Interrompo il silenzio dopo oltre otto mesi, anche se solo per una breve toccata e fuga.
Le occasioni di scrivere qualche cosa, durante tutto questo tempo, non sono certo mancate e la tentazione, talvolta, è stata grande.
Tuttavia, vi ho sempre resistito, per un’infinità di ragioni (che son poi quelle che mi hanno determinato ad abbandonare questa pagina virtuale).
Oggi la notizia è ghiotta e, complice il buon umore dovuto all’ennesima caduta del governo (?) Prodi (questa volta alla Camera, il che vorrà pur dire qualche cosa), mi concedo questa piccola infrazione alla regola che mi sono imposto.
Intendiamoci, non stiamo parlando di un fatto clamoroso, di quelli che impongono di manifestare il proprio pensiero (di opportunità, in tal senso, ce ne sono state, ma ho sempre accuratamente evitato di coglierle).
In realtà, più che di notizia potrebbe parlarsi di fatterello, quasi di gossip (l’uso del termine è studiato: quando si fa del pettegolezzo si è delle portinaie, quando si fa del gossip si è dei giornalisti).
Ma veniamo al sodo (anche perché mi ero ripromesso di essere sintetico): il cardinale Maggiolini non digerisce le zucche.
Riporto quanto testualmente attribuito all’illustre prelato dal Corriere della Sera (foglio propagandistico che ho smesso di leggere dall’editoriale elettorale di Paolo Mieli a favore di Romano Prodi, ma del quale mi capita di scorrere la prima pagina di primo mattino, al bar, mentre faccio colazione): “Le zucche? Buone per farci i tortelli. O le frittelle”.
La domanda, ovviamente, non è perché la Chiesa si occupi di agro-gastronomia: il bersaglio dell’ex vescovo di Como è, in realtà, la festa di Halloween.
Tutto nasce da una presa di posizione di Umberto Bossi (altro buontempone), il quale stasera festeggerà, in qualche recesso della Padania, il capodanno celtico.
Già in passato esponenti di spicco della Sposa di Cristo avevano avuto occasione di eccepire rispetto ad Halloween (una festa che, qui da noi, non è mai stata tradizionale e che soltanto recentemente ha preso un certo piede per ragioni chiaramente consumistiche).
Oggi il cardinale Maggiolini torna sull’argomento, cogliendo al volo l’opportunità offertagli dal Senatur.
E perdendone un’altra: quella di tacere.
La festa di Halloween ha radici celtiche e, effettivamente, costituì nell’antichità, per i popoli dell’Europa centrale, una sorta di capodanno: la porta dell’inverno, in buona sostanza.
Si trattava di un rito religioso e mistico, legato ai cicli vitali della terra e delle stagioni.
Una tradizione che né i Romani (quelli antichi) né la Chiesa cattolica (eterna e, dunque, rispetto alla quale parlare di antichità piuttosto che di modernità costituirebbe un perfetto fuor d’opera) sono riusciti ad estirpare e che è rimasta viva (obliterando totalmente il proprio originario significato) nei Paesi di cultura anglosassone e protestante.
Oggi come oggi, Halloween è, semplicemente, una innocua e goliardica ricorrenza, assimilabile al nostro Carnevale; null’altro che una simpatica occasione per far divertire i bambini (e divertirsi insieme a loro).
Non so se ciò che urta il cardinale Maggiolini sia il divertimento in sé o se davvero egli seguiti ad intravvedere nella festa delle zucche un paganesimo strisciante o che cos’altro ancora.
Per la verità, neppure mi importa.
Mi chiedo, invece, se gli alti prelati non abbiano faccende più urgenti ed importanti cui dedicarsi: la fame, la guerra, l’oppressione che attanagliano ben più della metà della popolazione mondiale non sembrerebbe, ad esempio, un argomento che necessita impellentemente di cure pastorali?
Guardando in casa propria, la Chiesa non dovrebbe piuttosto avvertire come prioritarie questioni quali il declino del cristianesimo nella civiltà occidentale, la crisi delle vocazioni e la rimonta dell’Islam (per non parlare dei culti esoterici e di tutte le altre strampalate soluzioni elaborate in risposta alla perdurante esigenza umana di sacro e trascendente)?
L’illustre prelato, tuttavia, trova tempo e voglia per dedicarsi alle zucche di Halloween, che meglio vedrebbe utilizzate per il confezionamento di tortelli e frittelle.
Dimostrando di ignorare che tali zucche, in realtà, non sono quelle mantovane (fitte di polpa soda come il mattone, per chi ha mai provato ad intagliarne una): sono, all’interno, vuote, salvo che per una manciata di semi, sì da poter essere agevolmente trasformate in quella che, in Toscana, chiamano la Morte Secca.
Zucche vuote, Monsignore: come la Sua.