"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

martedì, novembre 29, 2005

PRESA!
Una fra i centosettantamila a Campovolo, rosiecotton e la sua canottiera arancione con un discreto geko bianco compare in cinque gloriosi fotogrammi del dvd appena uscito del concerto.
Alla sua sinistra, la maglietta azzurra di Leo. In mezzo alla calca si intravede il cappellino di Valentina. Non pervenuti, per ora, Cristina e l'augusto consorte, gli altri due che componevano il primo drapello partito per Reggio Emilia.
Non ci credete? Controllate di persona nei contenuti extra, docufilm 6:23. E tenete pronto il fermoimmagine, ché la gloria svanisce in un battito d'ali.

Postato da: rosiecotton a 23:58 | link | commenti (7)

una frase buona..

...per sti tempi (come dice l'amico farfi):

the one person to distrust is the one who never makes a mistake... either is
a phoney, or he stays with the safe, the tried and the trivial. The better a
person is, the more mistakes he will make.
Peter Drucker

 

Postato da: BoromirdiGondor a 23:52 | link | commenti (5)

INTEMPERANZE ATMOSFERICHE
Mentre, non ho capito bene dove, i protocollatori di Kyoto lanciano grida d'allarme alla popolazione del pianeta ed illustrano come gli studi di non so bene se meteorologi o meri ecologisti dimostrino che la Terra si starebbe surriscaldando, qui a Milano ci fa un freddo polare e nevica come sulla Piazza Rossa.
Il cielo è di un bianco livido e, a guardar fuori, ci si aspetta da un momento all'altro che compaia, al galoppo, uno dei fratelli Karamazov.
Inutile: il nostro non sarà mai un Paese serio.

Postato da: barbalbero a 12:42 | link | commenti (4)

lunedì, novembre 28, 2005

AHI AHI NO CODA!

 uhmm prolungata ed ingiustificata assenza. per fare il brillante potrei dire che siccome il mio ultimo post era stato su un topo ho cercato a lungo materiale per un post su un maiale che come si sa' e' un connubio obbligato. beh, chi non sa', si sara' convinto invece che la mia assenza non era poi male e nemmeno tanta ingiustificata. comunque ecco qui:

 

Toward the middle, you are a realist.
Facing front, you are direct, enjoy playing devil's advocate and neither fear nor avoid discussions.

With few details, you are emotional and naive, they care little for details and are a risk-taker.

With less than 4 legs, they are insecure or are living through a period of major change.

The size of the ears indicates how good a listener you are.
The bigger the better. You drew large ears, you are a great listener!

The length of the tail indicates the quality of your sex life.
And again more is better! You did not draw a tail :)

cliccare sul mio maialino e poi sul link "draw a pig" per fare il vostro!

e voi che maialini siete?

Postato da: BoromirdiGondor a 22:18 | link | commenti (1)

sabato, novembre 26, 2005

ME NE FREGO DELLA NEVE?
La neve scricchiola sotto i miei piedi, mentre scendo dalla macchina e apro il cancello, ma invece di rallegrarmene, ne prendo tristemente atto.
È che, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare una soluzione di continuità tra la scorsa nevicata e questa.
È che senza il mare l’estate è come l’inverno, solo un po’ meno grigia.
È che non ho voglia di pensare al ghiaccio, alle catene, al sale da spargere sul vialetto.
È che se guardando l’aia imbiancata penso alla frattura del femore che mi procurerò domattina e non al pupazzo di neve che potrei fare con i gatti e il cane questo pomeriggio, sono vecchia dentro.
Suggerimenti per far tornare a sorridere la bambina che è in me e che non ha ancora l’osteoporosi?

Postato da: rosiecotton a 10:59 | link | commenti (5)

martedì, novembre 22, 2005

LA FESTA DEL TUBO (DELLA STUFA)
Mio figlio Marco, dieci anni alla fine di febbraio, alunno di quarta elementare, l'altra sera mi ha fatto ascoltare - in gran segreto e in anteprima - la canzoncina che la sua classe presenterà alla festa scolastica di Natale.
Si tratta di "Attenti al lupo", di Lucio Dalla.
Ai più ingenui ed inesperti di questioni scolastiche verrebbe, forse, da domandarsi che cosa possa avere a che fare "Attenti al lupo", di Lucio Dalla, con il Natale (poichè parrebbe - ad un esame superficiale - che la canzoncina proposta dagli alunni alla festa di Natale una qualche attinenza, col Natale stesso, dovrebbe pur avercela).
Poichè, io, ingenuo ed inesperto, effettivamente, lo sono, ho chiesto lumi a mia moglie, rappresentante di classe.
Pare che, nella sede amministrativamente predisposta (non so se si chiami consiglio di classe o cos'altro - ma, che ci volete fare, sono inesperto), si sia deciso che, per qualche ragione, il festeggiamento, sì, è legittimo, ma qualsiasi riferimento alla natura o al contenuto religioso della ricorrenza, quello no, non è ammissibile.
Confesso che l'assunto mi ha lasciato perplesso.
I miei, pur brevi, studi di filosofia mi hanno consentito di appurare che menti illuminate hanno, ricorrentemente, nella storia, sostenuto che forma e sostanza non risultino utilmente scindibili; un po' come dire che esse sono le due facce della medesima medaglia, senza ciascuna delle quali la medaglia stessa non può considerarsi esistente o, comunque, definibile come tale.
Analogamente, fatico a comprendere la pretesa di festeggiare il Natale, ma di bandirne il profilo religioso: il Natale è una festa religiosa in sè (per quanto la nostra società possa averla secolarizzata) ed è, conseguentemente, null'altro che impossibile festeggiarla a prescindere dal suo riferimento religioso.
Se lo si fa, si festeggia una cosa diversa: possiamo chiamarla Giovanni o tubo della stufa (e nulla vieta di festeggiare l'uno o l'altro), ma non possiamo chiamarla Natale (con la conseguenza - che dovrebbe apparire ovvia - che la relativa celebrazione non può chiamarsi festa di Natale, bensì festa di Giovanni o festa del tubo della stufa).
Appurato, dunque, che la scuola cui mio figlio è iscritto ha deciso di collocare, nell'imminenza della festività natalizia, la festa del tubo della stufa, vien da domandarsi per quale ragione una pubblica istituzione che ha la pretesa - ed il dovere legale - non solo di istruire gli alunni, bensì anche di partecipare attivamente alla loro educazione ed alla loro formazione come persone e come cittadini, decida, in prossimità della festa del Natale, di bandire un festeggiamento del tubo della stufa (il quale, me ne si dovrà dare atto, potrebbe tranquillamente essere collocato in qualsiasi altro periodo dell'anno - meglio in inverno, per  attinenza con l'uso della stufa).
Ai più ingenui ed inesperti di questioni scolastiche, infatti, parrebbe logico pensare che, nell'assolvimento dell'alto compito istituzionale poco sopra richiamato, la scuola pubblica dovrebbe pur soffermarsi su uno dei momenti topici del calendario, della vita civile e commerciale, nonchè, infine, della cultura della nostra Nazione (e dell'intero mondo occidentale, invero).
Che piaccia o non piaccia, infatti, il Natale viene festeggiato - così a spanne - da una buona metà degli abitanti del nostro pianeta (europei, nord-americani e sud-americani, australiani ed altre minoranze cristiane sparse per l'Asia e per l'Africa) e, da tutti - quando non nell'adesione spirituale - nella consapevolezza che si tratta di una festa a contenuto religioso (o, quantomeno, ad origine religiosa).
Il Natale è qualcosa di inscindibilmente legato alla nostra cultura, nazionale ed europea, così come lo è l'esperienza religiosa cristiana: non mi sfugge che questa considerazione, a molti, produca una certa insofferenza (e, nei casi più gravi, manifestazioni eritematose), ma tant'è.
Il Cenacolo vinciano appartiene alla nostra cultura - questo, almeno, credo che non possa essere messo in dubbio - e mi sembra, se ben ricordo, che esso abbia per oggetto un evento religioso; tutta la nostra pittura, la nostra letteratura, la nostra poesia, la nostra musica sono intrise di esperienza religiosa: vorrei domandare - come, in effetti, domando - ai puristi del Natale senza connotazioni religiose, in che maniera contino di presentare ai loro alunni quei capolavori della nostra arte che grondano di cristianità, depurandoli del loro contenuto religioso.
Non, evidentemente, alla stregua di una forma senza sostanza perchè, come già visto, ciò non avrebbe senso: sfido chiunque a trasmettere ad altri il significato de I Promessi Sposi senza porre alla base della propria spiegazione la fede del Manzoni.
Può apparire curioso che, a svolgere queste considerazioni, sia io – agnostico ed apertamente anticlericale – ma, in realtà, non è poi così strano.
A me non preme che venga comunicato a mio figlio un insegnamento a sfondo religioso (né credo che sia questo un compito della scuola), ma mi importa che gli sia trasmessa la nostra cultura e, in questa operazione, non è materialmente possibile prescindere dai riferimenti religiosi che, di volta in volta, dovessero presentarsi ineludibilmente.
Se siffatta rimozione fosse compiuta, allora avrei qualcosa da ridire in relazione al merito dell’insegnamento stesso, che risulterebbe non corretto sotto il profilo strettamente culturale.
D’altro lato, neppure mi sono chiare le ragioni che dovrebbero condurre a rifuggire dall’insegnamento della nostra cultura
 (che, oltre ad essere la cultura dei nostri padri, è l’unica di cui disponiamo): non voglio pensare che essa possa in qualche modo essere giudicata offensiva per coloro che professano una religione diversa dal cristianesimo o che, di religioni, non ne professano affatto.
Non stiamo parlando di celebrare una messa a scuola, ma di festeggiare il Natale, una ricorrenza del nostro calendario, un evento storicamente appartenente alla nostra cultura dal quale hanno tratto ispirazione artisti, musicisti e letterati: non si tratta di una rievocazione religiosa, ma di un fatto squisitamente culturale e, da questo punto di vista, anche perfettamente laico.
Come perfettamente laico è ascoltare la Messa di requiem di Giuseppe Verdi, che ha un valore artistico e culturale assoluto, valido anche per i non credenti (o per i diversamente credenti).
La circostanza che noi si viva in una società sempre più multiculturale deve, a mio giudizio, essere colta come una possibilità di arricchimento, il che significa poter disporre di esperienze culturali estranee alle nostre radici, provenienti da popoli diversi dal nostro: rinunciare, invece, alla nostra cultura per timore di urtare chi sia portatore di un cultura diversa è un’operazione che va esattamente in senso contrario all’arricchimento.
Ed io non intendo ratificare un progetto scolastico che vada nella direzione dell’impoverimento culturale.
Per questa ragione, Marco non parteciperà alla festa del tubo della stufa.
Non per altro, ma perché, nella data prefissata, egli avrà mal di pancia: un mal di pancia meramente formale, del tutto disancorato dal suo aspetto sostanziale (ma tanto basta, considerato che distinzioni di tal natura paiono trovare accoglimento presso la scuola).
Al solo udire delle prime note di Bianco Natal o di Merry Christmas, tuttavia, il mal di pancia scomparirà miracolosamente e mio figlio si sentirà abbastanza in forma da partecipare alla festa di Natale (di Natale, sottolineo, non del tubo della stufa).


Postato da: barbalbero a 15:36 | link | commenti (6)

lunedì, novembre 21, 2005

LIMITI DI VELOCITA'
La vettura sulla quale si trovavano trasportati Calipari e la Sgrena è stata crivellata di colpi perchè procedeva troppo velocemente in prossimità di un posto di blocco (questa la giustificazione addotta dagli americani).
Oggi soldati statunitensi, in Iraq, hanno ammazzato cinque civili (di cui tre bambini) ed hanno poi giustificato l'errore spiegando che il pullmino sul quale viaggiavano procedeva a velocità sostenuta nelle vicinanze di un posto di bocco.
A me la pena di morte per eccesso di velocità sembra un'esagerazione.

Postato da: barbalbero a 15:58 | link | commenti (2)

venerdì, novembre 18, 2005

REVISIONISMO
"David Irving, lo storico inglese antisemita, è stato arrestato in Austria in base ad un mandato dell'89 per avere negato in pubblici discorsi la Shoah: in Austria (e in Germania) ciò costituisce reato. ... Incarcerato a Graz, Irving rischia fino a 20 anni di prigione".
La notizia, pubblicata sul Corriere della Sera di oggi (prima pagina, in basso a sinistra), merita, a mio giudizio, qualche commento.
Nella mia celentaniana ignoranza (che, della stessa, è la forma massima), neppur sospettavo dell'esistenza del signor Irving (il che fa due in due giorni - si legga, a tal proposito, il mio precedente post, proprio qui sotto).
A detta del giornalista, secondo Irving "gli ebrei uccisi da Hitler furono 100 mila, non 6 milioni"; se ciò è vero, direi che, innanzitutto, ci si dovrebbe interrogare circa la ragione per la quale il signor Irving venga definito uno storico.
Ciò detto, viene anche fatto di domandarsi da che cosa, esattamente, tragga legittimità etica la norma incriminatrice applicata nella fattispecie.
Parlo di legittimità etica, perchè la legittimità formale è fuori discussione: si tratta di una disposizione adottata dall'organo legislativo di uno stato democratico sovrano e tanto basta.
Il signor Irving sostanzialmente nega l'eccidio di ebrei perpetrato dal regime nazista: siamo al cospetto di un evidente falso storico, è vero.
Di per se stesso, tuttavia, non ravvedo fondamento etico nel considerare illegale un'affermazione storicamente falsa.
Mentire può essere contrario alla legge, ma, nella generalità dei casi, ciò è vero allorquando la menzogna sia teleologicamente ricollegabile ad un fine illecito: rendere falsa testimonianza in un processo (condotta idonea a sviare il corso della giustizia), dichiarare false generalità ad un pubblico ufficiale e via discorrendo; sempre sotto il profilo giuridico - avuto riguardo ai principi generali del nostro ordinamento - la menzogna è talvolta considerata non tanto condotta illegale in sè, bensì idonea ad integrare altri reati (penso, ad esempio, alla truffa).
Ma considerare tout-court la menzogna penalmente sanzionabile, anche quando la stessa non è ricollegabile ad una finalità illecita, non mi pare conforme ad alcun principio.
Nel nostro caso: quale sarebbe il fine illecito della falsità sostenuta dal signor Irving?
Non saprei.
Il revisionismo storico, in sè, è illegale?
Ammesso e non concesso che, alla base delle affermazioni del signor Irving, ci sia l'intento - peraltro peregrino - di riabilitare in qualche modo il nazismo agli occhi della storia (o di attenuarne comunque la gravità e le colpe), ciò dovrebbe considerarsi illegale?
La questione riguarda, in generale, tutti i reati di apologia; anche in Italia esiste una legislazione che, inevitabilmente, risente dell'esperienza storica e politica del fascismo: e l'apologia di fascismo - appunto - è punita in quanto considerata illegale in sè.
Ma alla condizione - come più volte chiarito dalla giurisprudenza - che la dichiarazione apologetica abbia i requisiti - anche minimi - per renderla astrattamente idonea allo scopo di suggestionare ed indurre alla realizzazione di condotte che l'ordinamento disapprova e sanziona penalmente.
Riporto, a proposito, la massima di una chiarificatrice sentenza (14 novembre 2001, imputato Cucullo, su Cass. pen. 2003, 1006) della Corte di assise di Milano:
Non sussiste apologia di genocidio, allorché le parole espresse siano prive dei requisiti di idoneità necessari per integrare il delitto "de quo". Ciò si verifica allorché si possa escludere una idoneità a sortire effetti, sia pure indiretti, di istigazione, tenuto conto del contesto storico, politico e sociale del Paese, la cui stragrande maggioranza risulti refrattaria ad accogliere un messaggio antiebraico e, a maggior ragione, quel messaggio rozzo che derivi da espressioni inidonee a rappresentare un pericolo concreto per la realizzazione di condotte che l'ordinamento disapprova e sanziona penalmente. Ad analoga conclusione si perviene per il delitto di apologia di fascismo, che al fine di costituire condotta incriminabile deve consistere in un'esaltazione suggestiva tale da poter determinare il risultato della ricostituzione del disciolto partito fascista. (Nella specie la Corte ha assolto un sindaco, eletto nelle liste del Movimento Sociale Italiano, che durante una riunione aveva pronunciato le seguenti parole: "Hitler è stata la persona più intelligente del mondo. Ma i tedeschi, che pure sono esseri superiori, hanno sbagliato. Gli ebrei dovevano friggerli tutti", poi pubblicate sulla stampa)”.
Mi domando, allora, se un'affermazione tanto becera quanto palesemente infondata, seppur determinata dal più bieco dei motivi, possa apparire meritevole di far pendere sul capo del suo assertore il rischio di una reclusione ventennale.
Mi domando, anche, se non esista nella nostra cultura una sorta di pregiudizio sionista, secondo il quale tutti i razzismi sono deplorevoli, ma quello anti-ebraico lo è di più.
Io, personalmente, credo che questo pregiudizio esista (e credo anche di poterne ravvedere l'origine nell'enormità tragica della Shoah); penso, tuttavia, che esso sia sbagliato.
Quando il Presidente iraniano ha annunciato il proposito programmatico di cancellare lo stato di Israele ho provato un senso di profondo disgusto: il medesimo, assolutamente identico, però, che avrei avvertito siffatto dissennato progetto avesse riguardato la Thailandia, l'Uruguay o il Portogallo (e via dicendo, naturalmente).
O, forse, parafrasando George Orwell, il razzismo è uguale per tutti, ma per qualcuno è più uguale?

 

Postato da: barbalbero a 11:49 | link | commenti (2)

giovedì, novembre 17, 2005

NON NOTIZIE (E NON GIORNALISTI)
Oggi, l'incipit in prima pagina, tutto il resto a pagina 40, sul Corriere della Sera appare un articolo di Pierluigi Battista intitolato "Pallottole di Carta".
L'ho letto.
Poi mi sono domandato chi fosse questo Pierluigi Battista ed ho scoperto che è un giornalista illustre.
Ha (o aveva, non so) una sua rubrica sulla Stampa, denominata "Il Parolaio"; è stato condiirettore di panorama nella breve stagione in cui il timone del periodico fu retto da Giuliano Ferrara; ha scritto libri, saggi e via discorrendo.
Insomma: è un giornalista ed uno scrittore affermato, un intellettuale di primo piano (ed io, nella mia vergognosa ignoranza, neppure sapevo chi fosse).
Il sunto dell'articolo, il concetto di fondo, diciamo, è il seguente: il cardiinale Camillo Ruini non deve utilizzare pericolose metafore - parlare, cioè, di "pallottole" - quando si riferisce alle critiche che gli muovono i giornalisti, perchè "la carta stampata non spara. E riesumare il fantasma delle pallottole (cartacee) crea solo una barriera in più: non ce n'era bisogno".
Chi, tra di voi, ha avuto la bontà e la pazienza di leggermi su questo blog sa quanto io sia ferocemente anticlericale.
E non mi par vero di poter esecrare la condotta del Presidente della CEI ogni qual volta - e non sono poche - egli invada arrogantemente il campo della politica (come oggi, con la notazione non richiesta circa il carattere asseritamente non solidale della c.d. "devolution").
Tuttavia, considerata la indubbia levatura di Pierluigi Battista, debbo pensare che, quando ha posto mano all'articolo di cui sopra, egli fosse distratto, pensasse al mutuo, avesse sonno, patisse pene d'amore o qualcosa del genere.
"Riesumare il fantasma delle pallottole" perchè Ruini ha utilizzato l'espressione "pallottole di carta che non fanno male"?
Mi sembra che qualcuno abbia perso il senso delle proporzioni.
Sempre per la serie delle non-notizie, RAI News 24 ha fatto il suo scoop: gli americani, a Falluja, hanno usato il fosforo bianco.
La denuncia è corretta: se, da un lato, è innegabile che il plastico utilizzato dai terroristi non è meno dannoso, è, d'altra parte, pur vero che dalle truppe di uno stato democratico sarebbe lecito aspettarsi il rispetto delle convenzioni internazionali a proposito di armamenti chimici; soprattutto se l'invasione dell'Iraq è stata necessitata dall'esigenza di privare Saddam Hussein delle armi di distruzione di massa - peraltro mai rinvenute - che aveva accumulato nei suoi arsenali.
Che, poi, il fosforo sia stato utilizzato solo per l'illuminazione dei bersagli - senza, peraltro, che ciò impedisse di disidratare in tal modo gli avversari - oppure deliberatamente per nuocere, mi sembra una questione di dettaglio.
Dopo di che, far fuori il nemico a mitragliate, eticamente, non è poi tanto diverso dal mummificarlo con il fosforo bianco: cambia lo strumento, ma il risultato finale direi che è il medesimo.
E, ancora, che in guerra si facciano delle gran porcherie è fatto appartenente al notorio, al punto che, se comunicare il fatto costituisce una notizia, andare avanti per settimane a menare il torrone realizza esattamente la divulgazione di una non-notizia.
Infine, nei telegiornali (RAI) di oggi, tra le informazioni di primo piano, troviamo l'annuncio della vittoria di Lory Del Santo all'Isola dei Famosi: ah, beh, allora....


Postato da: barbalbero a 18:58 | link | commenti (3)

domenica, novembre 06, 2005

UNA MODIFICA A LUNGO ATTESA
La colonna a sinistra è stata rinnovata e aggiornata.
Ci sono nuovi link, e alcuni vecchi link ora funzionano a dovere.
Tutto ciò per servirvi.
Namarië.

Postato da: gandalfthegrey a 00:02 | link | commenti (3)

venerdì, novembre 04, 2005

4 NOVEMBRE
Quando andavo a scuola io (iniziai nell'anno 1966, poco dopo la glaciazione) il 4 novembre si faceva vacanza.
Era il cosiddetto ponte dei morti (espressione, me ne darete atto, quantomeno poco beneaugurante): Ognissanti (che non era ancora preceduto dalla notte di Halloween, qui in Italia), i Morti (appunto), il ponte (il 3) e l'anniversario della Vittoria (il 4).
Questa breve vacanzina, per noi alunni milanesi, era certamente gradita, sebbene - lo si deve riconoscere - fosse bizzarramente collocata in un periodo freddo e piovoso (non dovete pensare agli attuali novembri milanesi, ma a quelli di allora, che conto tra breve di rievocare), ma non abbastanza per andare in montagna a sciare (da che mondo è mondo, i milanesi inaugurano la stagione sciistica - e quella operistica - il 7 di dicembre, Sant'Ambrogio, Festa del Patrono).
E che si faceva, allora?
Beh, alcune cose: si andava al cimitero (sì, sì lo so che non è il massimo, ma che ci volete fare, era la festa dei morti...), si comperavano le caldarroste che facevano la loro prima comparsa (con tutto il botteghino ed il caldarrostaio, ovviamente) lungo il corso Buenos Ayres, si stava un po' in famiglia e si andava ai giardini pubblici di via Palestro a raccogliere foglie gialle (e rosse, marroni, verdine, arancioni, violacee...) e castagne matte - la castagna dell'ippocastano, per i pochi che non lo sapessero - da portare alla maestra per fare qualche lavoretto sull'autunno.
Roba semplice, da anni '60 e da gente che non aveva troppi soldi da buttare via.
Qualche tempo fa, con un bel colpo di cancellino, dal nostro calendario - giudicato eccessivamente festivo - sparirono tanto la festa dei Morti quanto l'anniversario della Vittoria e, con loro, il ponte.
E' per via della produttività, mi è sembrato di capire.
Ah beh, allora...
Fu un periodo di furia festivoclasta: abrogate, tra l'altro, anche la Befana e la Festa della Repubblica (celebrazioni poi ripristinate perchè, davvero, l'averle eliminate era stato uno scandalo).
Ma questa è un'altra storia, che risale a tempi più recenti e che poco mi interessa.
I primi di novembre, a Milano, alla metà degli anni sessanta, erano giorni d'inverno.
Il cappotto era già da settimane un compagno di strada (certo che noi bambini eravamo ben buffi, tutti imbacuccati fino ai tre quarti femorali, con tanto di sciarpa e cappello di lana con paraorecchie, e poi seminudi dalle ginocchia in giù: pantaloni all'inglese, calzettoni e scarpe pesanti).
Il fiato si tramutava in vapore (che divertimento: arrotolavo un foglietto di carta e fumavo, come un grande) ed era normale ritrovarsi immersi nella nebbia: mi ricordo i miei parenti marchigiani (Marca bassa, al confine con l'Abruzzo) che ci domandavano, senza nascondere la loro commiserazione, come facessimo noi milanesi a stare in quella nebbia triste, che ammantava tutto di una cortina grigia e lattiginosa.
Triste?
Io l'ho sempre trovata bella, quella nebbia, accogliente, misteriosa, lunare, trasfigurante.
E, poi: come si fa a mangire la cassoeula o le castagne arrostite se, di fuori, splende il sole?
Mi ricordo che stavo in casa, al calduccio, e provavo un senso di soddisfatto conforto nell'osservare, attraverso i vetri appannati, quella specie di acquario là fuori, la gente che camminava rapida stretta nel cappotto, il tram che appena si intravvedeva, con le sue lucine basse (ed era un tram verde e nero, non un tram arancione e chiassoso come quelli di oggi, che neanche un cieco riuscirebbe a non vedere).
Per dirla con Paolo Conte, era come "stare dentro ad un bicchiere di acqua e anice", in cui la luce dei lampioni - accesi anche di giorno - si faceva strada con discrezione, silenziosamente.
Il cimitero era spettacolare (ci andavo con mio padre, a trovare il nonno Gastone: l'ultima volta che l'ho fatto sarà stato trent'anni fa); tutto era quieto, i cipressi sembravano ombre nere nel grigio indefinito tutto intorno, il paesaggio circostante si sciorinava un poco alla volta, man mano che avanzavo, mentre, alle mie spalle, veniva pian piano riinghiottito dalla nebbia.
Mi ricordo che pestavo i piedi in terra, per riscaldarli, ed avevo le mani rosse, screpolate (così impari a lasciare a casa i guanti: quante volte me lo sarò sentito rimproverare?).
Il 4 novembre era l'anniversario della Vittoria: l'unica vittoria di cui gli italiani possano gloriarsi (a parte il mondiale di calcio del 1982), quella della Grande Guerra.
A quei tempi, a scuola, di queste cose si parlava: i programmi di Giovanni Gentile erano uno dei pochi retaggi dell'epoca fascista che ancora restavano in piedi.
Ricordo, anni dopo, che qualcuno si accorse che, in alto, sulla facciata del palazzo delle poste, in via Soperga, campeggiavano ancora i bassorilievi del fascio littorio: erano quasi invisibili, anneriti dallo smog come il resto dell'edificio.
Ma inammissibili: la zelante amministrazione municipale pensò bene di grattarli via.
Il risultato fu che, sotto i fasci, venne alla luce il marmo candido della facciata, che risaltava immacolato nel nero tutto intorno: fintanto che l'inquinamento non provvide a rimettere le cose a posto (e ci vollero anni), le sagome inconfondibili dei fasci littori si stagliarono accecanti sui cornicioni.
Ma torniamo alla scuola (che, molto tempo dopo, fu anch'essa riformata e sappiamo tutti con quali buoni risultati).
La maestra - la signora Grimaldi, nome che, a voi, non dice nulla, ma a me... tanto - ci parlava degli eroi Risorgimento, della lotta e dei sacrifici del Popolo italiano per liberarsi dall'oppressione straniera, di Mazzini, della Giovine Italia, di Pietro Micca, dei fratelli Bandiera, degli irredentisti trentini, delle Cinque Giornate di Milano e, naturalmente, della prima guerra mondiale.
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza"; questa l'ultima frase del bollettino della vittoria vergato dal generale Armado Diaz il 4 novembre 1918.
La signora Grimaldi ce lo fece imparare a memoria (come l'Inno Nazionale, del resto, e la Fanfara dei Bersaglieri).
Ad un certo punto, qualcuno pensò si trattasse di una vittoria di cui vergognarsi (forse perchè tanta retorica rimembranza aveva un sapore vagamente fascista, forse perchè, con l'unità europea che pareva camminare spedita verso il suo definitivo coronamento, era brutto andare ancora a rivangare di quella volta che le suonammo ai tedeschi, forse perchè la Costituzione repubblicana afferma che l'Italia ripudia la guerra, forse perchè era ormai passato tanto tempo, forse perchè chi decide certe cose è, di regola, un cialtrone ignorante): sta di fatto che l'anniversario della Vittoria sparì dal novero delle feste civili.
Con esso, a poco a poco, a Milano sono spariti anche la nebbia, il freddo pungente, i calzoni corti, la signora Grimaldi e la mia infanzia.
Qualche caldarrostaio c'è ancora, ma non è più la stessa cosa (e non solo perchè, oggi, per comperare un cartoccio di castagne arrostite bisogna fare un leasing).
Non c'è niente da fare, ha ragione Vecchioni: "ma dammi indietro la mia seicento,i miei vent'anni e una ragazza che tu sai. Milano scusa stavo scherzando, luci a San Siro non ne accenderanno più".

Postato da: barbalbero a 13:25 | link | commenti (9)

GESTIONE DEL BLOG
Ma è possibile che la piattaforma dia continuamente problemi?
Un giorno ti chiede scusa perchè ci sono lavori in corso.
Un giorno, semplicemente, appare la scritta "impossibile visualizzare la pagina".
Un giorno - stamattina per esempio - editi il blog e ti appare solo l'intestazione (con la scrittina, sotto, "operazione completata": ma completata cosa? Ah, l'intestazione!).
Ho capito che il servizio è grautito, ma, per Dio, fatelo pagare e funzionare, piuttosto!
Spero che il signor Splinder legga queste poche righe (sicuramente c'è un modo di inviargliele, ma io non sono certamente in grado di scoprirlo).
Spero - anche - che le legga il nostro beneamato webmaster (o blogmaster o come accidenti si chiama), dal quale attendo ansiosamente che ci conduca ad altri e più sicuri approdi informatici.
Eccheccazzo!

Postato da: barbalbero a 09:02 | link | commenti (2)

giovedì, novembre 03, 2005

FERRUCCIO VALCAREGGI
Non avevo ancora dieci anni quando l'Italia arrivò seconda (e non "perse" come si è sempre sostenuto) ai Campionati Mondiali del Messico.
Io, quella partita, l'ho vista.
La nostra era una grande squadra, con gente del calibro di Albertosi, Burnich, Facchetti, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Boninsegna, Rivera, Riva.
Il Brasile era la più forte squadra di calcio che sia mai esistita nella storia.
Tanto per non far nomi, la linea d'attacco era costituita da Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelè e Rivelino (e non è che dietro ci fossero dei nessuno, a cominciare da un certo Carlos Alberto).
Per un'ora di gioco abbiamo tenuto l'1 a 1: poi loro hanno rotto la diga.
Valcareggi avrebbe dovuto essere accolto in trionfo, con tributazione di inni gloriosi e serti d'alloro: ricevette pomodori.
E, da allora, tutti scrissero che l'Italia (e lui per primo) aveva perso il Mondiale.
Ovviamente, c'è una spiegazione: nessuno gli perdonò i famosi ultimi otto minuti di Rivera.
Come se, con il campione milanista in campo dal calcio d'inzio, quella partita avesse potuto terminare diversamente: ma mi facciano il piacere!
Il fatto è che il nostro è un popolo di faziosi: partigiani e fascisti (absit iniuria verbis), monarchici e repubblicani, terroni e polentoni, interisti e milanisti.
Invece, quella Nazionale fu fortissima e dovette arrendersi soltanto di fronte allo strapotere assoluto dell'avversario (dopo - sia detto per incidens - aver regolato la Germania - Ovest, allora - nell'eroica semifinale del 4 a 3).
Ma il nostro spirito è tutt'altro che Decoubertainiano: il primo ha vinto, il secondo ha perso.
E, così, nell'immaginario collettivo perse anche Valcareggi (unico Commissario Tecnico, nella storia del calcio italiano, a portare alla vittoria la nazionale azzurra in un Campionato Europeo, tanto per dirne una).
In realtà, la figura del cioccolataio, Valcareggi, la fece eccome, ma quattro anni dopo, nel 1974, ai Mondiali di Germania: ma non fu quella spedizione a non essergli perdonata.
No, il suo peccato originale fu e restò quello degli otto minuti di Gianni Rivera.
Mi piacerebbe che l'Abatino - come lo soprannominò Giovannino Brera -, da quel grande fuoriclasse che è stato, oggi parlasse, ricordasse il vecchio Ferruccio e dichiarasse, una volta per tutte, che, sì, fece bene; che la sua esclusione dalla finale ebbe delle ragioni.
Che si inventi un mal di piedi qualsiasi, anche se non è vero, perchè non sempre verità e giustizia vanno di pari passo.

Postato da: barbalbero a 17:40 | link | commenti (5)

FIACCOLATE
Lungi da me volermi addentrare nella questione israelo-palestinese: ci vorrebbero, infatti, una competenza che non ho, conoscenze storiche delle quali non dispongo ed una quantità di tempo assolutamente smisurata.
E’ un fatto che lo Stato di Israele sia stato costituito – a valle dei tragici eventi che hanno colpito la popolazione ebraica in epoca nazista – quasi a scopo di riparazione da parte della comunità internazionale, con una risoluzione ONU del 1947 che, di fatto, ha recepito la mera volontà delle potenze occidentali.
Fossi un palestinese, non avrei digerito tanto facilmente questa situazione (anche se, in realtà, l’iniziativa delle Nazioni Unite metteva conto non soltanto della creazione di uno Stato Israeliano, bensì anche della nascita di uno Stato Palestinese).
Ma tant’è: a quasi sessant’anni di distanza questo Stato è poco più che abbozzato e, nel frattempo, se ne sono viste di tutti i colori (iniziative militari degli stati arabi, una gestione arrogante del problema da parte degli israeliani, il terrorismo palestinese e chi più ne ha più ne metta).
In tutto questo si inserisce la mai sopita questione della Nazione Araba (che, a dispetto di quanto teorizzato dagli islamici estremisti, non si è mai costituita per colpa degli arabi stessi e non dell’Occidente – anche se quest’ultimo ci ha messo del suo) che oggi trova il suo massimo momento di unità e coesione nell’appartenenza religiosa.
Ce n’è quanto basta per rendere inestricabile la matassa (e, in effetti, mi pare che nessuno, fino ad oggi, sia stato in grado di venirne a capo).
Evidentemente, non sarò io a riuscirci.
Tuttavia, questa premessa era indispensabile per affrontare il tema che qui mi interessa: la fiaccolata di Ferrara (Ferrara il giornalista, non la città, perché – come noto – ad onta di ogni paradosso la fiaccolata di Ferrara si svolgerà a Roma).
Ferrara – il giornalista – è un meraviglioso provocatore ed anche questa sua iniziativa, per quanto del tutto condivisibile nei suoi – apparenti – presupposti ideali, è in effetti una provocazione.
Come usano teorizzare i Pubblici Ministeri ad ogni occasione, ci son cose che non si possono non sapere e, Ferrara, non poteva non sapere che l’estrema sinistra mai avrebbe aderito alla sua inizativa.
Io, personalmente, sono convinto che la fiaccolata sia stata organizzata proprio allo scopo – tutto legato a ragioni di politica interna – di creare una divisione nell’Unione (quella di Prodi, non quella europea).
Da un lato, è evidente che la protesta nei confronti delle deliranti affermazioni di Ahmadinejad è sacrosanta.
D’altra parte, deve apparire altrettanto evidente che l’estrema sinistra non può aderire ad una manifestazione che, di fatto, vale a costituire una presa di posizione chiara in termini di politica internazionale.
Tanto più in un contesto che vede l’Iran in procinto di dotarsi di un armamento nucleare (e non mi si venga a raccontare la barzelletta di un Paese che è tra i maggiori esportatori di petrolio e che necessita di impianti atomici per produttore energia) e gli stati Uniti che, da un paio d’anni almeno, dimostrano di non aspettare altro che una pur minima occasione per intervenire militarmente in Iran.
La fiaccolata di Ferrara, dunque, spiazza la sinistra: i moderati non possono rifiutarsi di aderirvi, perché non esiste una ragione plausibile e decorosa per farlo, mentre gli estremisti devono forzatamente rinunciarvi, pena venir meno alle convinzioni ed ai principi sempre sbandierati.
Al punto che, per tentare di giustificarsi, Rifondazione e addentellati vari adducono che la manifestazione è politicamente inaccettabile in quanto non rappresenta,  oltre alle innegabili esigenze di tutela dello Stato Israeliano, anche le ragioni del popolo palestinese: come se non fosse possibile partecipare alla fiaccolata sottolineando – con cartelli, striscioni, cori e tutto l’armamentario proprio dei manifestanti – anche queste ultime.
In tutto ciò, è facile il gioco di rimarcare – ancora una volta e se mai ce ne fosse il bisogno – le divisioni che, su un tema cruciale (e non è l’unico), fatalmente si manifesterebbero in un ipotetico futuro governo Prodi.
La verità è che hanno ragione gli israeliani, ma hanno ragione anche i palestinesi e che, soprattutto, Ferrara è un gran furbo.

Postato da: barbalbero a 16:56 | link | commenti (2)

mercoledì, novembre 02, 2005

LA PROVA DEL TOPO
beh' e' abbastanza chiaro, se non faccio qualcosa nella mia prossima vita
saro' un circuito di millevalvole o un cavetto o qualche altra diavoleria
elettronica. ma nella precedente beh li' invece saro' stato una simpatica
leprotta o qulacosa di simile. La sorte mi ha infatti finora benignamente
risparmiato dallo "investimento" di alcun animale nonstante le moltissime
migliai di chilometri che annualmente macino. Persino qui a Gondor dove la
cosa e' ancora piu' difficile. La morte per invstimento di alce e',
statisticamente, rilevante. Del resto se si prova a guidare da queste part,
tra i limiti di velocita' quelli dell'alcol e le multe assolutamente
smodate, ci si rende conto che e' difficile fare altri tipi di incidenti.
Per prevenire (l'alce) e' stata allora approntata una cicolpica opera cinese
di circoscrizione di tutta l'autostrada con una rete metallica (una rete
seria eh, a prova di alce) che impedisce di entrare in autostrada. Ma anche
di uscirne. Ecco quindi che tutti gli animali piu' piccoli (tassi, lontre
ecc.) che riescono i qualche modo ad entrare nella sede autostradale sono
spacciati.
Sono sempre riuscito ad evitarli, anche stamattina quando un topino (o una
roba molto simile) mi ha attraversato la strada ed io ho improvvisato la
famosa manovra dell'alce che una decina di fa rese beffardamente famosa la
classe A della mercedes. Beh la Volvo, a differenza della mercedes, di alci
se ne intende e di topi pure.

Postato da: BoromirdiGondor a 14:10 | link | commenti (5)