"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."
oggi
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte
DOV'E' L'ERRORE?
Il giudice di sorveglianza del carcere di Pisa concede ad Adriano Sofri di lavorare fuori dal carcere, sebbene lui non l'abbia nemmeno chiesto.
Il prof. Sartori afferma che l'unico modo per salvare la nostra economia dall'invasione cinese sono i dazi, sebbene quando lo proponeva Tremonti se lo inculava dalle colonne del Corriere un giorno sì e l'altro pure.
I soloni dell'Unione europea non si capacitano del fatto che il popolo bue non vuole l'Europa come l'hanno pensata loro.
Il procuratore di Bologna dice che la colpa dello stupro dell'altro giorno nella sua città è di Berlusconi.
Da cinque giorni, il Corriere riporta (e in discreta evidenza) gli ottimi risultati che nel mondo si stanno raggiungendo con la ricerca sulle cellule staminali ADULTE.
Ciampi dichiara che il Parlamento dovrà rivedere la legge sulla fecondazione assistita, sebbene il risultato del referendum sia stato lampante.
Devo continuare? Direi di no.
La morale: in che cazzo di Paese viviamo?
UNA QUESTIONE INVERO COMPLICATA
La triplettta (no francese, no olandese e mancata approvazione del bilancio preventivo) subita dall'Unione Europea nel giro di poche settimane è un fatto che non può passare inosservato.
E, infatti, i commenti si sprecano.
La questione riguarda ciascuno di noi più di quanto possa apparire di primo acchito, perchè essere cittadini europei, oppure rimanere cittadini italiani, francesi, tedeschi e così via, fa una bella differenza sul piano economico, occupazionale, commerciale, ovverosia su alcune delle fondamenta del nostro vivere civile e - possibilmente - pacifico.
Non credo che il problema possa essere liquidato dividendosi ideologicamente tra europeisti e cosiddetti euroscettici, perchè manca a tutt'oggi, a mio parere, l'indispensabile riferimento per assumere una di queste due posizioni: una esatta definizione di che cosa si debba, o si voglia, intendere per Europa unita.
Sul tavolo ci sono molti argomenti e non del tutto delineati.
Per esempio, non è ancor chiaro per quale ragione, esattamente, francesi ed olandesi abbiano bocciato la Costituzione Europea: spirito nazionalistico? Crisi di rigetto da Euro? Timori occupazionali legati all'allargamento dell'Unione? Insofferenza verso il moltiplicarsi di normative, vincoli, parametri sovranazionali?
Probabilmente tutte queste cose, le quali possono forse fornire il quadro di come vedono l'Europa unita i cittadini.
Poi, c'è il punto di vista dei governi, che non hanno trovato un accordo sul futuro bilancio dell'Unione per ragioni strettamente collegate alla difesa degli interessi economici nazionali: gli Stati dove l'agricoltura costituisce un elemento fondamentale dell'economia (ad esempio la Francia, la Germania e l'italia) non sono disposti a rinunciare alla messe di sovvenzioni che, fino ad oggi, l'Unione Europea ha riversato in tale setttore; quelli dove l'agricoltura conta poco (l'Inghilterra) ritengono assurdo che il 40% delle risorse finanziarie comunitarie siano investite in un ambito che rappresenta meno del 5% dell'occupazione complessiva dell'Unione.
Quella dell'Inghilterra, poi, è una posizione affatto particolare: da vent'anni i britannici godono di un consistente sconto nella determinazione dell'obolo che ciascuno Stato è tenuto a corrispondere alle casse comuni e cioè di un trattamento di favore spuntato dalla Thatcher negli anni della grande depressione dell'economia d'oltremanica (una depressione oggi del tutto inesistente); a tale sconto, tuttavia, Blair non intende rinunciare, perseguendo la politica, tipicamente aglosassone, della botte piena e della moglie ubriaca (quella stessa politica che consente alla Gran Bretagna di seguitare a partecipare al governo dell'Europa pur essendosi rifiutata di aderire alla moneta unica europea).
La questione, dunque, involve problemi economici, ma anche sociali e culturali.
Io, personalmente, non mi azzardo ad entrare nel merito di questo intrico di ragioni, sprovvisto come sono degli indispensabili strumenti; mi limito, invece, ad una riflessione.
L'Europa non è nata come unione politica, ma come unione economica.
Fin dal Trattato di Roma, lo sforzo è stato quello di realizzare, progressivamente, un soggetto economico unitario: la parabola è partita da un ristretto Mercato Comune Europeo per giungere fino alla moneta unica, passando per la libera circolazione delle merci, prima, e dei lavoratori poi.
Nelle dichiarazioni programmatiche dei governi, rese in concomitanza della posa di ciascun mattone di tale edificio, si è sempre parlato di una prospettiva di unione politica, ma, di fatto, quasi nulla, in tal senso, è stato concretamente realizzato.
C'è il Parlamento Europeo, è vero, ma nella realtà questo si occupa principalmente di economia.
Io non credo che dall'unione economica proceda l'unione politica: credo, invece, al processo contrario.
L'economia è un aspetto nodale della vita dei consociati e, come tale, deve costituire una delle priorità della politica, la quale è chiamata a rispettarne le leggi, ma è, d'altro lato, assolutamente tenuta a governarla.
A meno di confidare ciecamente nel più fondamentalista liberismo economico, infatti, non può negarsi che gli svilupppi dell'economia debbano essere in qualche modo regolati dalla politica, in vista del bene comune (finalità, questa, che il mercato, da solo, non riesce a conseguire - se non negli studi astratti degli economisti).
Sotto questo profilo, quello della politica comune, l'Europa non si era mai data dei principi e, per la prima volta, ha tentato di farlo con la Costituzione Europea: ma, anche qui, abbiamo assistito all'implicita affermazione del primato dell'economia sulla politica e non viceversa (come dovrebbe essere).
Il nostro Continente, per larghissima parte, è stato fin qui caratterizzato da un principio di tutela sociale alquanto marcato (profilo, questo, che, ad esempio, è estremamente meno rilevante nella politica statunitense e, ad oggi, risulta totalmente assente nella politica dei Paesi economicamente emergenti come la Cina e l'India).
La Costituzione Europea abbassa sensibilmente la soglia di questa tutela sociale (che rappresenta una delle espressioni più rilevanti di guida dell'economia da parte della politica).
D'altro lato, il governo dell'economia oltre a rappresentare uno dei compiti più importanti della politica, ne costituisce anche uno strumento di manovra fondamentale.
La possibilità, per uno Stato, di modulare il proprio debito al variare delle condizioni economiche è, per esempio, strumento vitale ed indispensabile per governare non solo l'economia, ma l'insieme delle tematiche che toccano i cittadiini: essa incide sull'andamento delle imprese, sui commerci, sull'occupazione e, in ultima analisi, sulle condizioni di vita delle persone.
La possibilità di attuare manovre di politica monetaria (svalutando o rivalutando la moneta, o operando correzioni sui tassi di cambio) è un altro esempio di come, governando l'economia, si producano riflessi su tutti gli altri piani del governo della società.
L'Unione Europea che abbiamo fin qui sperimentato, avendo posto al centro della propria attività (e della propria autorità sovranazionale) l'economia, ha in buona sostanza sottratto alla sovranità dei singoli Stati il governo ecoonomico, il quale è ora attuato in forma centralizzata sulla base di criteri di mera correttezza gestionale, volti al contenimento dell'inflazione ed alla difesa del valore della moneta: se questo può valere a preservare le economie nazionali da dissesti clamorosi (quale, ad esempio, quello che ha travolto l'Argentina), d'altro lato si scontra ineluttabilmente con le manovre di tutela sociale che, da un secolo almeno, hanno costituito lo specifico delle politiche degli Stati europei.
Con la precisazione che, sottesi alle politiche sociali, stanno principi che costituiscono le radici della cultura europea (dalla solidarietà di stampo cristiano all'affermazione socialista di criteri di equità, giustizia sociale e perequazione delle condizioni economiche dei cittadini).
Secondo il mio modesto parere, in definitiva, l'Europa unita oggi non piace - e non funziona - perchè chi si è dedicato alla sua progressiva costruzione ha operato... al contrario: anzichè prima definire i principi politici (nel rispetto della tradizione continentale) e, conseguentemente, determinare il modello economico, ha unilateralmente stabilito criteri di governo dell'economia, ottimi per la gestione di una banca o di un'assicurazione, ma insufficienti a contenere e rappresentare le spinte e le esigenze della società, privando, oltretutto, la politica dei necessari strumenti per svolgere il ruolo che le è proprio: quello di perseguire il bene della comunità.
La Cura dell'Anima
C'è un bellissimo libro che si intitola " La cura dell'anima" di Thomas Moore, psicoterapeuta, apprezzato scrittore , musicologo, filosofo ,teologo (ed. Frassinelli),che percorre il paesaggio dell'anima mostrandoci ciò che i nostri occhi difficilmente riescono a mettere a fuoco, nemmeno quelli del cuore. Uno fra gli ineteressanti capitoli di questo libro ,dal titolo "i Doni della depressione", parla di questa cosa che nella accezione comune è considerata solo una stato da combattere, come di un passaggio necessario all'anima per rinascere a nuova vita, una iniziazione che ,se accolta , ci può fare scoprire i suoi lati creativi e costruttivi importanti per il nutrimento dell'anima. E... molto altro ancora.
Lo consiglio a tutti coloro che desiderano non sentirsi più sopraffatti dai malesseri, che desiderano dolcezza e accoglienza nel cuore, che desiderano riaprirsi ad autentici sentimenti, che hanno necessità di ricordare quali e quanti capacità e valori teniamo dentro di noi, dentro il colorato paese della nostra anima, e che ogni colore è indispensabile a ogni tavolozza.
Abbracci
LIBERTA' DI ESPRESSIONE
Il Corriere della Sera è schierato per il sì. Così come la Repubblica, la Stampa e il Messaggero. Tra i settimanali, sono per il sì l'Espresso, Panorama, News, Gente, Chi, Di più (gli ultimi tre definiti "popolar-famigliari") e Internazionale.
Il Giornale dà spazio in egual misura ai tre schieramenti in campo (sì, no, astensione).
Schierati con l'astensione ci sono Avvenire, il Foglio e, tra i settimanali, Famiglia Cristiana.
Libero è per il sì se scrive Feltri, per l'astensione se scrive Farina e, nelle cronache, è nel complesso bilanciato.
Molti gridano alla violenza che hanno messo in campo Ruini e Ratzinger suggerendo l'astensione.
Non trovereste assurdo se gli stessi Ruini e Ratzinger lamentassero questo massiccio schieramento dei media (sulla Tv non so: la guardo così poso...)? Perché dovrebbero (giustamente) tutti godere della libertà d'espressione tranne Ruini e Ratzinger?
TUTELA DELLA PRIVACY
Abusando della conoscenza del mio indirizzo di posta elettronica, Kingaragorn mi ha inviato in questi giorni due deliranti articoli (uno della Fallaci ed uno di Socci) che, tra l'altro, avevo già letto sui giornali che li avevano pubblicati.
Debbo dire che più leggo le ragioni del no (o del no camuffato da astensionismo) più mi convinco della esattezza delle mie scelte.
Siamo al limite (anzi, secondo me ben oltre il limite) del fanatismo (il che è consolante: i fondamentalisti non ce li hanno soltanto gli arabi, dunque abbiamo qualche speranza).
Comunque, non mi pare che si possa affrontare la questione mettendo sul piatto della bilancia gli interventi pro e contro: proprio oggi sul Corriere Dulbecco e la Levi Montalcini (due noti estremisti cui il premio Nobel è stato certamente conferito per ragioni politiche) illustrano la ragioni del sì.
Insomma: di personaggi più o meno illustri che dicono la loro (a favore o contro) ce n'è a iosa.
A questo punto, non resta che stare a vedere come va a finire.
Con una sola certezza: che, indipendentemente dall'esito del referendum, la legge 40 verrà cambiata (per affermazione dei suoi stessi estensori).
E il cambiamento non potrà che essere migliorativo perchè, toccato il fondo, non si può che risalire.
AVVISTATE
quasi una comunicazione di servizio, ho avvistato le motocicliste del sidecar su gambero rosso. simpatiche e con un isidecar effettivamente provato dalla mole delle nostre, del resto non fanno un piatto che sia sotto le 1000 calorie.
I MILIARDARI DELLA PROVETTA
Lo sapevate che il primo ciclo ormonale a cui una donna si sottopone per la fecondazione assistita costa 8.000 euro? E che, non vietando la legge 40 di fare più cicli, i costi inevitabilmente si raddoppiano, si triplicano e via dicendo?
Lo sapevate che eseguire una diagnosi pre-impianto costa 6.000 euro?
Non è che il voler aprire a tutti l'accesso alla fecondazione assistita (e non solo alle coppie sterili, come prevede la legge 40) abbia anche ("anche", non "solo") lo scopo di rimpolpare il portafoglio di tanta gente, nell'illusione di dare un figlio a qualcuno (ricordo che, anche senza legge 40, la percentuale di successo arriva a mala pena al 25 per cento)?
Nulla
|
"Infralle cose grandi che fra noi si trovano, l’essere del nulla è grandissima. " Leonardo Da Vinci |
E voi come state con il nulla? Quel niente che si percepisce talvolta dentro e talvolta intorno?
Tanti lunghi abbracci