"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."
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Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte
Siccome mia moglie russa come un Granatiere di Sardegna con la sinusite, stamattina, alle ore 5:30, ho deciso di porre fine alle mie sofferenze.
E mi sono alzato.
Siccome di mattina, alle ore 5:30, qualsiasi esponente della razza umana è alquanto rincoglionito (ed io, che di norma già lo sono, lo ero al massimo grado), ho pensato bene di approfittare dell'occasione e di venirmene subito in studio.
Così, dopo avere sceso il cane, come dicono i pochi italiani rimasti nel mio quartiere (gli altri parlano cinese, o arabo, o spagnolo e, quindi, certe raffinatezza linguistiche non possono permettersele) e dopo avere mandato giù un cappuccino intrattenendo un'interessante conversazione con la giovane barista (cinese) del caffè sotto casa (io: "avevano detto che avrebbe nevicato..."; lei: "noooo.... tloppo caldooo... non può fale neveeee..."), ho inforcato la mia potente BMW R850R (vecchia serie: non le ultime giapponesate sfornate dalla casa bavarese) e mi sono infilato in viale Monza deciso a frantumare ogni record sulla distanza Ponti della Ferrovia - Piazzale Loreto.
Erano, a quel punto, le 6:30.
Ammetto di non essere un frequentatore abituale di certi orari antelucani; forse è per questo che mi ero fatto un'idea, di fatto risultata del tutto errata, del traffico milanese in tale momento della giornata.
Viale Monza appariva come un placido fiume dell'Europa centrale: un flusso imponente di autoveicoli, maestoso, uniforme e, soprattutto, pressochè immobile.
La prima cosa che ho pensato è stata: "Accidenti! Quanta gente che ha la moglie che russa!".
Faticosamente, compiendo ogni sorta immaginabile di violazioni al Codice della Strada, sono infine giunto all'estuario: le famose Bocche di Piazzale Loreto.
Davanti a me, ultimo ostacolo, un autobus spalancava le porte alla fermata.
La gente ha cominciato a scendere: due, tre, una decina, venti, trenta.
Ma quanti sono? Cinquanta, una flusso ininterrotto, forse cento e ancora l'esodo proseguiva.
Mi sono guardato intorno cercando le telecamere nascoste e la gnocca di turno pronta a dirmi: "Sorridi! Sei su candid camera!".
Niente; e intanto la corrente umana procedeva inesorabile e, con essa, un intreccio di razze e di lingue che, al confronto, la Torre di Babele dev'essere stata un'inezia.
La mia BMW, un puledro di razza concepito per galoppare sulle distese d'asfalto, mostrava evidenti segni di impazienza, mordeva il freno, scalpitava.
Credo, anche, di averla udita starnutire.
Vomitato quel milione di persone (indiano più, cileno meno), la balenottera azzurra targata ATM ha ripreso la sua esasperante marcia.
Per tre metri: semaforo rosso.
Approfittando di un esiguo varco, le ho ruggito per tutta la fiancata fino a lasciarmela alle spalle.
Per farla breve, dopo un tempo calcolabile più con un calendario che con un orologio, sono arrivato in studio.
Ci ho trovato Siddharta (è così che, affettuosamente, chiamiamo il portinaio indiano dello stabile, che all'alba ci fa le pulizie), con il quale ho intrattenuto un'interessante conversazione (io: "avevano detto che avrebbe nevicato..."; lui: "no.... tropa calda... non può fare di neve...").
Stanotte mi sa che vado a dormire sul divano.
Ieri sera, mio figlio Marchino mi ha mostrato gli ultimi arrivi delle statuine del Signore degli Anelli, che sta collezionando.
In ottemperanza alla regola prima il dovere e dopo il piacere, ha iniziato esibendomi qualche orchetto, poi, salendo di grado, Elrond in assetto da battaglia (quella iniziale, durante la quale il Signore Oscuro fu privato dell'Anello), quindi una vera chicca (Smeagol nell'atto di strangolare l'amico Deagol).
Infine, affettando una noncuranza che voleva in realtà sottolineare l'eccezionalità della cosa, Galadriel trasfigurata dopo avere resistito alla tentazione dell'Anello.
E, coniugnado le sue competenze tolkieniane con quelle in materia di Dungeons and Dragons, mi ha spiegato: "Vedi, qui Galadriel ha superato la prova ed è passata di livello".
Son soddisfazioni.
Facendo l'avvocato, mi capita ogni ntanto di - dover - leggere verbali, rapporti e constatazioni amichevoli di incidente.
Spesso si tratta di documenti esilaranti (come quello - un rapporto dei Carabinieri - in cui si riferiva del ritrovamento di un'autovettura che aveva preso fuoco e si poteva leggere: "all'interno, veniva rinvenuto il cadavere carbonizzato appartenuto, in vita, al signor Tizio"; dal che si deduce che il Signor Tizio fosse stato possessore di un cadavere carbonizzato vivo - o semplicemente di un cadavere vivo, poi morto carbonizzato).
Oggi, mi capita tra le mani un modulo di constatazione amichevole di incidente stradale dove, negli spazi destinati a contenere l'indicazione delle generalità, i due conducenti - i nomi ed i luoghi sono di fantasia, ma il resto no - hanno pensato bene di scrivere: nome: GIORGIO; cognome: ROSSI; indirizzo: VIA CAVOUR 51, ASTI; stato: CELIBE; nome: GIOVANNA; cognome: BIANCHI; indirizzo: VIA MAZZINI 12, CUNEO; stato: DIVORZIATA.
Un equivoco, dunque, tra stato e stato civile.
Ho subito pensato che non sarebbe stato possibile l'equivico contrario: nessuno, alla voce stato civile, scriverebbe ITALIA.
Stamattina, come di consueto, mi accingevo a portar giù il cane per fargli fare i soliti due o tre ettolitri di pipì nel giardino condominiale.
Si tratta di operazione che è consigliabile fare il prima possibile, onde evitare che, gli ettolitri di cui sopra, finiscano per essere scaricati sul tappeto della sala.
Aperto l'uscio di casa, sullo zerbino, ho inaspettatammente trovato una copia di Repubblica, fresca di stampa.
La stessa che faceva bella mostra di sè anche sulla soglia degli altri tre appartamenti del pianerottolo.
Ho subito pensato di scrivere ad Ezio Mauro per invitarlo ad inviare qualcuno che rimuovesse l'oggetto in questione; nel mio condominio si fa la raccolta differenziata (e l'AMSA appioppa delle belle multe), dunque io avrei dovuto: chinarmi, raccogliere il materiale depositato da ignoti davanti alla porta di casa mia (toccandolo con le mani) e deporlo nell'apposito contenitore della carta.
Mi darete atto che non c'è ragione al mondo per la quale io debba gratuitamente provvedere allo smaltimento dei rifiuti per conto di un ricco e potente gruppo editoriale.
Poi, la questione della pipì, mi ha fatto venire in mente una diversa soluzione.
Da quando ho smesso di comperare il Corriere della Sera (dopo l'editoriale elettorale di Paolo Mieli, per intenderci), incontro una certa difficoltà a reperire la carta con cui foderare la cassettina dei gatti.
Vista sotto questo profilo, la donazione ricevuta si rivela di indubbia utilità.
Tuttavia, a me bastano sei o sette fogli alla settimana e, dunque, con la copia di stamattina vado avanti tranquillamente per un mese: non vorrei che domattina l'omaggio venisse ripetuto perchè, di tal passo, mi troverei in breve ad affrontare seri problemi di stoccaggio.
Scriverò, dunque, ad Ezio Mauro, ma soltanto per pregarlo di ripresentarsi verso i primi di febbraio (e poi di marzo, di aprile, di maggio, con cadenza mensile insomma).
Intanto grazie, anche a nome dei gatti.
Il Presidente della Repubblica si misura col suo primo messaggio alla Nazione.
Io di Presidenti della Repubblica ne ho visti nove: Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi e Napolitano.
Dei primi due non conservo memoria: Gronchi ha cessato il mandato che non avevo ancora due anni, Segni che ne avevo poco più di quattro.
Di tutti gli altri ricordo le linee portati dei rispettivi messaggi alla Nazione: distensione del clima politico e riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni.
Sono, insomma, quarantatre anni che, dal Colle, si leva il medesimo, severo monito.
Il Sommo Pontefice si misura col Suo primo Angelus del nuovo anno.
Io di Sommi Pontefici ne ho visti cinque: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.
Del primo non conservo memoria, avendo egli concluso il suo pontificato che non avevo ancora tre anni.
Di tutti gli altri ricordo le linee portanti dei rispettivi Angelus del nuovo anno: la pace.
Sono, insomma, quarantaquattro anni che, dalla finestra di piazza San Pietro, si leva il medesimo, severo monito.
Questo vorrà pur dire qualcosa (ma non so bene che cosa).
Forse che "tutto cambia perchè nulla cambi"?