"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

giovedì, febbraio 22, 2007
GODIMENTI IMPRUDENTI

La giornata di ieri mi ha procurato due intensi godimenti.
Due piaceri effimeri, lo so, legati a due verdetti - purtroppo - non definitivi.
Napolitano, con ogni probabilità, se ne  verrà fuori con un Prodi-bis che sarà certamente peggiore - l'impresa è ardua, ma il condottiero felsineo è capace di tutto - del Prodi e basta.
L'Inter, con ogni probabilità, finirà per conquistarsi la qualificazione a Valencia (del resto, è la squadra degli onesti e, il Vangelo ed i film americani, mi hanno insegnato che, alla fine, il bene trionfa sempre).
Gaudeamus igitur, dunque, fintanto che gli eventi non ci ricondurranno alla dura realtà.

Postato da: barbalbero a 08:09 | link | commenti (4)

lunedì, febbraio 05, 2007
BEGLI STRUZZI

Tra venerdì sera e stamattina ho, per amore o per forza, dovuto ascoltare una tal serie di idiozie che mi è impossibile reprimermi.
Il terreno è minato: come lo rigiri, l’argomento ti espone a passi falsi.
I risvolti sono infiniti, bisognerebbe porre una serie di distinguo per evitare di essere giudicati insensibili al caso umano, del tutto sforniti di quella pietas che la nostra cultura individua come elemento discriminante tra l’Uomo e la bestia (che non necessariamente è un animale).
In questo fine settimana ho udito molte analisi, da parte di giornalisti, politici, magistrati, sacerdoti, uomini delle forze dell’ordine: nessuna mi ha dato la sensazione di cogliere i nodi del problema e di pervenire alla corretta sintesi delle questioni.
Venerdì sera, a Catania, è accaduto un fatto che appartiene alla quotidianità; a costo di apparire cinico, propongo una prima chiave di lettura: si è trattato di un infortunio sul lavoro.
Ogni giorno, in Italia, muore un operaio in una fabbrica o un muratore in un cantiere.
La lista di poliziotti e carabinieri caduti nello svolgimento del loro compito è lunga, interminabile, e non data un mese o un anno.
Non siamo, cioè, né al cospetto di un fatto insolito, né di fronte ad un fatto nuovo.
Un certo pensiero dominante affetta sgomento, domandandosi retoricamente (nel senso più deteriore) a che punto è arrivata la nostra società se, in dipendenza di un fatto gioioso come lo Sport (la maiuscola sta tutta nella testa di chi la pensa così), si deve assistere alla morte di un uomo.
Questa pseudo-analisi prescinde del tutto dal considerare quale sia la vera matrice di quanto accaduto venerdì sera a Catania.
La guerriglia scatenata dai facinorosi catanesi (catanesi solo perché il fatto è accaduto a Catania) non ha nulla a che vedere con il calcio: la partita è un puro catalizzatore, nel senso che offre un’occasione.
L’occasione di ritrovarsi raggruppati, nel medesimo luogo, in un considerevole manipolo di persone, sotto un vessillo identitario ed, ivi, di vedersi fronteggiati da una schiera di persone appartenenti ad una diversa fazione e da un nutrito gruppo di uomini delle forze dell’ordine.
Lo scopo di quelli che molti insistono a definire ultras (con ciò instaurando una relazione del tutto impropria con il tifo calcistico) è di cercare la rissa.
La partita di calcio offre questa opportunità: se non ci fosse, questo genere di regolamento di conti si realizzerebbe in altri contesti (penso alle bande giovanili dei quartieri popolari newyorkesi, per esempio, che si fronteggiano sul territorio urbano).
La prospettiva va, allora, rovesciata: il problema non è il calcio, bensì la possibilità di una convivenza civile.
La tendenza delle persone – soprattutto, ma non tassativamente, di quelle meno assistite da una minimamente decorosa base culturale – è di formare un gruppo: è un gruppo quello dei compagni di scuola che si scelgono un bersaglio (di solito l’alunno meno inserito, più problematico) da vessare; è un gruppo quello dei militari di leva che rendono infernale l’esistenza della recluta; è un gruppo quello che violenta la ragazza sola.
A questi fenomeni abbiamo da tempo dato un nome: bullismo, nonnismo, branco.
Il gruppo compensa la nostra debolezza, ci fa sentire invincibili, ci autorizza a compiere i gesti più ignobili.
Domandiamoci, allora, perché c’è questa tendenza, se essa è insita negli uomini e perché.
Oppure limitiamoci a pensare – comodamente – che la responsabilità di quanto accade è il frutto della passione calcistica, fermiamo il campionato e convinciamoci di avere risolto il problema.
Ogni giorno, in Italia, muore una decina di persone per incidente stradale: qualcuno ha mai pensato di vietare la circolazione delle automobili?
Certamente, se i veicoli non circolassero, nessuno più perderebbe la vita negli incidenti; se non si costruissero case, nessuno precipiterebbe più dalle impalcature; se non si fabbricassero tubi d’acciaio, nessuno resterebbe sepolto sotto una colata.
Ma il fatto è che gli incidenti automobilistici non sono colpa della circolazione stradale, che gli infortuni sul lavoro non sono colpa del lavoro: la colpa è il mancato rispetto, da parte delle persone, dei criteri di prudenza (e di legge) che dovrebbero orientarle nei loro comportamenti.
La colpa è di chi spinge la propria vettura a duecento chilometri all’ora, di chi si fa un baffo della precedenza, di chi lascia che i propri operaio lavorino su macchine prive delle dotazioni anti-infortunistiche, e via discorrendo.
Mi pare, cioè, che sfugga – e non poco – il criterio di responsabilità.
In una cultura dominata da un – del tutto malinteso – senso di democrazia, si sviluppa la necessità di rimuovere l’idea del male: la responsabilità deve, per forza, divenire collettiva – e, possibilmente, molto astratta – perché il personalizzarla crea inaccettabili – per qualcuno – discriminazioni.
E’ evidente che, se ci sforziamo di attribuire l’origine di una certa delinquenza all’ingiustizia di fondo che caratterizza la nostra società, diventa problematico punire il colpevole di turno.
E, infatti, da un quarto di secolo più o meno (mi sentirei di datare al 1981 – c.d. legge di depenalizzazione – l’inizio formale di questa tendenza legislativa) si sono moltiplicati gli sforzi del nostro Parlamento di evitare che i responsabili dei reati vengano effettivamente puniti.
Al carcere vengono sostituite le sanzioni alternative (pene pecuniarie, affidamento ai servizi sociali, regimi di semi-libertà o semi-detenzione – a seconda della prospettiva); la stragrande maggioranza delle contravvenzioni diventano oblabili (ovverosia, se paghi subito e senza contestazioni, paghi soltanto un terzo dell’ammenda) e buona parte dei delitti sono patteggiabili (cioè, se ti dichiari colpevole, godi di colossali sconti di pena che, il più delle volte, ti evitano completamente un pur breve soggiorno nelle patrie galere – e, per fare un esempio significativo, l’omicidio colposo rientra tra questi reati).
In tutto questo, oltre che la descritta impossibilità culturale di accettare l’idea della colpa personale, della malvagità personale (in un certo senso del peccato), gioca un ruolo fondamentale anche l’incapacità endemica e storica dello Stato di organizzare e gestire efficientemente il sistema carcerario.
E, infatti, l’inevitabile corollario di questa situazione è costituita da un’infinita serie di condoni, indulti ed amnistie che si sono freneticamente succeduti nell’ultimo ventennio.
Tutto ciò senza contare l’inevitabile effetto-boomerang di questo dissennato approccio al tema della – grande e piccola, ma soprattutto piccola – criminalità: il diffondersi tra i cittadini di una sensazione (spesso, poi, confermata dall’esperienza personale) di assoluta impunità.
Così si spiega la risata beffarda che uno scalmanato (leggasi ultrà, per chi è ancora tanto gonzo da utilizzare questo termine) qualche mese fa ha pubblicamente riservato alla vittima di Catania (che lo aveva fatto processare), ancora nell’aula del Tribunale, dopo avere appena patteggiato la pena (e, dunque, dopo avere, nell’ordine: 1) commesso un delitto; 2) non essere stato arrestato - mancava la flagranza - 3) non essere stato preventivamente incarcerato - mancavano i presupposti di legge - 4) essere stato processato - un’oretta al massimo di perdita di tempo a Palazzo di Giustizia-; 5) essere stato rimandato a casa con le proprie gambe).
In un simile contesto, ieri sera sentivo giornalisti che invocavano la soluzione inglese, dove “non ci sono avvocati che ti fanno uscire di galera”.
Un altro esempio di sconclusionata applicazione del criterio di responsabilità: di galera ti fa uscire il magistrato (le sentenze non le fanno gli avvocati e, di galera, si esce – o non si entra – per sentenza, non per arringa); i magistrati sono tenuti ad applicare la legge e, quindi, anche laddove avessero una voglia matta di sbattere dentro l’imputato, nei fatti non potrebbero).
La soluzione inglese, insomma, ancora una volta non è calcistica: è legislativa, ad ampio spettro.
L’hooligan che insulta (dico insulta, non schiaffeggia) il poliziotto va in galera esattamente come l’ubriaco che, la stessa cosa, la fa all’uscita del pub: gli inglesi, con una legislazione penale severa, non intendono replicare al problema del calcio, intendono replicare al problema della criminalità.
Tra pochi giorni l’assassino che, qualche anno fa, uccise - volontariamente - un tifoso genoano allo stadio, terminerà di scontare la pena.
Dico terminerà di scontare la pena e non uscirà di galera perché, di galera, è già uscito da un pezzo.
Per il delitto di omicidio volontario la pena è stata: tre anni di carcere e due di semilibertà (di giorno sei fuori e di notte vai a dormire in cella).
Facendo una sintesi: quattro anni di detenzione.
Io penso che, se hai una moglie veramente insopportabile, puoi anche pensare di investire quattro anni della tua esistenza per liberarti definitivamente del problema.
Se il tifoso-assassino fosse stato un suddito della regina, avrebbe visto il sole a scacchi fino alla fine dei suoi giorni.
Che sia questo uno dei modi di arginare il fenomeno?
Oppure è più efficace chiudere gli stadi?
Certamente, chiudere gli stadi è di gran lunga più semplice e meno costoso.
Se una tendenza all’illegalità alberga nel cuore degli italiani (e può anche darsi), sicuramente essa non può che uscire rafforzata dalla mollezza della legislazione penale.
La legge penale vorrebbe – in tesi – istituire un binario entro il quale i comportamenti devono mantenersi affinchè la convivenza tra le persone possa definirsi civile.
A tutti noi il prossimo da un gran fastidio: il prossimo è quello che parcheggia nell’unico buco rimasto, è quello che ti è davanti nella coda alla cassa del supermercato, è quello che ti fa concorrenza negli affari, è quello che potrebbe far innamorare tua moglie (insomma: è un gran rompicoglioni).
Siccome l’uomo è un animale sociale (questo non l’ho detto io, ma uno sulla cui saggezza credo non sia lecito far discussioni) e siccome la società organizzata è garanzia, per l’uomo, di una migliore soddisfazione dei propri bisogni, tutti noi viviamo in branchi.
Il branco ha le sue regole, volte a conservarne l’assetto, ma non c’è di meglio che violarle per assicurarsi eccezionali vantaggi: in un regime anarchico, se è vero che, all’opportunità, io posso uccidere, è anche vero che posso essere ucciso.
In un regime disciplinato da regole, se io evado le tasse ricavo un grande beneficio e, ad esso, associo quello derivante dal fatto che gli altre le pagano (i servizi pubblici).
Per questo, se sgarro, sono punito e, per questo, il branco organizza un gruppo di controllori (le forze di polizia).
Se accade che, in un determinato gruppo sociale, la tendenza ad infrangere le regole è forte (magari anche perché il bilancio tra costi e benefici del vivere civile non è soddisfacente, o non è percepito come tale), matura un particolare odio per le forze di polizia.
Da anni, negli stadi (ma anche nelle manifestazioni studentesche, tanto per fare un esempio) si levano inni contro i tutori dell’ordine; da anni i gruppi di ultras cercano dichiaratamente lo scontro con la polizia (anzi, si recano allo stadio esclusivamente per questo motivo).
Questo è anche il caso di venerdì sera, a Catania.
Vogliamo provare a domandarci perché c’è tutta questa insofferenza per il vivere civile e per chi deve reprimere l’illegalità?
Vogliamo chiederci se lo Stato abbia, finora, fatto quanto possibile per ricambiare tutti cittadini (in termini, di servizi, di sicurezza, di assistenza) dello sforzo che, obiettivamente, questi devono fare per mantenersi nelle regole quando sarebbe molto più comodo (ed utile, e vantaggioso) trasgredirle?
Vogliamo domandarci se la progressiva dissoluzione dei valori tradizionali (patrocinata da un lato da identificabilissime fazioni politiche – che pensavano di scardinare la società capitalistica minandone le basi ideali – e d’altro lato dal mercato e dalla sua necessità di vendere, cioè di porre il possesso al vertice dei desideri e dei valori di ciascuno) ha qualcosa a che fare con tutto questo?
Vogliamo chiederci come si sente un genitore o un insegnante che si rende conto che la sua roca voce (che sussurra di impegno, di sacrificio, di senso di responsabilità, di senso del dovere, di onestà, di rispetto della parola data, di ossequio all’autorità) nulla può contro le sirene che strillano continuamente nelle orecchie dei loro figli e dei loro alunni e che propongono l’utopia di un mondo fatto di fit-ness, di status-symbol, di vacanze ai tropici, di canzonette, di ricchezza facile e di saranno famosi?
E se tutto questo ha qualcosa a che fare con il disagio sociale che sfocia nella violenza?
Oppure chiudiamo gli stadi, così – alle prossime elezioni - potremo vantarci di avere avuto il coraggio di assumere decisioni drastiche, di esserci resi personalmente impopolari nell’interesse superiore della Nazione.
Begli struzzi.

Postato da: barbalbero a 10:54 | link | commenti (8)