"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

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sabato, settembre 16, 2006

MISTERO BUFFO
Proseguendo nell’intrapreso percorso di estraniazione dalla realtà mediatica (cui seguirà, come naturale conseguenza, una estraniazione dalla realtà tout court e, finalmente, sora nostra morte corporale), nelle ultime due serate trascorse, anziché pascermi alla ricca mensa imbandita dalle emittenti televisive nazionali (mensa che, ormai, frequento assai di rado, essendomi venuta meno ogni ragione di interesse – con la Juve in serie B e Prodi a Palazzo Chigi), mi sono riguardato il Mistero Buffo di Dario Fo.
Grazie elle elevate competenze tecnologiche di mio figlio Marchino, sono riuscito, nell’ordine, a: individuare il lettore DVD nel coacervo di apparecchiature che contorna il televisore; inserirvi il disco deputato; selezionare l’appropriato canale; convincere il sistema a mandare in onda lo spettacolo anziché le interviste, i contenuti speciali o le innumerevoli ulteriori opzioni disponibili.
Ragionando tra me e me in ordine alla mirabolante semplificazione introdotta nella nostra esistenza dalla tecnologia, dunque, ho potuto, infine, immergermi nel passato: Milano, Palazzina Liberty, anno 1977.
Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: Dario Fo non aveva ancora conseguito il Premio Nobel – né, credo, immaginava pur lontanamente che tanto gli sarebbe accaduto - e gli spettatori, abbigliati in modo che oggi non esiteremmo a definire pittoresco, non erompevano in scroscianti risate all’udire locuzioni quali lotta di classe.
Sono sempre stato un fervente sostenitore dell’idea crociana per la quale forma e sostanza costituiscono un’unicum inscindibile, ma, in questo caso, ritengo di essermi trovato di fronte ad un’eccezione (circostanza che, tuttavia, non apporta la benché minima incrinatura alle mie convinzioni atteso che, come noto, l’eccezione è, della regola, la miglior conferma).
Lo spettacolo era intriso di ideologia, anzi, l’ideologia ne costituiva l’architettura portante, l’elemento indispensabile ed assolutamente qualificante: me ne sono accorto oggi ben più di allora (di quando lo vidi la prima volta, intendo), forse perché avevo, all’epoca, la bellezza di diciassette anni e, molto, perché nel 1977 quel certo modo di intendere le cose e di analizzarle era la normalità, l’unico ad essere proposto e ad essere riconosciuto come corretto e possibile.
Ogni diversa soluzione era, in se stessa, qualificata come fascista e, conseguentemente, obliterata senza possibilità di discussione.
Inutile precisare che, oggi, non è più così: gli italiani sono maturati e chi seguita ad avere di queste concezioni massimaliste in odio alla reale democrazia non si trova più a far la fronda nei teatri o nelle manifestazioni di piazza.
Oggi siede tra i banchi del Governo.
Ma non è, questo, il punto.
Se avessi dato peso all’aspetto – prevalente, come ho detto – ideologico dello spettacolo, avrei spento il televisore dopo cinque minuti: ma, in effetti, ciò non mi ha disturbato più che tanto.
Anzi, tutto sommato l’ho trovato caratteristico, direi una testimonianza folkloristica del tempo: un po’ come quando si vede qualche filmato dell’anteguerra e se ne percepisce l’enfasi retorica senza alcun dispetto, bensì  come la modalità espressiva propria dell’epoca storica cui risale.
L’ideologia, in altri termini, non spaventa più quando il tempo trascorso ne ha prodotto la decantazione e ne ha allontanato la possibilità di tradursi in fatto.
E questo è quanto, per ciò che riguarda il marxismo, è avvenuto nella nostra società, dove personaggi come Di Liberto e Bertinotti sono ormai confinati a ruoli del tutto marginali nel quadro politico ed istituzionale.
Ma seguito a divagare.
Tornando a Benedetto Croce, la sostanza dello spettacolo era per me indigeribile e, pur tuttavia, la forma era di tale grandezza da impedirmi di non goderne sinceramente.
Dario Fo è un attore straordinario.
Amava – ed ama tuttora – definirsi un giullare, un guitto, per distinguersi – con snobismo affatto di sinistra – dal teatrante colto, borghese: devo dargli tutto sommato ragione.
Benché gli anni che mi dividono dall’incontro con l’Altissimo siano, oramai, certamente, di minor numero rispetto a quelli trascorsi, io non ho, ovviamente, avuto modo di assistere alle rappresentazioni dei comici del Teatro dell’Arte: ne ho una memoria puramente culturale e, comunque, del tutto mediata, avendo potuto gustare soltanto da bambino l’esibizione dell’ultimo di quegli attori che, ormai al di fuori del contesto storico originario, ha proseguito quella antica tradizione portando sulle scene le opere goldoniane secondo le modalità espressive loro proprie.
Ma, Cesco Baseggio, non era un giullare: era un attore erudito che realizzava un’operazione culturale raffinata nel contesto di un teatro che, per utilizzare un sessantottismo, possiamo definire borghese.
Dario Fo, per quel che posso immaginare, è invece un vero guitto.
Tempo fa, trovandomi nella valle Camonica, ho acquistato un libricino di favole: vi si spiegava che, quelli, erano i racconti che erano stati narrati (per secoli e, ancora, nell’ottocento) la sera, nelle stalle, dove le famiglie (o gruppi di famiglie) si riunivano dopo la cena e prima di andare a dormire.
Perché nelle stalle? Perché in casa faceva un freddo cane, a meno di infilarsi sotto le coltri.
Erano, dunque, quelle favole, la televisione dell’epoca (poi, le cose sono migliorate ed oggi abbiamo Luca Giurato – il che mi fa venire in mente “dell’umane gentile magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria).
Ma chi le raccontava, quelle favole? Non un anziano o un membro della famiglia.
Era un affabulatore, cioè un personaggio che lo faceva di mestiere, in cambio di un pezzo di formaggio, una scodella di minestra ed un ricovero per la nottata.
Era un attore, indubbiamente, ma un attore senza teatro, senza copione, senza rudimenti di recitazione nel senso colto che noi attribuiamo al termine.
Interpretava tutti i personaggi del racconto, rideva, piangeva, si disperava, cambiava voce, faceva sberleffi, si contorceva e si produceva in ogni sorta di oscenità.
Ricorreva ad ogni espediente pur di colorare la sua narrazione e di strappare grasse risate agli astanti: si concedeva il più turpe dei linguaggi e, certamente, ruttava e scoreggiava (cosa che fa ridere ciascuno anche oggi, ma è considerata tuttavia riprovevole e scostumata).
Ma era anche sottile, ironico, corrosivo e sapeva raccontare pure di miseria, di disperazione, di tragedia.
Io penso che Dario Fo sia tutto questo e, in tale prospettiva, credo che il Nobel – peraltro, secondo la mia modestissima opinione, non meritato, anzi, più esattamente non appropriato - lo svilisca, ne neghi in sostanza la natura saliente di guitto.
Se posso permettermi una critica, ma qui abbandoniamo la forma e torniamo alla sostanza, la sua permeante ideologia, l’insistente pretesa di ravvedere sempre una contrapposizione tra cultura borghese e cultura popolare, lo ha indotto, talvolta, ad avventurarsi in discutibili letture filologiche dei testi e questo mi disturba assai più della colorazione politica perché, della medesima, rappresenta un inquietante esempio di sconfinamento in territori che non dovrebbero esserne invasi (per amore della verità, che equivale ad amore della libertà).
Un esempio.
Nel proporre – per altro mirabilmente - la rosa fresca e aulentissima, Fo prospetta una etimologia del nome del suo autore, Cielo d’Alcamo, che proprio non sta in piedi e la sensazione è che tanto faccia in concessione ad una certa vena istrionica preoccupata più che altro di compiacere l’uditorio.
Ricordo che, quando la RAI trasmise il Mistero Buffo, per noi allora studenti fu un fatto epocale; il destino volle che io frequentassi la terza classe del liceo scientifico Alessandro Volta di Milano e che la poesia del 1200 fosse esattamente oggetto, in quel momento, delle lezioni di letteratura italiana.
Avevamo uno straordinario insegnante, il professor Monti: uomo letteralmente odiato dagli studenti e da buona parte del corpo docente perché – inammissibilmente – fascista.
Oh, attenzione: in realtà, fascista non lo era affatto.
Tutt’altro; era un bergamasco muntagnìt (come, tralasciando l’ortografia, più o meno dicono da quelle parti) innamorato delle – peraltro sue – tradizioni popolari, ma non era comunista.
Il che, nella bipartizione manichea della realtà, propria dell’epoca, significava essere fascista, con tutto quel che, inevitabilmente, ne seguiva.
Del professor Monti ricordo i canti della Divina Commedia recitati a memoria, in classe, con gli occhi chiusi e la voce rotta dall’emozione: qualcuno sorrideva (erano gli anni della contestazione, ma una risata aperta sarebbe stata ugualmente gravida di conseguenze); personalmente, non potevo impedirmi di percepire l’amore intenso per la poesia, per il lavoro e per gli studenti.
Ricordo Leopardi sviscerato con emozione, con totale trasporto, quasi con spavento per la grandezza del pensiero, oltre che dell’arte; oggi sono convinto che, chi non resta atterrito al cospetto di tanta grandiosità, non solo non potrà mai comprendere la poesia, ma neppure il senso dell’esistenza.
Ricordo la descrizione degli attrezzi del lavoro contadino, delle falci con la lama inclinata per consentire il lavoro sulle erte scoscese della montagna lombarda, dei fazzoletti di terra strappati, a pena di sudore ed ossa rotte, ad una natura ostile e recalcitrante ad ogni sorta di coltivazione (il che offre la misura di quanto fascista fosse, quell’uomo…).
Tornando a Cielo d’Alcamo, Fo ricorda come a lungo si fosse dibattuto sull’esatto nome dell’autore, per lungo tempo chiamato anche Ciullo d’Alcamo, e come, infine, il De Sanctis avesse dimostrato l’esattezza della denominazione Cielo.
Ovviamente, secondo il Fo premio Nobel (perché questa non è questione da attori, bensì da studiosi), De Sanctis ha torto, perché i poeti popolari – e Cielo d’Alcamo lo era - erano a quei tempi chiamati con nomi evocativi, sempre riferibili a sottintesi di rustica scurrilità.
E, dunque, a Cielo era da preferirsi Ciullo in quanto – e qui spiego per i non lombardi – tale nome deriva evidentemente da ciulà (ciulare) che, in dialetto, per utilizzare un’espressione consentita da Monsignor Della Casa, ma ugualmente esplicativa, significa accoppiarsi sessualmente.
In classe, la mattina successiva, ero tutto un darsi del Ciullo l’un l’altro, ovviamente; e non mancava chi attendesse a piè fermo l’inviso insegnante per vedere come se la sarebbe cavata dopo che il popolo aveva finalmente fatto giustizia delle menzogne della cultura borghese (De Sanctis compreso).
Il professor Monti – che il Mistero Buffo, nonostante tutto, non se l’era certamente perduto – anticipò tutti, portandosi per primo sul terreno – apparentemente – minato.
E non senza impeto, perché gli rodeva – e non poco – che cotanta castroneria assurgesse ai fasti della prima serata televisiva (allora era un’eccezione e c’era ancora chi se ne lagnasse).
Siccome era un galantuomo, e considerato che la nostra era una classe mista, il professor Monti (che teneva la verecondia delle mie compagne in conto ben maggiore di quanto non facessero esse stesse) ricorreva a dei giri di parole, cercava di evitare espressioni troppo esplicite: ma tanto consentiva a qualche zuccone – non completamente in buona fede – di insistere nel non comprendere la spiegazione del perché il vate della cultura popolare avesse, in quel frangente, sbagliato clamorosamente.
Ad un certo momento, ad esito dell’ennesima obiezione sconclusionata di qualcuno, il buon professore balzò in piedi di scatto, rosso in volto, ed allungando il collo e protendendo il capo verso di noi da dietro la cattedra, proruppe in un “ma insomma, il verbo ciulà – sempre per i non lombardi: si pronuncia come se, sulla u, ci fosse una dieresi – appartiene al dialetto lombardo; scopare – va bene? (frammise quasi vergognandosi di avere dovuto utilizzare tale espressione in classe e non senza risentimento verso colui che l’aveva condotto a tale necessità) – in siciliano si dice fottere!”.
Alcamo, infatti, anche nel 1200 era in Sicilia e lì è rimasta fino ai nostri giorni.
E riesce ben difficile immaginare che, nel XIII secolo, i contadini siciliani utilizzassero una parola del vernacolo di un popolo distante da loro ben più di quanto non lo siano, oggi e per noi, i neozelandesi.
Grande attore, Dario Fo.
E gran professore il Monti.

Postato da: barbalbero a 13:22 | link | commenti (3)

domenica, settembre 10, 2006
san piero

era un po' che non passavo un intero week end su questo bel prato. sempre veramente bello.

 

Postato da: BoromirdiGondor a 21:49 | link | commenti

ali beffa

diciamolo subito, io sono molto prevenuto nei confronti dell'alitalia, e non chiamamola compagnia di bandiera, per favore.  anzi diro' di piu'  sono un assoluto sostenitore del suo fallimento immediato, con successiva rinascita di una societa' molto meno pubblica, sbruffona  e che con mire e budget e organizzazioni molto piu' contenute riesca a fornire un servizio magari limitato ma almeno un servizio. Nel frattempo pur di evitarla sovvenziono compagnie straniere nonstante piu' scali e prezzi piu' alti. A volte pero' purtroppo non riesco e prendo a malincuore l'alitalia chiedendomi sempre cosa mi succedera' questa volta. L'ultima era alla Malpensa dove ero pronto a dovere affrontare ritardi, scioperi, bagalgi smarriti e quant'altro , invece niente di tutto questo, semplicemente la signorina del check in che mi spiegava che non poteva imbarcarmi perche' per andare a mosca oltre al passaporto e al visto e' necessario, da regolamento alitalia, anche il biglietto di ritorno. Ho dovuto passare 30 minuti a convincere lei ed altri 2 due suoi colleghi convocati alla bisogna che quello che lei aveva in mano era GIA' (purtroppo) il mio biglietto di ritorno. La cosa, capirete, mi e' stata piu' che altro penosa, rafforzando la mia convinzione iniziale.

Postato da: BoromirdiGondor a 19:30 | link | commenti (2)