"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."
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Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte
Sono dovuto andare in Francia ma li' ho capito il motivo di tutte le cazzate che dicono, ecco cosa hanno visto li':

Diciamo così: se non viene accolto il ricorso, nella prossima stagione avrò la possibilità di godermi il mio personalissimo derby Spezia-Juventus, partita che mai avrei pensato di poter vedere.
Credevo che mai e poi mai lo Spezia sarebbe riuscito a passare in serie A.
Mi ha fatto difetto il pensiero laterale.
Ma non quella verticale: quella in fondo, orizzontale (e, talvolta, anche doppia, o tripla).
Se invecchiare significa perdere l'adattabilità ai cambiamenti che il trascorrere del tempo produce nella nostra esistenza, io devo essere una specie di vegliardo.
Che aspetto avremmo, se i nostri tratti corrispondessero a come siamo fatti dentro, anzichè fuori?
Io, credo, assomiglierei al Numero Uno, il vecchietto terribile creato dalla matita di Magnus: appollaiato sulla carrozzina, con gli occhi stralunati, la barba fino alle ginocchia e le gambe avvolte in una vecchia coperta rattoppata.
I miei figli mi hanno, da tempo, iscritto al novero degli antichi: per la mia incapacità di districarmi nella tecnologia domestica, ad esempio, o perchè continua a sfuggirmi da dove provenga la necessità di avere un telefono portatile che fa le fotografie.
La risposta è che non si tratta di necessità, ma di semplice utilità: la possibilità esiste, perchè non disporne?
Credo che sia questo, esattamente, il nodo della questione.
Ho l'impressione che viviamo in una società in cui non si fa tanto quel che si deve o, al limite, ciò che piace: si fa - o ci si attrezza per fare - tutto ciò che, astrattamente, è possibile fare.
E' un po' la sublimazione della vecchia - e, forse, ormai fuori moda - teoria dei bisogni indotti, con la quale qualche Cassandra, già negli anni settanta, denunciava i pericoli e gli inganni della società consumistica.
Economia e sociologia si intrecciano e, in parte, la spiegazione dei comportamenti sociali è di natura economica.
L'economia è fatta di processi circolari: nel nostro caso l'induzione dei bisogni corrisponde all'esigenza di alimentare i consumi, per far crescere la produzione e, in linea teorica, ridistribuire la ricchezza che ne deriva: il tutto con un moto spirale (e sostanzialmente inflazionistico) teso all'incremento parallelo e progressivo di produzione e consumo.
Ovviamente, sto semplificando: mi rifaccio ad un modello macroeconomico scolastico, che presuppone una - inesistente - economia chiusa (un approccio non dissimile da quello dei fisici che ipotizzano, per l'enunciazione delle leggi cinematiche, l'assenza assoluta di attriti, le superfici assolutamente scabre ed altre amenità).
Il meccanismo economico, comunque, a grandi linee, è quello descritto.
Io ho vissuto a cavallo di due epoche economiche diverse: la coda del miracolo economico (basato, piaccia o no, sulla parsimonia delle famiglie italiane e sulla loro virtuosissima capacità di risparmio - doti maturate nella miseria della guerra e dell'immediato dopo-guerra) e la progressiva affermazione dell'economia consumistica (attraversata, peraltro, da ricorrenti crisi - direi a cadenza decennale: anni '70 - austerity petrolifera - anni '80 - inflazione al 25% - anni '90 - recessione pre e post euro - anni 2000 - stagnazione, concorrenza dei paesi emergenti e via discorrendo).
L'abbandono della condotta austera da parte delle famiglie, se da un lato può considerarsi indotta dall'economia - che necessitava di una crescita dei consumi - d'altra parte ha corrisposto ad un moto sociale del tutto naturale: dopo tanto stringere la cinghia, la gente desiderava un po' di benessere, un po' di superfluo.
Pensava di esserselo meritato e, tutto sommato, se lo era meritato davvero.
Era una generazione che raccoglieva i frutti dei sacrifici propri e di quella che l'aveva preceduta.
Era una generazione - e parlo di mio padre e di mia madre - che aveva chiara la memoria delle difficoltà del passato e che accedeva con cautela alla conseguita ricchezza.
Ed ecco, dunque, i pantaloni con la riga: la riga della crescita.
Contando il numero di righe orizzontali, parallele, sul fondo dei miei pantaloni, si poteva calcolare la mia età, la mia crescita progressiva.
Un po' come si fa contando gli anelli concentrici nel tronco di un albero.
I miei pantaloni, che poi proprio miei non erano: o, meglio, non lo erano sempre stati.
Perchè, prima, erano stati di mio cugino, o di mio padre o perfino di mio zio.
Con quel bordo rivoltato, di sotto, che certe volte arrivava fin quasi al ginocchio: invisibile - non del tutto - testimonianza di un precedente proprietario e, contemporaneamente, garanzia di durata, di adattabilità nel tempo (le gambe di un ragazzino si allungano ad una velocità che, chi non abbia figli, non può immaginare).
Era il retaggio di un'antica prudenza, di una parsimonia sconfinante nell'etica pura.
La stessa che dava da lavorare agli elettricisti (perchè le radio, gli asciugacapelli, i frullatori e le televisioni, allora, si aggiustavano - per incredibile che possa apparire).
Io ho visto mia madre riparare un paio di forbici: andando a comperare dal ferramenta (quello che vendeva la minuteria, non il set cinese completo del fai da te - che se ne farà, poi, la gente di una carotatrice o di una piallatrice elettrica?) la vite centrale che si era spezzata o aveva perso il filo.
Una vite che sarà costata dieci lire (ma mia madre ne acquistò due o tre, pensando al futuro) per aggiustare delle forbici che ne saranno costate cinquecento (forse meno): se ci penso, non era poi un gran risparmio.
Ma aveva un senso, era l'applicazione modesta, concreta di un modo di intendere la vita ed il valore dei soldi.
Noi avevamo una bella casa borghese, nella quale c'era una stanza proibita: la sala.
Le persiane delle finestre erano quasi sempre socchiuse: perchè la luce non facesse troppo danno e perchè, tanto, non vi era motivo di abitarla.
Era la stanza che si apriva per gli ospiti (e per guardare la televisione, alla sera, attività alla quale non ero sostanzialmente abilitato, causa l'intima connsessione stabilita dai miei genitori tra la fine di Carosello e l'ora di andare a dormire).
Era l'epoca in cui, talvolta, la cena si risolveva in un bel caffellatte (con il pane tostato, il burro, la marmellata, per carità: mica vivevo in un romanzo di Dickens) e la cosa era tutt'altro che avvilente: vorrei quasi dire che era una bella festa.
Una cosa diversa, roba dolce da mangiare, una sorta di complicità familiare.
Probabilmente i miei genitori la vivevano un po' diversamente, consapevoli dell'utilità - se non della necessità - di una certa condotta, di certe scelte.
Ma poco o nulla traspariva e l'iniziativa veniva presentata con entusiasmo.
Era un'Italia che si accingeva a godersi il benessere con gli stessi strumenti che l'avevano generato.
Per andar più indietro, quegli strumenti che, nei secoli, avevano forgiato la nostra meravigliosa gastronomia nazionale, fatta di avanzi, di recuperi, di trovate geniali che trasformavano le bucce, il pane raffermo, le interiora di un pollo e i - pochi - avanzi di un - raro - arrosto in una pietanza sublime.
Mi guardo indietro: son passati trent'anni, ma ne sembrano trascorsi cento.
La tecnologia ha impresso alla nostra vita un ritmo mai sperimentato: i mezzi a disposizione si moltiplicano e si sviluppano a cedenza vertiginosa e le persone sono chiamate a tener dietro a questa corsa.
I costumi, le abitudini, le condotte si evolvono rapidamente ed i protagonisti (talvolta passivi) di questa frenetica accelerazione non appartengono a quella vecchia generazione: sono i loro figli, i loro nipoti, quelli che non hanno mai visto (o hanno solo per breve tempo intravisto) un insegnamento fatti di gesti, di attenzione, di prudenza, di diffidenza.
Credo che sia stato così che siamo arrivati a desiderare quel che ci viene messo a disposizione piuttosto di quel che ci serve o di quel che ci interessa.
Senza badare a quanto costa, soprattutto.
Da un paio di mesi, in televisione c'è un imbecille che cerca di convincermi che mi serve un videofonino, che non ne posso fare a meno.
Con me avrà vita dura: io mi ricordo ancora di come erano fatti i gettoni telefonici.
D'ottone, credo; con una scanalatura da una parte e due dall'altra.
Fino ai trent'anni buoni non ho mai posseduto un telefono cellulare (come lo chiamiamo noi italiani, unici in un Mondo che dice telefono mobile o portatile).
Uno che ha vissuto oltre un quarto di secolo senza il telefonino, capisce di non averne realmente bisogno.
Non è che non comprenda la sua utilità, gli è chiara: ma gli appare altrettanto evidente che se ne può benissimo fare a meno.
Se, poi, gli propongono di buttar via il suo vecchio cellulare per acquistarne un altro, che fa le fotografie, gli viene un po' da ridere (e da rispondere che la macchina fotografica già ce l'ha e se non ce ne sarebbe, piuttosto, uno che fa il caffè).
Figuriamoci se gli mettono sotto il naso un telefono in cui si vede la televisione: ma, scusate, questo non è un pregio, semmai è un difetto!
Dice che portarti un ventiquattro pollici sulla spiaggia o in cima a una montagna è complicato e che ci vuole una prolunga che in commercio non si trova: è vero, ma chi è il pazzo che lo farebbe?
Per quale insondabile ragione dovrei guardare la televisione se posso ammirare il mare o una catena di vette innevate?
Eppure, c'è da giurarci, milioni di persone lo compereranno, il videofonino.
E qui mi fermo, non solo perchè non capisco, ma perchè mi rifiuto di capire.
Son antico, come dicevo nel remoto inizio di questo post troppo lungo perchè qualcuno lo legga.
Beh si' effettivamente dover fare la coppa UEFA anziche' la Champions secca proprio. Comunque la cosa buona e' che finalmente l'anno prossimo l'Inter potra' finalmente vincere facilemente lo scudetto, a mani basse.
Testa (quella di Zidane) e croce (quella alla quale qualcuno vorrebbe inchiodare Materazzi) sono notariamente, le due facce della stessa medaglia.
Intimamente connesse come il dilemma che, da un paio di giorni, appassiona gli addetti al pianeta calcio: Zidane violento o Materazzi provocatore?
Credo debba apprire evidente che le due affermazioni sono entrambe vere.
A meno di pensare ad un improvviso ammattimento del campione transalpino, è chiaro che la testata di Zidane deve, necessariamente, essere stata la reazione ad una provocazione.
Il franco-algerino non è nuovo ai colpi di testa: durante la sua militanza bianconera fu espulso un paio di volte, per tale condotta caprina.
Il centrale interista, dal canto suo, è un provocatore di chiara fama (ed anche - diciamocelo - un noto macellaio).
Tra l'offesa e la reazione violenta, tuttavia, da che mondo è mondo è sempre stata chiara la distinzione: la prima è una carognata (sanzionabile anche sotto il profilo disciplinare, se se ne ha materiale contezza), la seconda è inammissibile ed in assoluto più grave.
Anche nel diritto penale vige il principio secondo il quale la difesa deve essere proporzionata all'offesa (almeno nei paesi civili); ma non starei a scomodare Irnerio per una questione tanto lapalissiana.
Già in passato la ribalta internazionale ha vissuto episodi paragonabili a quello che ci occupa; uno per tutti, lo sputo del lama Totti al norvegese Poulsen (che se lo meritava, ma non per questo.... eccetera, eccetera).
In quell'occasione la Federazione Internazionale non stette a porsi troppe domande oziose: era evidenete - anche in quel caso - che doveva esserci stata una provocazione, ma non si guardò tanto per il sottile - giustamente - e Totti fu pesantemente squalificato - giustamente - oltre che messo all'indice.
Di Poulsen nessuno si preoccupo'.
Verrebbe da chiedersi dove stia la differenza.
Verrebbe, in effetti, e verrebbe anche da rispondersi.
Conquistando il Mondiale, noi italiani, abbiamo pestato i piedi a un po' di gente: soprattutto ai tedeschi (padroni di casa e pappa e ciccia con Blatter - che è svizzero solo di passaporto) ed ai francesi (che stanno per elevare il loro maggiore rappresentante calcistico - Michel Platini - al soglio della massima carica FIFA).
Questi mondiali potevano avere, nella mente della federazione internazionale, soltanto due coronamenti: Germania o Francia.
Che è, poi, l'asse che ha dominato la politica e l'economia europee nell'ultimo decennio.
Malauguratamente, siamo arrivati noi pezzenti a sporcargli il tappeto buono con le nostre scarpe infangate.
E non basta: ci siamo presentati avvolti da un nugolo di mosche coprofaghe (lo scandalo delle partite truccate), accompagnati non dalla mamma e dal papà, come si conviene (cioè da un presidente federale), ma dal direttore del riformatorio (il commissario governativo).
Insomma, inaccettabilmente, l'ultimo della classe si è beccato, alla fine, la pagella migliore.
Non si fa, dovremmo vergognarci.
Al figlio del notaio avevano promesso la bicicletta nuova.
A quello del farmacista l'orologio d'oro (adesso che sei un ometto, ti servirà).
Ora, hanno tutti una gran voglia di spaccare la faccia al rampollo del portinaio, per farvi scomparire quel sorriso idiota che ci campeggia nel bel mezzo.
Il proposito - però - è più teorico che pratico (e lo dico a Gallas, che l'ha espressamente pronunciato): prima di mettere le mani addosso a Materazzi, fossi in lui, ci penserei un paio di volte.
Il destinatario dei cazzotti, infatti, non mi pare essere soggetto incline a spaventarsi e tantomeno a prenderli.
La verità è che perdere brucia, e parecchio.
Noi dello stivale sappiamo farlo con stile; se vogliamo, non è una virtù: è un'abitudine maturata nei secoli (e non penso allo sport).
Per loro - i francesi - è più difficile.
Il che, siamo sinceri, rende tutto molto, ma molto, ma enormemente più bello.
Quando ho iniziato a scrivere questa serie di post sulle partite della nazionale ai mondiali speravo di arrivare al numero 7.
Non che ci fossero valide ragioni per confidare nel buon esito della spedizione azzurra, nè il succedersi degli incontri non mi ha, poi, fornito ulteriori motivi di ottimismo.
Ieri sera, in finale, la squadra di Lippi ha ribadito i limiti tecnici e tattici mostrati durante tutto l'excursus mondiale (e da me puntualmente sottolineati dopo ogni partita).
Buono il primo tempo, vissuto soprattutto sulla reazione nervosa degli azzurri all'immediato svantaggio.
Dove non potevano arrivare l'abilità ed il gioco, sono arrivati i muscoli (ed il capoccione di Materazzi, eroe a sorpresa della finale - e questo dovrebbe dirla lunga).
Nel secondo tempo abbiamo pagato lo sforzo profuso nel primo ed i francesi, certamente molto meglio organizzati sul piano della manovra e dotati di due o tre campioni di prim'ordine, ci hanno messi sotto alla grande (senza, però, riuscire ad essere veramente pericolosi, a conferma del fatto che, dietro, la nazionale azzurra è davvero fortissima).
I suppplementari sono stati una sofferenza indicibile, con i nostri totalmente frastornati (e per fortuna che gli avversari hanno cominciato a tirare un po' il fiato).
Mi ostino, dunque, ad esaminare la prestazione dei singoli, a costo di ripetermi: Pirlo non imposta, dà la palla indietro, sbaglia i passaggi (già detto e stradetto); Perrotta è stato meno negativo delle altre volte (perchè ha visto pochi palloni e, dunque, ha fatto poco danno); Grosso è un giocatore incolore; Camoranesi è privo di sostanza; Toni non vede nè la porta nè il pallone; Totti... ma Totti ha giocato o era in panchina?
Sugli scudi: Buffon (due o tre volte chiamato, due o tre volte risolutivo); Zambrotta (bravo in difesa, qualche volta tenta anche la percussione sulla fascia); Cannavaro (implacabile); Gattuso (è ovunque e non sbaglia nulla); Materazzi (avrà anche provocato il rigore - discutibile - ma poi segna il gol del pareggio e piazza pure il calcio dagli 11 metri: se consideriamo che è, come si diceva un volta, uno stopper...).
Tatticamente, a parte il primo tempo (giocato più sul furore che sulla manovra), siamo semplicemente disastrosi: i francesi ci pressano fiin dal limite della nostra area di rigore e noi siamo assolutamente incapaci di uscire dal forcing; quando lo facciamo, è tutta una rete di passaggi all'indietro (e al portiere) perchè nessuno sa a chi dare la palla in avanti.
La colpa è in parte dei giocatori: Totti e Camoranesi sono quelli che dovrebbero farsi trovare e trasformare la fase difensiva in fase di attacco, ma si arriva persino a dubitare che siano in campo.
Inoltre, nessuno si muove senza palla e, dunque, per i francesi è facile marcare ed anticipare, mentre per chi deve impostare le nostre ripartenze è impossibile pescare un compagno di squadra libero o in posizione pericolosa.
Anche Lippi, però, ha le sue responsabilità: insiste nello schierare un solo attaccante ed affida la manovra offensiva a due mezze-punte che o si presentano in condizioni di forma disastrose (Totti) o sono incostanti ed inaffidabili, alternando prestazioni buone a esibizioni di irritante insulsaggine (Camoranesi).
Il risultato è che la squadra funziona fino alla metà del campo: poi è il vuoto.
Iaquinta è l'uomo che potrebbe apportare linfa davanti, perchè è uno che il pallone va a prenderselo a metà campo (ma entra tardi e predica nel deserto).
Del Piero, nel poco tempo messogli a disposizione, riesce - ahimè - a far rimpiangere Totti (impresa ardua, ieri sera).
Forse, nella mente del commissario tecnico, Pirlo avrebbe dovuto assumersi qualche responsabilità in più: ma il milanista da troppo tempo gioca alla Beckenbauer (come posizione, non come risultati in campo) e non si azzarda a valicare la linea di centrocampo.
Insomma: giochiamo veramente male.
L'inespugnabilità della nostra difesa ci porta fino ai calci di rigore e, qui, ci sono gli unici veri squilli della serata.
Cinque tiri, cinque centri.
A parte Pirlo (che rischia mettendola centrale), son tutti rigori da specialisti: palle tese, precise, angolate.
Dei veri killer (e sì che, quando Materazzi o Grosso hanno messo la palla sul dischetto, più di qualcuno deve aver provato un brivido lungo la schiena).
La verità è che, anche ai calci di rigore, la partita l'hanno vinta i difensori (Grosso e Materazzi) e i centrocampisti di contenimento (Pirlo e De Rossi), oltre all'attaccante sacrificato all'altare dell'inconsistente Totti (Del Piero).
Comunque, i campioni del mondo sono quelli che vincono la finale, non quelli che giocano meglio.
Direi che possiamo accontentarci.

E così, come mi auguravo nel mio precedente post, ci sono capitati i cugini.
Così, almeno, vengono spesso definiti: i cugini d'oltralpe.
E forse parenti lo siamo davvero, noi e i francesi: ne è prova il fatto che, come accade in ogni buona famiglia, ci odiamo sinceramente.
A dirla tutta, in effetti, il sentimeno di reciproca antipatia caratterizza la gran parte dei popoli europei: non è che tra tedeschi e italiani ci si voglia bene.
Per non parlare di tedeschi e francesi o di francesi ed inglesi.
La storia d'Europa è fatta di lotte per la supremazia continentale e, per quanto ci riguarda - dal crollo dell'impero romano - di invasioni, scorribande, spartizioni, dominazioni.
Da noi han regnato tutti: francesi, tedeschi, spagnoli; e, salvo rari casi, non abbiamo mai potuto dircene soddisfatti.
Qualcuno dirà: sempre meglio di Prodi.
E' vero, al peggio non c'è mai fine.
In ogni caso, tornando al dunque, in questo Mondiale che sembra più un campionato europeo ce la vediamo, alla fine coi francesi.
Che poi, a ben vedere, almeno sette o otto undicesimi della squadra transalpina sfoggiano una tale abbronzatura che, più che con le armate napoleoniche par di avere - di nuovo - a che fare coi cartaginesi.
Miracoli del colonialismo e dell'immigrazione.
Comunque, non voglio parlare di calcio: è un incontro da 1-x-2 e staremo a vedere come va a finire.
Tra noi e i francesi non c'è modo di intendersi.
Loro si sentono superiori al resto del mondo - è un fatto noto - ma con noi è diverso: ce l'hanno con gli inglesi e coi tedeschi, ma in fondo rispettano la loro diversità.
Con gli italiani, invece, ci sono tali e tanti punti di contatto che appare impossibile rimarcare le differenze: parenti lo siamo, eccome.
Loro hanno una grandissima tradizione gastronomica? Anche noi.
Loro hanno mirabili vestigia storiche e città d'arte? Anche noi.
Loro producono i migliori vini del mondo? Anche noi.
Loro fanno formaggi strepitosi? Anche noi.
Loro hanno consegnato alla storia insigni letterati e straordinari pittori? Anche noi.
Loro, in un certo periodo storico, hanno dominato l'intera Europa? Anche noi.
E potremmo seguitare.
Trovatemi un altro popolo europeo che può vantare, tutte insieme, queste caratteristiche.
Non ce n'è.
Le affinità tra noi e i francesi sono straordinarie.
Per questo, mentre verso gli altri provano una quasi benevola indifferenza, a noi ci disprezzano.
Sentimeno che non è, da parte nostra, ricambiato con la medesima intensità soltanto perchè, noi italiani, siamo incapaci di avercela veramente a morte con qualcuno e, nel nostro DNA, alla logica delle armi si è ormai definitivamente sostituita quella dei tarallucci e vino.
Nella storia, ai francesi, spesso gliele abbiamo cantate, ma raramente gliele abbiamo suonate.
Son troppo lontani i tempi della Gallia "omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui, ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur".
Poi son venuti Carlo Magno, Carlo VIII, svariati Re Luigi, Napoleone che, più o meno tutti (c'è sempre un Pier Capponi, sulla strada di ogni dominatore), ci han puntualmente messi in riga.
Insomma, se avessimo cercato un avversario che ci stimolasse sul piano della motivazione, non avremmo potuto trovarne uno migliore.
Che dire, quindi, agli azzurri?
Che non siamo a Berlino e che non è il luglio 2006: siamo ad Alesia, ed è il settembre del 52 a.c.
Contro l'Ucraina come contro il Ghana: quasi buona (forse anche buona) la prima mezz'ora scarsa; poi un'altra mezz'ora di black-out; quindi, un finale reso accettabile dai gol.
Tutto sommato un innalzamento del livello del gioco c'è stato (grazie all'impiego dei laterali, quasi Lippi avesse letto i miei post).
Per una corretta lettura della partita non si può sottacere che l'Ucraina si è dimostrata ben poca cosa.
I commenti sui singoli non cambiano gran che: Pirlo sempre sotto tono; Grosso migliora un po': Toni segna, ma quei due gol li faceva anche Farfi; Totti in recupero (ma lentissimo); il solito Perrotta (e non è un complimento); finalmente decoroso Camoranesi; grandi Zambrotta, Buffon e Cannavaro.
Con la Germania sarà dura, ma, ancora una volta, l'avversario - tecnicamente - non è irresistibile.
Rischia, però, di esserlo politicamente.
Uno sguardo alle altre squadre: il Brasile va meritatamente fuori (diversamente dall'Argentina); il Portogallo, zitto zitto, si dimostra in grado di dar filo da torcere a chiunque; la Francia sembrerebbe davvero fortissima ma, da un lato, è aiutata dall'iinconsistenza - per me inattesa - dell'avversario e, d'altro lato, beneficia di una prestazione assolutamente straordinaria di Zidane che non è detto possa ripetersi.
Fatti gli opportuni scongiuri, Berlino non sembra poi così lontana.