di restare in giro a razzolare nella notte, quando tutti gli altri erano già da un pezzo sotto le coperte.
Odiavo quel luogo, quella città, ma, in particolare lo detestavo quella sera, anche perché il triplo cheeseburger di Cheng mi era restato sullo stomaco: possibile che, in tutta Mars City, non si possa mandar giù un panino che non sia completamente affogato nella salsa di soia?
Si mise a piovere: una pioggia sottile, insistente; sollevai il bavero dell’impermeabile e mi calcai il cappello sulla testa.
Ficcai le mani nelle tasche e mi decisi a dirigermi verso casa: mi aspettavano tre o quattro chilometri a bagnomaria; impensabile trovare un taxi, a quell’ora.
Città di merda, pensai.
Attenzione: questo è un post molto scorretto, frutto di una visione becera dei rapporti tra le persone; nei Paesi di cultura anglosassone la sua pubblicazione potrebbe essere considerata reato, nonché originare una class-action da parte delle organizzazioni rappresentative delle donne, delle persone anziane e della minoranza cinese. Per questa ragione, se ne sconsiglia la lettura ai minorenni, ai terzomondisti, agli ambientalisti, ai francescani, ai comunisti in genere, nonché, ovviamente, alle donne, ai vecchi ed ai cinesi.
In questi giorni, a cagione del fatto che la mia motocicletta è in officina per fare il tagliando, per spostarmi sto utilizzando l’automobile.
Tutto ciò, naturalmente, produce pessimi effetti sul mio umore, per la banale ragione che non sopporto il traffico.
Considerato che mi reco presso il mio studio intorno alle sette della mattina e che non l’abbandono, di regola, prima delle otto di sera, i miei spostamenti avvengono quando il traffico cittadino non è particolarmente intenso e, tuttavia, intenso quanto basta da rendermi alquanto nervoso.
Molti sono convinti che il traffico sia la conseguenza dell’elevato numero di veicoli, rapportato alla capienza delle strade ed alla necessaria organizzazione dei flussi veicolari.
Non è così.
Il traffico è il risultato dell’incapacità diffusa di guidare l’automobile.
Di tanto sono sempre stato convinto, ma la prova definitiva me l’ha fornita proprio l’esperienza di questi giorni.
Come detto, mi muovo quando il traffico potrebbe essere scorrevole, perché il numero di mezzi in circolazione è abbastanza ridotto: ciò non di meno, si riesce ugualmente a stare in coda, a perdere semafori verdi ed a rimanere imbottigliati in situazioni del tutto assurde.
La causa di tutto ciò è, invariabilmente, il rimbambito di turno.
Il rimbambito è figura che, malauguratamente, costituisce percentuale significativa all’interno della categoria degli automobilisti (e dei conducenti di veicoli, in generale).
In pratica, i conducenti possono inquadrarsi nell’ambito di tre sotto-specie: gli imprudenti, i rimbambiti e quelli che hanno capito come si guida un’automobile nel traffico.
Gli imprudenti sono coloro che viaggiano a velocità troppo elevata, sorpassano a destra, svoltano improvvisamente senza mettere la freccia e passano con il semaforo rosso: sono pericolosi anche se, di regola, non provocano un elevato numero di sinistri: quando lo fanno, tuttavia, spesso si tratta di eventi dalle conseguenze alquanto gravi.
Ad eccezione delle volte in cui causano un incidente, gli imprudenti non sono produttivi di ingorghi, code e, in generale, di traffico congestionato.
I rimbambiti sono, sostanzialmente, individui ignari del fatto che, oltre a loro (davanti a loro, dietro di loro, al loro fianco), sulla strada ci sono decine e decine di altre persone.
A causa della convinzione di essere gli unici utilizzatori delle pubbliche vie, essi vi si soffermano, immobili e titubanti, incuranti di quanto accade intorno a loro: scatta il verde, ma il loro tempo di reazione è pari a quello di un bradipo; sono perennemente incerti in ordine alla direzione da prendere (“… Dunque, qui devo girare a sinistra… mi pare… o forse a destra?… No, diritto, è al prossimo semaforo che devo svoltare. … Ma a destra o a sinistra?”); hanno costantemente problemi con l’autoradio, che risintonizzano di continuo (e, per farlo, naturalmente, si fermano o rallentano in maniera esasperante; nel bel mezzo alla carreggiata); concedono la precedenza a chiunque, alla sola condizione che, costoro, di tale diritto di precedenza non godano affatto; si intrattengono in interminabili conversazioni telefoniche durante la guida, del tutto disinteressati a quel che accade intorno a loro (il semaforo è diventato verde, la coda si è sbloccata, la signorina ha finalmente terminato le centodue manovre che le sono risultate necessarie per parcheggiare la sua Smart in uno spazio ove si sarebbe potuto collocare con facilità una bisarca e la strada è di nuovo libera e via discorrendo); gli è – evidentemente – rotolato qualcosa di ingombrante sotto il pedale dell’acceleratore e, per quanta pressione essi esercitino, il loro veicolo non riesce a superare i trenta chilometri all’ora; parcheggiano studiatamente in ogni luogo ove possano creare grave intralcio alla circolazione, anche in prossimità di stalli di posteggio liberi, convinti che sia sufficiente azionare le quattro frecce per smaterializzare il loro veicolo.
La categoria dei rimbambiti è trasversale, senza distinzione di età, razza, sesso, religione e convinzioni politiche; tuttavia, innegabilmente, vi sono tre categorie di soggetti che, statisticamente, ne costituiscono la stragrande maggioranza: le donne, i vecchi ed i cinesi.
Non tutte le donne, non tutti i vecchi e non tutti i cinesi: qualche rara eccezione c’è.
Ma rara.
Le donne hanno delle priorità tipiche: prima vengono il truccarsi e il pettinarsi (il loro specchio retrovisore punta invariabilmente verso il viso del conducente), poi l’osservare le vetrine, solo alla fine c’è il levare dai coglioni la loro macchinetta di merda e cercare di assecondare il flusso della circolazione (che, se non l’hanno notato, si sta muovendo).
Inoltre, il fatto che la vettura si muova evidentemente le spaventa: diversamente non si spiegherebbe la ragione per la quale, quando hanno terminato con il maquillage, seguitino a procedere a passo d’uomo (anzi: di donna) come se non riuscisse loro di innestare una marcia superiore alla prima.
C’è, poi, il problema delle dimensioni della vettura, per il quale la strada o il passaggio sono sempre troppo stretti e l’automobile è sempre troppo larga; tre corsie autostradali sgombre risultano, sovente, appena sufficienti per il transito della loro micro-utilitaria.
Se, appena appena, c’è una macchina parcheggiata in seconda fila, la donna si ferma e suona istericamente il clacson indirizzando improperi irriferibili (e niente affatto femminili) allo sventurato conducente, il quale ha un bel dire che, nello spazio rimasto a disposizione, ci passerebbe la Queen Elizabeth (ed è invariabilmente vero): niente, la signora rimane lì, piantata come una guardia della Regina davanti a Buckingham Palace, finchè l’altro non rimuove l’insormontabile ostacolo.
Poi ci sono i vecchi.
Sostanzialmente, si tratta di individui che hanno tre problemi: un cappello che ne ostacola la visione, nessuna fretta e la reattività di un bue sotto anestesia totale.
Si tratta di tre condizioni irreparabili.
Il cappello è certamente saldato alla loro circonferenza cranica, al punto che – ne sono del tutto persuaso – essi ci vanno anche a dormire (“che, poi, di notte – oh – ci fa freddo e se mi busco un raffreddore alla mia età…”).
Non hanno fretta perché, sostanzialmente, sono in pensione e non hanno assolutamente un cazzo da fare: partono alle sette meno dieci da casa loro perché, all’una, devono passare a ritirare il nipotino all’uscita da scuola.
La scuola, naturalmente, è a tre isolati di distanza, ma può sempre capitare un imprevisto.
E l’imprevisto, puntualmente, capita, visto che, in effetti, arrivano di fronte all’istituto scolastico quando lo scolaretto è ormai rimasto solo e, in lacrime, già si prefigura un’esistenza da Oliver Twist.
Del resto, procedendo a quindici chilometri orari, concedendo precedenze a destra e, soprattutto, a manca, risvegliandosi dal torpore fisiologico ogni venti minuti e restando lucidi soltanto per i successivi due, tre isolati diventano una distanza siderale.
Quanto alla lentezza dei riflessi, la natura è implacabile: madre e matrigna.
Molti si sforzano di spiegare loro – non sempre con modi ineccepibili – che ci sono gli autobus; niente da fare, oltre alla fisiologica lentezza, bisogna tener conto anche dell’Halzheimer
Infine, i cinesi.
Per loro il discorso è breve: non sanno guidare la macchina.
Vengono da un Paese dove – fatta eccezione per qualche grande città- il mezzo di locomozione è il mulo; i più avventurosi e tecnologicizzati utilizzano – con estrema prudenza – la bicicletta.
Mettiamoci nei loro panni: catapultati nel roboante sabbah del traffico di Milano, seduti su queste astronavi con tre pedali (che è proprio un’esagerazione: già la bicicletta ne ha due e sembrano troppi se si considera che il mulo non ne ha affatto).
Per non parlare di tutti quei pulsanti e quelle leve (che, infatti, non utilizzano: niente luci, niente frecce, niente tergicristallo e, soprattutto, una sola marcia: la prima).
La cultura cinese aborrisce le complicazioni; è una storia millenaria: vogliamo cambiarla noi?
Qualche giorno fa, su di un blog che è mia ferma intenzione incominciare a trollare a dovere (ed il suo tenutario sa bene il perchè), commentavo il post, tra l'indignato ed il deluso, del buon (?) Farfi, che osservava come votare la finanziaria, però precisando che il governo non è consono alle esigenze del Paese e prendendo, dunque, contestualmente le distanze da esso, fosse roba da Prima Repubblica, tipo le convergenze parallele ed il resto di tale vetusto (?) armamentario.
Lì dicevo, in buona sostanza, che l'amarezza per la tanto annunciata e mai troppo prematura caduta di Prodi era segno di troppa ingenuità e spiegavo perchè, secondo me, l'attuale governo avrebbe potuto essere archiviato soltanto a valle di una compiuta riforma del sistema elettrorale, in senso proporzionale.
Non sto a ripetermi: se a qualcuno interessa la mia opinione se la vada a leggere su Farfintadiesseresani (il link lo trovate più sopra, tra i blog della Contea; il commento è al post "Hanno ammazzato Prodi, Prodi è vivo") e, con l'occasione, trolli senza pietà.
Un paio di gorni dopo, ho avuto la conferma di averci visto giusto.
Il Cavaliere spariglia le carte e crea un partito nuovo (recte: mette un vestito nuovo a Forza Italia il che, in termini elettrorali, è dir la stessa cosa come ci ha insegnato il PCI-PdS-DS-PD) celebrando contestualmente le elezioni primarie (bulgare come quellle del PD), perchè la raccolta di sette milioni di firme in due giorni contro il governo altro non è, sotto il profilo semantico, che un plebiscito pro Berlusconi.
Tutto ciò, ovviamente, fa incazzare gli ex alleati della Casa delle Libertà, che minchioni non sono e che hanno perfettamente capito che Sua Emittenza "si prepara a correre da solo", come osservava - acutamente - ieri Piero Ostelliino sul Corriere della Sera.
E dovrà darsi atto che, per quanti consensi si possa pensare di raccogliere, correre da soli, con il sistema maggioritario sarebbe da imbecilli.
Dunque, Berlusconi sa che le prossime elezioni si terranno col sistema proporzionale e conta di uscirne come partito di maggioranza relativa.
Col che la Seconda Repubblica - che, in realtà, era la Prima col vestito nuovo - va a finire, credo definitivamente, nell'attaccapanni della politica.
E ciò non può che essere un bene, anzi: un benissimo.
Nell'universo parallelo che abito di giorno capita anche che il gadget sia un bonsai.
Me lo porgono sorridendo, dentro a un sacchetto di carta, e mentre torno in ufficio penso che se lo porto a casa il gatto lo pelerà alla velocità della luce e se lo piazzo lontano dalla sua portata morirà senz'altro di sete, dimenticato su una mensola al soffitto.
I colleghi declinano l'offerta: chi ha il gatto, chi non ha il pollice verde, chi va via spesso.
Vorrebbero tanto, dicono tutti, ma non possono.
«Potrei tenerlo in ufficio» dico.
«Sarebbe un peccato farlo morire» dicono «Qui c'è troppo caldo, poca luce, l'aria troppo secca, e chi lo pota? e sabato e domenica?».
Lo piazzo di fianco alla mia scrivania e lo tengo qui, troppo al caldo, con poca luce, l'aria troppo secca e troppi impiccioni che manifestano fragorosamente il loro dissenso.
Oggi il silenzio è sbocciato.
Dopo venti giorni, tre fiorellini bianchi hanno tappato la bocca a tutti.
Domani porto in ufficio anche il mio giardino zen.
"Riportala dal ciclista" mi diceva la mia mamma, quando - spesso - mi presentavo con due o tre nuove sbucciature e reggendo in mano un qualche pezzo della mia biciclettina (il manubrio, piuttosto che una ruota o qualcos'altro).
Prima, però, mi medicava le ferite (e, se andava bene, era acqua ossigenata - che comunque brucia, altrochè se brucia - altrimenti alcool o la famigerata tintura di iodio; in quel tempo - come scriverebbe un evangelista - i disinfettanti indolori non li avevano ancora inventati).
Il babbo, un chimico industriale, mi spiegava anche perchè: "In realtà ne esistono, ma la gente non li compera perchè ha la sensazione che, se non bruciano, neppure disinfettino"; forse è stato da allora che ho incominciato a trovare insopportabile la gente.
Poi, sistemati i cerotti, andavo dal ciclista.
Per me, la parola ciclista, individuava un solo soggetto: il meccanico delle biciclette; sì, c'erano anche i corridori ed io li conoscevo benissimo (Gimondi, Motta, Dancelli, Merckx), che poi, in effetti, erano i veri ciclisti.
Anzi no: il vero ciclista era il meccanico; gli altri erano i corridori o, al massimo, i corridori ciclisti.
Io avevo una Graziella blu, ereditata da mio cugino Pinuccio (vi ho mai parlato di mio cugino Pinuccio? Forse sì, in qualche vecchio post. Adesso non posso stare qui a dilungarmi, vi basti sapere che, com'era costume nelle famiglie dell'epoca, essendo io più picolo di età, da lui ereditavo di tutto: pantaloni, cappotti, scarpe e, appunto, biciclette).
La Graziella - per chi non ne ha mai vista una - era una bicicletta assai poco virile, con le ruote piccole ed una canna diagonale che, semplificando, andava più o meno dal manubrio al mozzo posteriore.
La canna, al centro, aveva una cerniera: aprendola, la bicicletta si poteva ripegare in due come una fetta di prosciutto, e mettere, se non in un panino, quantomeno nel bagagliaio di un'automobile.
Nonostante tutto, però, era pur sempre la mia bicicletta ed io, in fondo, le volevo bene.
Il ciclista stava in via Eustachi, a breve distanza da casa mia.
Era difficile sbagliarsi; davanti alla bottega, sul marciapiedi, c'era un sovraffollamento di biciclette: ce n'erano in numero tale che si può escludere potessero, a fine giornata, essere tutte ricoverate nell'angusta officina.
Dove riponesse, di notte, il ciclista, tutte quelle biciclette, per me è sempre rimasto un mistero.
Comunque, tutto ciò contribuiva ad aumentarne il fascino.
Il ciclista era un tizio allampanato, con un paio di occhiali con due fondi di bicchiere al posto delle lenti: di quegli occhiali che fanno apparire piccoli piccoli gli occhi di chi li indossa e, diciamocelo, conferiscono una certa aria da idiota.
Ma lui, il ciclista, era tutt'altro che idiota: avreste dovuto vedere con quale maestria smontava cambi da diciotto rapporti, li sistemava e, infine, li rimetteva perfettamente al loro posto; dopo il trattamento, la bicicletta - che metteva a gambe all'aria come un gatto cui si voglia grattare la pancia - suonava come un violino.
Faceva girare la ruota posteriore e quella faceva soltanto un lieve zzzzzzzzzzzzzzz e, intanto, lui cambiava le marce e loro tlac entravano che era un piacere; e la ruota seguitava: zzzzzzzzzzzzzzzz...
Io stavo lì a guardarlo, a bocca aperta, e, adesso che ci penso, probabilmente l'espressione da idiota dovevo avercela proprio io.
Il ciclista indossava sempre una tuta blu, variamente chiazzata di grasso scuro; anche le sue mani erano scure: anzi nere.
Ovviamente, appena arrivavo mi tendeva la mano ed io gliela stringevo orgoglioso (anche perchè, in effetti, non è che le mie fossero più pulite).
"Che cos'è successo questa volta?" mi domandava; più per cortesia che per altro, perchè, intanto, si era già impadronito della bicicletta e già aveva capito che cosa c'era da fare.
Di solito, la colpa - della caduta e del conseguente guasto - era del contropedale.
La Graziella, infatti, aveva il famigerato freno a contropedale: se uno pedalava all'indietro (e chi di noi non l'ha fatto, dopo aver preso un bell'abbrivio e non avendo altra ragione di andare in giro in bicicletta se non quella, appunto, di andare in giro in bicicletta?) la bici inchiodava selvaggiamente.
Ed io, naturalmente, ruzzolavo alla grande.
Oh, mica mi è capitato una volta sola; eppure lo sapevo del contropedale: lo usavo per frenare!
Però, poi, finiva che mi guardavo in giro, ero soprappensiero e trac una bella contropedalata (e, ineluttabilmente, trac una bella inchiodata e, altrettanto ineluttabilmente, patatrac un bel volo dalla bicicletta).
La bottega del ciclista era una vera e propria spelonca; la luce era sempre fioca e le pareti scure ricoperte di ogni cosa (attrezzi, biciclette, copertoni e via discorrendo).
Era piena di angoli bui, al riparo dei quali poteva celarsi ogni cosa, anche la più innominabile.
Un filo elettrico, con attaccata una lampadina, pendeva dal soffitto proprio sopra il punto in cui il ciclista rigirava le biciclette per ripararle, un po' come in una sala operatoria (salvo che per l'odore di gomma e di lubrificante).
Alla fine, gli lasciavo la mia biciclettina; "Passa tra una settimana" mi diceva "che dovrebbe essere a posto".
Tempo che guarissero le mie sbucciature e la mia bicicletta era pronta per essere riutilizzata.
Il tutto, in media, al costo di trecento lire: un prezzo modesto anche soltanto per averci passato un quarto d'ora, dal ciclista, altro che per aggiustare una bicicletta.