"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."
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Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte
MAGARI SCIOPERASSIMO SEMPRE
Qualche giorno fa, il Corriere della Sera titolava: "Matrimonio gay, a favore il 31% degli italiani".
Secondo la stessa logica, l'11 aprile 2006 avrebbe dovuto titolare: "Elezioni, Berlusconi ha perso".
Se questo è lo stato della stampa italiana, meglio continuare a scioperare. Tutto l'anno.
Non che la mia presenza nel villaggio dei bloggers manchi a qualcuno: semmai manca a me stesso.
Il fatto è che il tempo per scrivere è sempre meno (come il tempo per suonare, per cantare canzoni, per stare con gli amici e per fare un sacco di altre cose).
E poi - o, forse, soprattutto - il mio interesse per la cronaca, la mia voglia di discutere su quel che accade nel mondo, di confrontare le mie opinioni con quelle altrui atraversano un periodo di apnea.
Il pensiero dominante - che, poi, ne parlavo l'altra sera con Marco-Ciccio-Mino-Farfi, è dominante solo perchè sa far la voce grossa, posto che, se parli con la gente, scopri che rappresenta una minoranza - è così distante dal mio, è così fastidiosamente privo di analisi, di cultura, di buon senso che il solo pensiero di affrontarlo e di confutarlo - sebbene non mi mancherebbero buoni argomenti - mi produce l'orticaria.
Tuttavia, arriva il momento in cui ti scappa: ti scappa perchè l'astinenza non può durare troppo a lungo.
E' un fatto fisiologico, chi non l'ha provato?
Mi scappa così tanto un post, che lo scrivo.
Non che abbia qualcosa in particolare di cui dicutere (anzi: troppi sarebbero gli argomenti per dedicarvisi seriamente): è solo necessità di scrivere e di condividere pensieri.
Mi limito, dunque, ad un sintetico excursus circa alcuni fatti salienti, così, tanto per ossigenare questo blog e sfogare un po' la pressione interna.
La Camera ha approvato la riforma della maturità: da che sono al mondo credo sia la quinta o la sesta.
Dice che, per essere ammessi all'esame finale, gli studenti dovranno avere colmato tutti i debiti formativi accumulati durante il cursus studiorum; in un Paese normale - non dico civile, dico normale, ovverosia governato dal buon senso e dalla logica - non sarebbe stata necessaria una riforma per affermare tale principio: sarebbe, semplicemente, stato così da sempre.
Tuttavia, i nostri studenti non devono preoccuparsi: proprio perchè il nostro non è un Paese normale, si troverà il modo di attenuare tanto sorprendente rigore.
Abbiamo ormai tutti imparato che il diritto allo studio è da tempo diventato un diritto alla promozione; non sarà un Carneade di ministro (oltretutto cazzone come Fioroni) a mettersi di traverso quando si discute di diritti.
Alla domanda se fosse allergico a qualcosa, postagli dallo staff medico americano che lo ha in cura, pare che Berlusconi abbia risposto: "Sì, sono allergico al comunismo": quest'uomo è un fissato, ma non riesce a diventarmi antipatico.
Continua lo scontro tra la Prucura della Repubblica ed il Tribunale di Roma: per la prima Welby ha il diritto di far interrompere le cure cui è sottoposto, per il secondo no.
E ci si mette anche il Consiglio Superiore di Sanità, che sentenzia non trattarsi di accanimento terapeutico.
Non fosse che, in mezzo, c'è una persona che soffre, la disputa potrebbe anche risultare appassionante.
Senza la pretesa di essere esaustivo, mi limito ad osservare che tutti i Soloni implicati nella vicenda hanno gioco facile perchè Welby è impotente e letteralmente appeso alle loro volontà.
Mi piacerebbe sapere che cosa sarebbero in grado di fare la Procura, il Tribunale e il Consiglio Superiore di Sanità se Welby fosse in grado di muovere la mano destra fino all'altezza della tempia e disponesse di una Colt 45: a leggere la nostra Carta Costituzionale, infatti, il diritto di suicidarsi non è contemplato, ma non è neppure esplicitamente escluso.
Molti si sono scandalizzati quando qualcuno affermò che i Paesi islamici sono culturalmente arretrati rispetto all'Occidente.
In questi giorni, in Libia (certamente non il più islamico dei Pesi islamici), un medico e cinque infermiere sono stati condannati alla pena capitale per avere "inoculato l'AIDS a 426 bambini dell'Ospedale di Bengasi": sarà un caso che, da noi, la Storia della Colonna Infame data il 1600?
Beh, ora basta, mi tocca lavorare.
I'M DREAMING OF A WHITE CHRISTMAS
Alla scuola elementare Eleonora Fonseca Pimentel di Milano, le quinte classi (cui mio figlio Marchino appartiene) hanno organizzato la tradizionale festicciola di Natale.
Tradizionale, invero, non lo è gran che: niente presepio, niente albero, niente coretti sull'aria di Bianco Natal, Tu Scendi Dalle Stelle e via discorrendo.
I bambini canteranno La Mia Banda Suona Il Rock (sì, avete letto bene) e si produrranno in una danza tribale africana, agghindati con caffettani e sonagli ai piedi (frutto di un corso di numerose ore - sottratte alla normale attività didattica - loro ammannito dalla scuola nel contesto di un progetto regionale denominato, se non sbaglio e se lo scrivo bene, Michel Kofi - dal nome del ballerino afro-francesce che, il corso in questione, ha tenuto).
Mi sono sentito in dovere di rappresentare la mia perplessità alla Direttrice Didattica, inviando alla stessa quanto qui di seguito trascrivo; alcuni genitori (pochi), mossi a commozione, hanno sottoscritto.
Gentile Direttrice Didattica,
siamo un ristretto gruppo di genitori di alunne ed alunni della quinta classe che, nel quinquennio condiviso con la scuola, ha sempre mostrato vivo interesse per l’attività didattica e le iniziative proposte ai bambini e, crediamo, ha disinteressatamente offerto piena disponibilità ogni qual volta ve ne è stata richiesta.
Tutto questo nell’interesse principale dei nostri figlioli e forti di due convinzioni:
- che l’istituzione scolastica, per la sua intrinseca meritevolezza, dovesse da parte nostra ricevere la massima attenzione;
- che i protagonisti dell’educazione dei figli sono i genitori, ai quali, dunque, non deve sfuggire quanto avviene nella scuola, considerato il ruolo fondamentale che essa svolge nel processo formativo personale dei bambini.
In questo contesto, nei modi e nelle forme di volta in volta apparsi più acconci, talora singolarmente ed in altre occasioni in maniera collettiva, abbiamo sovente formulato richieste di chiarimento agli insegnanti, inviato loro comunicazioni, avanzato proposte: ovverosia, in sintesi, abbiamo cercato di incidere in qualche modo, pur nell’indispensabile rispetto delle professionalità attive nella scuola, nello svolgimento dell’attività didattica (nella più ampia accezione che, a tale termine, può riconoscersi).
Come già nell’anno passato, anche in quello corrente ci troviamo a considerare in maniera problematica le iniziative organizzate dalla scuola in occasione del Natale.
Vorremmo scrivere il Santo Natale, ma abbiamo la chiara impressione che un riferimento tanto esplicito alla natura religiosa della ricorrenza in questione suoni in qualche modo sgradita all’Istituzione (diciamo Istituzione e non semplicemente scuola, perché non ci è chiaro – né ci è, in vero, mai stato chiarito – a quale livello dell’organizzazione scolastica generale sia maturata tanta prudenza nei confronti della religione).
Ma non vogliamo farne una questione strettamente religiosa perché, al di là delle convinzioni personali di ciascuno, sarebbe troppo facile obiettare che la scuola pubblica – la cui proposta si rivolge indistintamente a tutti i cittadini - non può farsi portatrice di un messaggio non unanimemente condiviso e capace di urtare la suscettibilità di chi non crede ovvero aderisce a culti e credenze religiose diverse da quella rappresentata dal Natale.
La questione, invece, deve a nostro giudizio essere riguardata sotto un profilo semplicemente culturale, non potendo negarsi che la scuola – anche quella elementare, seppur secondo le modalità che le sono proprie – abbia come precipuo compito quello della diffusione della cultura.
Anche il termine cultura, in effetti, può apparire generico, posto che, soprattutto nella società multietnica che già caratterizza la nostra città e che ancor più composita diverrà negli anni a venire (quelli in cui, i nostri figlioli, saranno chiamati ad assumersi responsabilità adulte), parrebbe più corretto parlare di culture, al plurale.
In tale prospettiva – crediamo – la scuola ha ritenuto di proporre ai bambini una esperienza di danza tribale, iniziativa che ha certamente il pregio di avvicinare, anche tramite un approfondimento della reciproca conoscenza, gli alunni che, appartenendo a differenti etnie, frequentano il medesimo istituto scolastico.
Il tutto nel quadro di un progetto più a lungo termine, che contribuisca ad indurre i bambini a superare possibili diffidenze reciproche nascenti dalla differente origine, dalla differente cultura e fin anche dal differente aspetto fisico.
Un’iniziativa, dunque, certamente condivisibile.
Riallacciando, ora, la tematica delle diversità culturali e della necessità che tale diversità sia dalla scuola rappresentata, con quella più imminente del Natale (da intendersi, come più sopra illustrato, in senso strettamente culturale), ci saremmo aspettati che, accanto alla danza tribale, fossero accostati quelli che possiamo definire gli stereotipi del Natale europeo e, in generale, occidentale.
Con questo intendiamo riferirci all’Albero di Natale, al Presepio, ai Canti Natalizi.
Per quanto abbiamo appreso dai nostri figli – ma ci auguriamo che questi si siano sbagliati e non desideriamo altro che di essere da Lei smentiti – nel percorso che conduce gli alunni al Natale e nella manifestazione che dovrebbe costituirne il momento culminante (la cosiddetta Festa di Natale), tali riferimenti risultano del tutto omessi.
Fatto, questo, che appare contraddire la pulsione verso lo scambio interculturale, perché riteniamo debba apparire evidente che non può esserci scambio laddove la proposta provenga da una sola parte e sia, dunque, rappresentata, una sola realtà.
Vorremmo sbagliarci, ma abbiamo l’impressione che i simboli ed i momenti caratteristici del Natale per così dire nazionale vengano tralasciati per un malinteso senso di laicità della scuola.
E’ un fatto – contro il quale nulla possono le riforme della scuola – che la nostra identità nazionale, la nostra cultura è intrisa di religiosità: non è questa, ovviamente, la sede per ripercorrere le ragioni storiche che hanno prodotto questo risultato (ragioni, oltretutto, che certamente Lei conosce meglio di noi).
Se, tuttavia, maturasse l’intento di depurare l’insegnamento da ogni riferimento religioso, dovremmo accettare l’idea che ai nostri studenti liceali non sia più proposto lo studio della Divina Commedia o dei Promessi Sposi.
E sull’efficacia culturale di siffatte ablazioni lascio a Lei ogni valutazione.
Non è, dunque, attraverso l’imposizione di modelli religiosi, bensì tramite la proposizione anche del nostro modello culturale (rassegnati all’idea che, giocoforza, esso contiene espliciti riferimenti religiosi), affiancata ad esperienze diverse, che si persegue l’obiettivo – sacrosanto, se l’aggettivo non stona – dell’integrazione.
La negazione della nostra identità culturale, invece, conduce esattamente al risultato opposto: priva di riferimenti indispensabili gli alunni (sia quelli di origine italiana che quelli di origine straniera) e fa venir meno lo scambio, risolvendosi in una unilateralità che a tutto giova fuor che alla reciproca comprensione e serena accettazione.
Alla luce di tutte queste considerazioni, Le chiediamo di voler in qualche modo intervenire affinchè i nostri bambini possano, in vista del Natale e di quanto, a tal proposito, organizzerà la scuola, confermarsi anche in quei piccoli gesti (un presepio, un coretto sull’aria di Tu scendi dalle stelle e via discorrendo) che rappresentano la tradizione del loro Paese natio.
Non crediamo che questo potrà offendere qualcuno.
Le saremo, anche, estremamente grati se vorrà concederci un breve colloquio, volto a chiarire quale sia la definitiva posizione della scuola che Lei dirige.
Con i migliori saluti e con i più sentiti auguri di Buon Natale.
Non è mai troppo presto per cominciare a sognare di tagliare teste di Nazgul.