"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."
oggi
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Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte
ANCORA MILAN
A me Ancelotti stava sulle balle anche quando allenava la Juve.
Oggi, sul Corriere, torna a dicharare: "Io alleno la squadra più forte d'Europa".
Insomma: non c'è risultato del campo che valga a ridurre a ragione il tecnico rossonero.
Evidentemente essere arrivato dietro la Juve in Italia e dietro il Liverpool in Europa è un dettaglio: gli altri hanno vinto per culo, o per favoritismi, o per episodi (immagino io).
E' come se il leader di una coalizione che perdesse le elezioni si rifiutasse di accettare il risultato del voto e pretendesse di ricevere ugualmente il mandato di comporre il governo.
In realtà, il Milan ha perso la finale per svariate ragioni - sfiga, meriti avversari, errori individuali - tra le quali vanno annoverati gli errori di Ancelotti, che, sempre sul Corrierone, Tosatti - sì, proprio lui, che io ho lungamente vituperato - evidenzia con precisione.
E non solo riferendosi a quelli di Istanbul, bensì illustrando come i limiti tattici di Ancelotti siano emersi nel corso di tutta la sua carriera (già col Parma e con la Jventus).
Peccato che, al momento, l'articolo non risulti linkabile (magari domani lo sarà, e provvederò all'aggiornamento).
SEMPRE REFERENDUM
Poichè sono stato chiamato - non del tutto comprensibilmente nella forma, in realtà, al punto che ho equivocato il senso della frase - a replicare alle critiche mosse al mio precedente post, lo faccio con piacere, ma non utilizzando parole mie.
Proprio sulle questioni che ho trattato (il senso dell'astensionismo opportunistico, prima, e le riflessioni del senatore Pera, ieri) scopro con piacere che non un fesso qualsiasi, bensì Piero Fassino (che sarà anche comunista, ma è senz'altro persona intelligente, preparata e degna della massima considerazione), oggi sul Corriere la pensa esattamente come me.
Gli argomenti spesi da Fassino costituiscono, dunque, replica migliore di qualsiasi scritto io avessi potuto concepire.
Già che ci sono - e per buon peso - aggiungo che ieri, nel corso di non saprei dire quale telegiornale (ne seguo due o tre), il Patriarca della Diocesi di Venezia, Cardinale Scola, spiegava come fosse contro ogni logica negare che se un uomo, prima di divenire tale, è necessariamente embrione, un embrione è conseguentemente un uomo.
Più che spiegarlo lo affermava, dogmaticamente, tautologicamente, come sono soliti fare i prelati.
Sul punto la mia opinione è diversa, ma, ancora, alle mie parole, preferisco sostituire quelle di Giovanni Sartori (sempre oggi, in prima pagina, sul quotidiano di via Solferino), che illustra - purtroppo con estrema sintesi, evidentemente imposta dal taglio giornalistico - come l'assioma realizzato dal Cardinale Scola sia tutt'altro che logicamente fondato.
Anzi.
Anche in questo caso, sottoscrivo appieno.
OGGI, SUL CORRIERONE
Oggi il quotidiano di via Solferino offre due interessanti spunti.
Il primo è un articolo di Alberto Ronchey, posizionato dove, di solito, si pubblicano gli editoriali del Direttore, che, con una sintesi e, ciò non di meno, una chiarezza ed una completezza incredibili, riassume le vicende dell'economia e della politica economica italiana dal dopoguerra ad oggi.
Potete leggervelo qui (spero che il link funzioni): solo l'ultima parte della trattazione è un po' troppo semplicistica, ma la cosa strepitosa sta scritta nella prima colonna e mezzo.
Poi, sempre in prima pagina, in un riquadro in basso sulla destra, l'articolo - che prosegue nell'intera metà inferiore di pagina 9 - del Presidente del Senato (nonchè illustre filosofo) Marcello Pera, che ci illustra un terzo possibile significato dell'astensionismo referendario.
Oltre a quello puro (attuato dai disinteressati) ed a quello opportunistico (realizzato dagli antiabrogazionisti) c'è quello che potremmo definire "antisemplicistico", ovverosia quello posto in essere da chi ritiene che la legge vada cambiata, ma che tale intervento non possa essere affidato a strumenti di democrazia diretta (inidonei a svolgere un'analisi approfondita nel merito ed a fornire una risposta articolata e propositiva - incompatibile con la rigidità del SI' e del NO), bensì debba essere riservato al Parlamento.
L'uomo è serio e preparato e scrive cose interessanti, che giustifica anche egregiamente: potete leggerlo qui.
L'analisi, tuttavia, incontra secondo me due limiti: uno di forma ed uno di merito.
Quanto al merito, Pera, per dimostrare come lo strumento referendario sia troppo rozzo per risolvere la questione, illustra la complessità della stessa, la quantità di diritti che vi sono sottesi e la difficoltà di ricercarne un'equilibrata composizione.
Tra questi diritti il Presidente del Senato - che, notoriamente, è un cattolico - inserisce il "diritto all'integrità della vità del nascituro": su questo, però, non si può essere d'accordo.
Pera, infatti, si riferisce non solo ad un diritto che nel nostro Ordinamento giuridico non esiste, bensì ad un diritto che, per quanto attiene la figura dell'embrione (figuriamoci delle strutture pre-embrionali) è espressamente negato.
Infatti, la legge 194 sancisce il diritto della donna di interrompere la gravidanza, senza necessità del ricorrere di alcun requisito oggettivo, fino al terzo meso (compreso) di gestazione: questo significa che il nostro Ordinamento giuridico non solo non riconosce, bensì espressamente nega un "diritto all'integrità della vita del nascituro" fintantoche questi non sia divenuto un feto di tre mesi e un giorno.
Il diritto cui si riferisce Pera, dunque, non è un diritto attinente la sfera delle leggi esistenti, bensì una mera istanza morale (del tutto rispettabile, per carità, ma di diritti può parlarsi soltanto quando essi sono sanciti dalle leggi - a prescindere dalla considerazione che la normativa intervenga necessariamente sempre a valle di una pre-elaborazione etica).
Il paragone tra questo diritto, in realtà inesistente, e gli altri citati nell'articolo (alla salute, all'autodeterminazione della donna e via discorrendo - tutti diritti riconosciuti dall'Ordinamento positivo) è dunque viziato alla radice: nel confronto tra un diritto che non esiste ed un diritto che esiste non c'è spazio per il contemperamento, semplicemente il primo soccombe.
Chiaramente questo Pera lo sa meglio di me e, altrettanto chiaramente, si fa portatore di una istanza morale (quella dell'affermazione del "diritto all'integrità della vità del nascituro") che, per le sue convinzioni filosofiche e religiose, egli ritiene debba essere, ad esito di un percorso parlamentare, inserito nella nostra legislazione.
Tutto questo è perfettamente legittimo, ma priva totalmente le argomentazioni di Pera di quel manto di omnivalenza (sia per i credenti che per i non credenti) e di oggettività che egli stesso pretenderebbe si riconoscesse loro.
Quanto all'argomento formale, quello per il quale tematiche di tale complessità e difficoltà anche sotto il profilo delle valutazioni etiche oltre che del merito tecnico, non possono essere affrontate con l'accetta del referendum, viziata di due handicap (la eccessiva drasticità delle due soluzioni alternative, che non consente l'elaborazione di una risposta più articolata e l'ignoranza diffusa nella popolazione delle questioni scientifiche sottese alla normativa da giudicare) sono, in astratto, perfettamente d'accordo con Pera.
Il quale, però, quando parla del Parlamento, immagina qualche cosa che è tanto auspicabile quanto drammaticamente distante dalla realtà.
Il - nostro - Parlamento, infatti, non è assolutamente il sacrario del confronto libero, approfondito, tormentato delle idee, come vorrebbe raccontarci il Presidente del Senato: è, invece, il ricettacolo del calcolo politico, del ricatto, del compromesso opportunistico.
Lo dimostra la legge sulla "devolution" - non userei mai questa parola, se non fosse che le hanno dato quel nome lì - aborrita dai cattolici, esecrata da Alleanza Nazionale, vista con fastidio da Forza Italia, ma, alla fine, concessa alla Lega in cambio di rinunce ed aperture su altri temi che avrebbero potuto aprire pericolose divisioni nella compagine governativa.
D'altra parte, è in questo modo che si è giunti alla legge 40, oggetto di referendum, piegandosi ai diktat dei cattolici di entrambi gli schieramenti (sebbene essi rappresentino, percentulalmente, una modesta quota di elettori).
Un Parlamento, il nostro, dove la rappresentazione degli orientamenti poltici ed ideologici degli elettori è scomparsa da un pezzo, sostituita da occupazioni e finalità ben più urgenti (la difesa di interessi particolari - se non addirittura personali - lobbistici, territoriali, talvolta addirittura illegali).
In queste condizioni, caro Presidente, meglio l'onesto popolo bue che le alchimie della politica, divenute ormai insopportabili ed insopportabilmente distanti dal Popolo (cui, la nostra Costituzione, mi par di ricordare attribuisca la sovranità).
EXIT POLL
4 si ovviamente. ma la cosa carina e' che questa non e' una dichiarazione di voto ma un vero e proprio exit poll. grazie alla mia condizione gondoriana ed al buon lavoro di mirko tremaglia (ed apprezzare sentitamente un deputato di alleanza nazionale e' qualcosa che spiazza me per primo) ho appena votato.
sono piccole ma sono pur sempre soddisfazioni.
IMPROVVISE SPARIZIONI
Da un giorno all'altro, i tifosi milanisti sono spariti.
Entri nei bar e non senti nessuno che magnifichi le doti dei diavoli rossoneri, affermi che la casa del bel gioco è solo e soltanto a Milanello, derida i cugini interisti che "non vincono mai".
Nei luoghi di lavoro, da un paio di giorni, i milanisti sono assenti per malattia, hanno preso le ferie o hanno molto daffare - o un gran mal di testa - e non possono dar retta a nessuno.
Anche qui sul blog, i miei due tentativi di metter loro un po' di sale sulla coda è caduto nel vuoto assoluto.
Certo si tratta di un sottrarsi poco elegante, ma, probabilmente, ancor meno elegante sarebbe, per loro, dir quello che gli passa per la testa in questo momento.
Debbo dire che, per noi juventini, accusati per l'intero arco del Campionato di praticare un brutto calcio (che non ci ha, tuttavia, impedito di avere, alla fine, la miglior difesa ed il miglior attacco del torneo e di vincere lo Scudetto) e sbeffeggiati per essere stati eliminati dalla Champions League (dalla squadra, però, possiamo dire oggi, che si è poi laureata Campione d'Europa...), la sorte toccata al Milan è fonte di grande soddisfazione.
Forse sarebbe pretendere troppo desiderare quella ulteriore di un bel contraddittorio con i tifosi milanisti (dei quali abbiamo dovuto subire per mesi l'esaltazione e, spesso, l'arroganza berlusconiana).
Allora, le fila le tiro io da solo: avete perso il Campionato, avete perso la Champions League e forse sarebbe ora che vi deste una bella ridimensionata.
A VOLTE RITORNANO
Già, si ritorna (ma solo momentaneamente) per raccontare una cosa strana che mi è capitata. Stanotte ho sognato che il Milan giocava la finale di Champions League; che vinceva 3-0 alla fine del primo tempo; che rientrava in campo con il cervello spento e che beccava tre gol in sette minuti; infine, che perdeva ai rigori.
Devo smettere di mangiare pesante, la sera.
PERCHE' PERDERE LA CHAMPIONS LEAGUE FA DIRE CAZZATE?
"In Europa abbiamo dimostrato di non essere inferiori a nessuno. Ripartiremo per tornare a vincere questa coppa, lo ripeto, in Europa siamo i più forti'.
Questa la dichiarazione di Ancelotti nel dopo gara.
Eh no.
Quando, due anni fa, la Juve perse ai rigori la finale di Champions League contro il Milan, Lippi dichiarò "Vorrei rigiocare la partita, sono convinto che la vinceremmo" e subito tutti gli fecero notare che le finali si giocano una volta sola ed è lì che le si deve vincere.
Ineccepibile.
Oggi il Milan è secondo in Campionato (quindi inferiore alla Juve, che è una squadra europea) e secondo in Champions League (quindi inferiore al Liverpool, che è una squadra europea).
Carletto, il campo dice che in Europa siete terzi: le chiacchere stanno a zero.
MA QUANTO CI GODO?
Ieri sera, dopo un minuto di partita, ho cambiato canale.
Alla fine del primo tempo mi sono risintonizzato, solo per vedere se, miracolosamente, il Liverpool avesse pareggiato: vinceva ancora il Milan, ma 3 a 0.
Allora sono andato a dormire.
Causa l'anticipato coricamento, stamattina, ore 4.45, ero già sveglio come un grillo.
E di pessimo umore.
Ho acceso la televisione per sentire le prime notizie: Rai Tre trasmetteva Rai News 24.
La cronista parlava di non so più quale rapimento in non so più quale stato del vicino Oriente.
In alto, la striscia delle notizie che scorreva.
Tra queste: il Liverpool trionfa, battendo il Milan ai rigori.
Mi sono stropicciato gli occhi tre volte: la notizia non mutava.
Impossibile, dico io, il Milan non è una squadra che si fa rifilare tre gol in un tempo da nessuno, figuriamoci dal Liverpool.
Cambio canale, alla disperata ricerca di conferme che mi appaiono ancora assurde ed impossibili da ottenere.
Capito su Italia Uno, dove danno la replica di Studio Sport di ieri sera: la giornalista annuncia il servizio sulla finale di Champions League.
Giusto in tempo, penso io.
Ed apprendo.
E godo.
E l'arcano si svela.
E io godo.
E l'inimmaginabile prende forma.
E io godo.
E vedo la faccia di Galliani dopo la partita.
E godo.
Ma quanto ci godo?
DI VENTOTTO CE N'E' UNO, TUTTI GLI ALTRI SON NESSUNO
E adesso attendiamo la finale di Champions League, per festeggiare tutti insieme, tifosi juventini e tifosi milanisti.
Il titolo del post appena scritto è:
Da "l'altro emisfero"
Perchè i titoli non me li prende mai alla prima?
"Non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare." Vincent Van Gogh
Mi scuso profondamente con il mio re per il ritardo con il quale ho saputo, e mi inchino per il benvenuto su questa terra al tuo terzogenito, King!
Le mie più sentite congratulazioni!
L'ALTERNATIVA
Ieri sera, durante la cena, ho posto davanti a mia figlia Silvia, dodici anni a luglio, un bicchiere riempito per metà di vino rosso e le ho rivolto la fatidica domanda: "Secondo te, questo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?".
"Per metà pieno e per metà vuoto" mi ha risposto lei.
Supefacente: la stessa risposta che avrei dato io.
O mia figlia è un genio, oppure io sono...
DUBBI ELETTORALI
Chi, se non un medico, poteva somministrare una medicina alla Casa delle Libertà?
Sì, perchè di medicina, di innegabile tonico, si tratta, sol che si considerino le reazioni scaturite tanto a destra quanto a sinistra dall'elezione di Scapagnino a sindaco di Catania.
Il Polo afferma trionfante che la partita delle politiche è riaperta; l'Unione avverte i suoi che la consultazione elettorale del 2006 potrebbe non rivelarsi la passeggiata che si pensava sarebbe stata.
Io, per parte mia, resto basito.
Ciò, ovviamente, dipende dai miei limiti culturali, dalla mia incapacità di leggere i fatti della politica.
A me, infatti, sembrava imprudente trarre conclusioni pressochè definitive dall'esito delle regionali (per le ragioni - evidentemente sbagliate - che illustravo in un mio precedente post intitolato "Un po' di politica", pubblicato martedì 5 aprile) ed oggi mi appare come incomprensibile ricavare elementi significativi dall'elezione del sindaco di una realtà politicamente ristretta come Catania.
Ma così, chiaramente, non è, se è vero - come è vero - che l'esito delle regionali ha provocato un terremoto politico, ha fatto cadere il governo e ci ha fatto assistere all'indecente spetttacolo dei topi che lasciano la nave prima che affondi.
E se è vero - come è vero - che la vittoria elettorale a Catania ha suscitato le reazioni che poco sopra descrivevo.
E' chiaro che la politica è una pratica per iniziati, le cui regole e le cui ragioni risultano insondabili ai profani come me.
Pensate che, nella mia assoluta ignoranza, io ero perfino giunto a pensare che si trattasse di un teatrino messo in piedi da cialtroni, apprendisti stregoni dediti esclusivamente a battersi per una poltrona (in un ministero, ma anche in un ente pubblico, in una impresa partecipatata dallo Stato, in un sindacato, nella direzione di un quotidiano o di una rete televisiva e via discorrendo).
E' incredibile a quali abbagli conduca l'ignoranza.
D'altro lato, questa mia inettitudine a comprendere i messaggi della politica (e dei politici) mi pone delle gravi difficoltà in vista del futuro voto: io sono un elettore del Polo, ma se mi domandate il perchè non saprei spiegarvelo.
Trovo la Lega un fenomeno politicamente ripugnante; Forza Italia una manica di gangsters creata da Berlusconi per ottenere l'impunità dalle sue numerose malefatte; Alleanza Nazionale un partito ispirato da una politica populista, scelleratamente sociale, anacronisticamente centralista (che si colloca certamente più a sinistra dei DS); i cattolici come sempre inaccettabilmente arroccati sulla difesa di valori non più condivisi dalla maggioranza dei cittadini ed arrogamente disposti a farli valere in barba alle più elementari regole di democrazia e libertà individuale.
Forse voto il Polo per non votare l'Unione, della quale trovo insopportabile il connubio tra la mielosità buonista e solidaristica degli - altri - cattolici e della Margherita e la sconsideratezza politica dei Verdi, del Correntone DS, dei Comunsti Italiani e di Rifondazione.
E poi, davvero, non posso votare uno con il passato, il presente, il temibile futuro, la doppiezza, la determinata volontà di metterlo nel culo a tutti (da buon ex democristiano) e la faccia ed i modi da prevosto di campagna di Prodi.
Potrei astenermi, ma poi qualche dotto politologo mi spiegherebbe, con motivazioni inoppugnabili, che, a causa della mia ignoranza, non ho capito che, così facendo, in realtà ho manifestato un'espressione di voto per questo o per quello.
Ho trovato: prendo la scheda e ci scrivo sopra "stronzi".
No: così corro il rischio di averli votati tutti.
DI QUELL'UNICA VOLTA CHE VOTAI NO (E DELLE MIE FUTURE ASTENSIONI)
Sono diventato maggiorenne nell'ormai lontano 9 gennaio 1988.
Il 3 giugno 1990 fui chiamato per la prima volta a partecipare ad una consultazione referendaria; si trattava di tre questiti, due sulla caccia (in senso opposto, uno liberalizzante, l'altro limitante) e uno sui pesticidi. Non andai a votare, per le seguenti ragioni:
Un anno dopo, il 9 giugno 1991, fu chiamato per la seconda volta alle urne referendarie: si trattava di un'unico quesito in materia di legge elettorale (referendum Segni). Andai a votare e votai no, per le seguenti ragioni:
Negli anni successivi ci furono ulteriori consultazioni, di cui vi risparmio. Il prossimo 12 giugno sarò nuovamente chiamato a votare su quattro questiti, tutti in materia di procreazione medicalmente assistita; è un giorno in cui avrò molte cose da fare. Non andrò a votare. Non perché ho da fare, ma per le seguenti ragioni.
Per questo non potrò mai accettare che un eventuale mio voto negativo vada in realtà (com'è ampiamente prevedibile) a far vincere i referendum. Certo, astenersi per votare no è un po' una stranezza, ma questo è lo stato attuale della legge sui referendum, e dunque una volta deciso come opporsi, è necessario muoversi tutti insieme, come nel fuorigioco (questa è di Socci, ma l'esempio secondo me calza).
VOTARE E' UN DIRITTO, ASTENERSI E' UN DOVERE
Questo è lo slogan che ho letto sui manifesti pre-referendari di non so più quale formazione cattolica (l'unica cosa che ricordo è un abbozzo di scudo crociato sullo sfondo).
Ora, io non voglio assolutamente entrare nel merito del referendum (chi ha avuto occasione di parlare con me sa che voterò quattro sì, ma questo non ha nessuna importanza).
Voglio, invece, analizzare un po' più seriamente di quanto ho visto fin qui fare da personaggi anche illustri la questione dell'astensione.
Con un taglio costituzionalistico e, inevitabilmente, politico.
Il punto è questo: al di là dello scontro ideologico, dalle due contrapposte posizioni (che, poi, in realtà sono tre: sì', no e astensione) si è data una differente lettura ed una conseguentemente diversa definizione della scelta astensionistica: espressione di un voto implicito (secondo gli astensionisti), espediente o stratagemma regolamentare (secondo i non astensionisti).
Ovviamente, nel nostro Paese e soprattutto di questi tempi, tutto è buono per far polemica: figuriamoci uno scontro - democratico - ideologico tra cittadini, caratterizzato da uno sfondo religioso e dalla netta presa di posizione dei Vescovi.
Tuttavia, mi pare che su questa questione sia davvero impossibile non riconoscere dove, da un punto di vista strettamente tecnico, stia la verità e dove la menzogna opportunistica.
Il secondo comma dell'art. 75 della Carta Costituzionale dispone che: "La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi".
Quale sia la ratio sottesa al meccanismo elettorale scelto dal Legislatore è fin troppo ovvio (ed incontroverso tra i costituzionalisti): si assegnare rilevanza preponderante all'interesse (o al disinteresse) manifestato dai cittadini rispetto alla questione sottoposta a referendum.
Infatti, da un lato la proposta di referendum si ha per respinta se alla votazione non ha partecipato la maggioranza degli aventi diritto (il che mi pare un'evidente applicazione del principio di interesse) e, d'altro lato, una volta che la maggioranza degli aventi diritto ha dimostrato, partecipando al voto, di avere interesse nella questione, allora basta la metà più uno di loro per abrogare la legge.
Non ci vuole, cioè, la maggioranza degli elettori (come accade in Parlamento - con la mediazione del principio di rappresentatività - per l'approvazione di una legge) per cancellare un provvedimento legislativo dello Stato: basta la metà più uno della loro metà più uno (matematicamente, meno del 26%).
Ed anche questa è un'applicazione del principio di interesse, perchè costituisce - o vorrebbe, nelle intenzioni, costituire - una spinta agli interessati (e soprattutto agli incertamente interessati) a partecipare al voto allo scopo di evitare che una decisione obbligatoria per tutti sia assunta da poco - pochissimo - più di un quarto degli aventi diritto al voto.
In altri termini: se la questione non ti interessa, allora sta bene che la scelta sia vincolante anche se operata da una minoranza di cittadini.
Gli astensionisti, dunque, per il Legislatore costituzionale non sono elettori che esprimono un orientamento: sono solamente cittadini che manifestano disinteresse.
Chiarito questo principio, poco resta da aggiungere.
Avere un'opinione antiabrogativa sul quesito referendario e non andare ad esprimerla nelle urne è certamente consentito ed è certamente valido e lecito l'eventuale risultato di vanificare il referendum attraverso il mancato raggiungimento del quorum.
Ma è del tutto ipocrita - nonchè tecnicamente infondato - sostenere che tale condotta sia equivalente ad un'espressione di voto implicito.
Si tratta, in realtà, di un puro stratagemma: quello di accorpare il non voto degli astensionisti disinteressati al voto implicito dei contrari, come se queste due categorie esprimessero una identica posizione politica in relazione al quesito referendario.
Dunque io dico: mi starebbe perfettamente bene se gli antiabrogazionisti (o la parte di antiabrogazionisti che hanno deciso di astenersi) dicessero chiaramente che il loro intento è quello di strumentalizzare il meccanismo referendario per ottenere un risultato che, nelle intenzioni del Legislatore, non era certamente voluto, ma che il sistema costituzionalmente adottato, di fatto, consente.
Ciò sarebbe espressione di onestà intellettuale.
Sforzarsi, invece, di sostenere il contrario, ovverosia che la scelta dell'astensionismo opportunistico equivale ad una manifestazione di voto, è semplicemente disonesto.
Perchè il senso della norma costituzionale è chiarissimo e non si presta ad interpretazioni di fantasia e, dunque, ogni tesi non conforme è, necessariamente, espressione di malafede.
Mi piacerebbe vedere un po' più di trasparenza e di coraggio delle proprie idee, da parte dei nostri politici, soprattutto da parte di quelli che si dicono ispirati al Vangelo (nel quale, se non mi sbaglio, si riporta, tra le altre, una frase di Gesù Cristo: "Il tuo parlare sia sì, sì, no, no").
VISTO DA DESTRA E VISTO DA SINISTRA
Era questo il titolo-tormentone che il grande Giovannino Guareschi utilizzava per introdurre sul Candido ironici elzeviri o feroci vignette volte a rappresentare la cecità di chi, anzichè guardare la realtà con i propri occhi, inforcava, prima, gli occhiali dell'ideologia.
E non mi si obietti subito che Guareschi era un fascista, perchè chi dice questa cosa - e non sono pochi - nulla mostra di sapere della vita e dell'opera del più grande scrittore e giornalista satirico della storia del Bel Paese: Guareschi era uno che pensava con la sua testa, il che, ovviamente, gli ha attirato - oltre alla galera - le ire di tutti, destrorsi e sinistrorsi (per tacer dei centirsti).
Stamattina ho avuto la sgradevole occasione di ascoltare Istruzioni per l'uso - credo si intitoli così - ovvero un programma radiofonico di Emenuela Falcetti diramato verso le 6.30 della mattina da Radio Uno (ed in parte ripreso, in diretta, da Rai Tre).
Non so se vi sia mai capitato (ma è probabile, sono diversi anni che va in onda): a me succede di ascoltarlo quando mi alzo molto presto (c'è di buono che, intanto, mi faccio la barba e quindi, tra l'attenzione da porre per evitare di sfregiarmi il delicato visino e lo scroscio dell'acqua, il tutto mi giunge alquanto attutito).
La Falcetti è una giornalista di sinistra, di quella parte di sinistra dalla parte del consumatore, per intendersi: una stile Marrazzo o Floris.
Insomma, un chiaro esempio di imparzialità dell'informazione.
Forse l'avete anche vista in TV: una nanerottola con una gran testa di capelli neri, occhiali tondi e bretelle stile Giuliano Ferrara.
Non so se sia più sgradevole lei o la sua trasmissione.
Tra gli ospiti c'era, come sempre, un rappresentante delle associazioni dei consumatori: di solito c'è qualcuno del Codacons, oggi c''era l'Avvocato Landi (anche di lui penso abbiate già sentito parlare).
Non appena avuta la parola, Landi ha tuonato con toni da tribuno della plebe (ma Caio Gracco, ritengo, aveva un ben più affascinante eloquio) rimproverando le Ferrovie dello Stato (scusate, ma essendo io nato nel secolo scorso, seguito a chiamare in tal modo Trenitalia, anche dopo la privatizzazione - a proposito, qualcuno un giorno mi spiegherà come fa ad essere privata o privatizzata una società interamente di mano pubblica).
Oggi, come sapete, c'è uno scipero incrociato di ferrovieri e controllori di volo e, dunque, l'intero comparto dei trasporti nazionali è nel caos.
Non c'è da stupirsi, proprio nel giiorno in cui anche i nostri governanti fiinalmente riconoscono che in Italia c'è la recessione economica - cosa che non solo io, bensì persone ben più esperte di me, diciamo da un paio di anni - la miglior risposta dei sindacati è quella di scioperare, anzichè decidersi una buona volta a mettersi a lavorare sodo.
Ebbene, la contestazione portata da Landi, con tanto di alzate di voce e toni da scandalo, è che il servizio telefonico di informazioni delle Ferrovie è a pagamento.
Ma come, tuonava il tribuno, proprio oggi che migliaia di utenti a causa di un vostro disservizio dovranno telefonare per verificare se il treno che devono prendere partirà o no, voi fate pagare la telefonata?
A causa di un vostro disservizio.
Le associazioni dei consumatori sono di sinistra; i sindacati sono di sinistra: i sindacati - di sinistra - indicono lo scipero e le associazioni dei consumatori - di sinistra - dicono che questo è un disservizio delle Ferrovie e protestano?
E' solo strabismo o ci troviamo al cospetto di un caso di schizofrenia?
Insomma, per parafrasare Guareschi: visto da sinistra e visto da sinistra.
E il responsabile della comunicazione di Trenitalia aveva un bel dire che lo sciopero mica l'avevano indetto le Ferrovie: l'altro era irremovibile, anzi per il vero sembrava sordo perchè nemmeno replicava, si limitava a ripetere "a causa di un vostro disservizio".
La Falcetti, ovviamente, gli andava dietro, imperturbabile: beh, agli uetnti mica gliene frega niente se i treni stanno fermi per un guasto o per uno sciopero, per loro è comunque un disservizio.
E il malcapitato rappresentante delle Ferrovie a spiegare (ad un auditorio evidentemente affetto da grave otite) che quello di scioperare è un diritto costituzionalmente garantito e che loro mica possono impedire ai lavoratori di esercitarlo.
Ma si rende conto, incalzava Landi, che oggi sciperano anche gli aerei e che la nazione è bloccata?
Ma lo capisce, replicava l'altro, che Trenitalia non ha indetto nè lo sciopero dei ferrovieri nè quello degli aeroportuali e che non ha alcuno strumento legale per impedire l'uno e l'altro?
In tutto questo, nessuno ha detto che gli irresponsabili sono i sindacati, ovverosia coloro che hanno proclamato lo sciopero in entrambi i comparti, nello stesso giorno, all'evidente scopo di creare il caos.
Quegli stessi sindacati - sia detto per inciso - che quando governavano Prodi o D'Alema stavano quieti come agnellini e non hanno neppure fatto finta di protestare quando gli italiani si avegliarono una mattina scoprendo che, nottetempo, il Professore gli aveva praticato un bel prelievo fiscale sui conti correnti (ve lo ricordate, no?).
E allora, ben venga la già proclamata vittoria elettorale dell'Unione: i problemi rimarrano gli stessi, ma, almeno, nessuno si azzarderà a rompere i coglioni.
IL RINNOVO DEL CONTRATTO
Al centro della vita politica del Paese, in questi giorni, c'è la questione del rinnovo del contratto del pubblico impiego.
Premesso che, a mio giudizio, ci sono categorie di pubblici impiegati che, rispetto alla qualità del lavoro che svolgono ed alla sua importanza per la società, meriterebbero un compenso assai più elevato di quanto attualmente percepito - e più elevato anche di quanto il Governo parrebbe intenzionato a concedere loro - (mi riferisco, in particolare, agli insegnanti e che ci sono altre categorie nient'altro che parassitarie, assunte sulla pura base del voto di scambio, che meriterebbero semplicemente di essere licenziate, mi permetto un'osservazione.
Perchè il Governo non gira la patata bollente al centro-sinistra (che, a sentir quel che si dice in giro, guiderà certamente il Paese nei prossimi cinque anni)?
Questo, per molteplici ragioni:
1) i lavoratori statali votano e voteranno (nella grandissima parte) comunque a sinistra, sia che il Governo conceda loro gli aumenti, sia che non glieli conceda;
2) il centro-sinistra, quando sarà al Governo, non sarà in grado di riconoscere agli statali trattamenti economici migliori di quanto oggi loro offerto (i soldi disponibili sono quelli che sono);
3) i sindacati - come già fecero coi governi Prodi e D'Alema - non si azzarderanno a fare dannosi scioperi generali.
Non vedo, dunque, ragioni politiche per lasciarsi andare ad atti di generosità.
IL POPOLO - DOPPIO - DEI MOTOCICLISTI
Come molti tra di voi sanno già, io sono un motociclista.
Non un ciclomotorista o uno scooterista, sia ben chiaro: un motociclista.
Non voglio fare del classismo, ma portare in giro un ciclomotore o anche uno scooterone (come orrendamente sono stati battezzati tali veicoli), è un'affare un bel po' diverso dal condurre una motocicletta (coma la mia) che pesa 250 Kg. al netto di olio e pieno di benzina.
Ma non è questo il punto.
Il popolo dei motociclisti (comprendendo, per magnanimità, nel suo novero anche i conducenti degli altri mezzi a due ruote e motore) si suddivide in due categorie: i motociclisti duri e puri (o, più semplicemente, motociclisti) e i motociclisti femminucce (o, più semplicemente, femminucce).
I primi sono quelli che vanno in giro in moto indipendentemente dalle condizioni atmosferiche (in primis: pioggia battente e temperature polari), i secondi sono quelli che tengono la moto nel box da ottobre ad aprile e che, a settembre, aprile e spesso anche maggio, vanno in giro con la copertina sulle gambe (come i paralitici in carrozzella), dei parabrezza che sembrano la prua dell'Enterprise guantoni imbottiti stile Cassius Clay e giacconi antivento triplo strato che non si sognerebbe di indossare nemmeno Soldini attraversando il Pacifico in barchetta a vela.
Dice: ma che te ne frega? Goditi la tua superiorità ed ignorali.
Eh no: me ne frega assai.
Perchè tra aprile e settembre (il momento più bello per andare in giro in moto) le femminucce stanno in mezzo alle ruote, intasano le strade, invadono ogni parcheggio o marciapiede disponibile e, inoltre, essendo del tutto disabituati alla conduzione del mezzo, sono lenti, addormentati, scarsi di riflessi e si ritrovano spesso ad eseguire le più assurde evoluzioni (con conseguente ricaduta di immagine e considerazione per l'intera categoria).
Toccasse a me decidere, stabilirei per legge che la moto o la usi tutto l'anno o non la usi per niente: troppo comodo venir fuori quando c'è il sole, come le lucertole, e trascorrere l'inverno in letargo dentro utilitarie col riscaldamento a palla.
Insomma, il tutto si potrebbe sintetizzare con il motto "fuori i coglioni", nella duplice accezione di: 1) se sei un motociclista vero tira fuori i coglioni; oppure, in alternativa di: 2) fuori i coglioni dal popolo dei motociclisti.
Eccheccazzo!
COSE BELLE
D'accordo che sono momentaneamente assente e sull'orlo di una grave crisi condominiale (la carogna che mi è salita sulle spalle, il cane che mi abbaia dentro, il topo che rosica e una stupida scimmia che grida di gioia per l'avvenuto acquisto stanno vociando nella mia testa da giorni, e ammetterete che è difficile continuare a lavorare e a vivere normalmente in queste condizioni), però certe cose non possono passare inosservate.
E allora, comincio con il dare il benevenuto -in ritardo- al terzogenito di King Aragorn, che il cinque maggio ha fatto appendere un fiocco azzurro sulla reggia di Gondor. Evviva, evviva.
Secondo, poi, vorrei porgere i consueti auguri e felicitazioni anche a Boromir che, guaradacaso proprio oggi, un certo tot di anni fa, ha fatto appendere agli augusti genitori un simile fiocco azzurro.
Terzo poi, ne approfitto per fare una ola di incoraggiamento al caro Ppino, che a giorni dovrà vedersela con un gran bel drago.
Ecco fatto. Auguri di cuore a tutti, ma ora rinserisco il pilota automatico e mi rimetto le cuffiette in testa, per coprire con la musica il rumore assordante dei miei coinquilini. A presto, spero.
Cosigli e sconsigli di lettura.
Ho letto, per dovere di cronaca, i due gialli che Gianni Biondillo, architetto milanese, ha recentemente ambientato a Quarto Oggiaro, noto quartiere underground di Milano ("Per cosa si uccide" e "Con la morte nel cuore"); il dovere veniva dal fatto che mi trovo a frequentare la zona, per molti versi interessante. Li ho trovati brutti, nonostante la materia non mancasse (giusto qualche giorno fa è stato trovato un cadavere - vero, intendo - proprio in un cantiere descritto in uno dei due libri). Più in generale direi che il genere sta affogando nell'abbondanza degli epigoni. Io personalemente non ho ancora letto un giallo capace di stare minimamente in piedi di fronte ad un classico Maigret.
Con un certo gusto ho letto invece "Sognavo di correre lontano" di Ron McLarty, storia di un ciccione del Rhode Island (135 Kg alla partenza!) che per motivi vari, ma nel complesso plausibili, attraversa l'America in bici, fino a Los Angeles. L'autore, writer di serial come Law & Order e Sex and the city è al primo romanzo, ma ha avuto una sponsorship tremenda da parte di S. King ("Nei vostri scaffali non dovrà mancare quest'opera, che diventerà sicuramente un classico della narrativa nordamericana", ipse dixit, esagerando a mio giudizio un po') . Nel 2006 un film sarà tratto da questo romanzo, che per altro mi ha ricordato la pellicola "Una storia vera" di D. Lynch.
UMILE PROPOSTA REAZIONARIA
La Cassazione ha dunque definitivamente assolto gli imputati per la strage di piazza Fontana. E, dopo 35 anni, non abbiamo i colpevoli.
Giusto? Sbagliato? Non lo so.
Quello che trovo profondamente sbagliato è che la stessa Cassazione abbia addebitato le spese processuali alle parti civili, familiari delle vittime compresi.
Dico: ma sarebbe così scandaloso far pagare (i soldi, perché invece la carriera l'hanno già fatta tutti quanti. Automaticamente, per anzianità) quei giudici che per 35, dico 35, anni hanno indagato, interrogato, messo in galera, accusato e quant'altro i tre che, fino a prova contraria, oggi sono innocenti?
E ADESSO CHE L'ABBIAMO LETTO?
Come prevedibile, oggi il Corriere riporta ampi stralci del rapporto USA, decrittato.
In pratica, sotto le pecette ci sarebbero due informazioni "segrete":
- la prima è che il ceck-point non fu avvertito del passaggio della vettura con Calipari e la Sgrena perchè ad un certo punto della catenza di comando un ufficiale USA ebbe delle difficoltà a connettersi in banda larga con un'unità sottoposta e, pertanto, l'informazione si fermò lì; senza alcuna spiegazione, ci viene fatto anche sapere che l'ufficiale in questione avrebbe potuto utilizzare in alternativa una radio FM, ma non lo fece;
- la seconda è che i nostri non furono avvertiti che la rampa alla Irish Road era stata inibita al traffico dei veicoli per ragioni di sicurezza (l'Ambasciatore USA Jhon Negroponte avrebbe dovuto transitarvi più o meno all'ora in cui soppraggiunse la Toyota con Calipari); si precisa anche che, di fatto, Negroponte poi, in effetti, il tragitto lo percorse in elicottero e non su un blindato - come inizialmente programmato - ma che tale decisione fu presa all'ultimo momento, perchè le condizioni meteorologiche erano migliorate, e dunque non vi fu tempo di rimuovere il blocco.
Inevitabile osservare che queste due informazioni sono tutt'altro che rivelazioni imbarazzanti per gli USA: si tratta, in realtà, di fatti che valgono a conferire dignità di caso fortuito all'accaduto.
In altre parole, sono elementi a discrimine dell'operato dei militari USA.
Così come lo è l'altra parte censurata del rapporto: quella che illustra le statistiche degli attacchi mediante auto-bomba e spiega come degli stessi fossero (da mesi) quotidiani ed intervenissero con la massima concentrazione proprio nell'orario in cui la Toyota di Calipari si trovò a passare per il ceck-point.
In altri termini, gli USA si sarebbero preoccupati di segretare notizie che assolvono la condotta dei militari e riconducono il tutto a un banale accidente.
Lascio, ovviamente, a chi legge di trarre le conclusioni in ordine alla sussistenza o meno della volontà degli USA di farci apprendere i brani segretati.
Sempre il lettore potrà agevolmente concludere in ordine alla probabilità che tale ricostruzione - segreta - dei fatti sia veritiera o meno.
Io non lo faccio perchè, secondo me, spiegare questioni di solare evidenza è esercizio del tutto sterile ed offensivo dell'intelligenza di chi legge.
Per il resto, rimangono i contrasti tra la versione americana e quella italiana sulla velocità, sugli avvertimenti e su tutto ciò, insomma, il cui accertamento avrebbe consentito di addebitare responsabilità a questi o a quelli.
Insomma, una penosa manfrina dalla quale emerge con sicuurezza un solo dato: che non c'è il benchè minimo coordinamento tra gli alleati (nel senso che gli Americani fanno quel che gli pare e gli altri si arrangino).
Del resto, i cives sono loro, mica noi.
E SECONDO VOI GLI AMERICANI SON TANTO CRETINI?
Vi dico la verità: mi era anche venuta la voglia di leggere il rapporto americano con le pecette e quello svelato da un semisconosciuto giornalista – e blogger – attraverso un banale copia e incolla di Word.
E forse lo farò.
Ma, per il momento, il testo disponibile sui media – a quel che mi consta – è soltanto quello in inglese e preferisco aspettare che qualche volonteroso giornalista si occupi della traduzione.
La domanda che mi – e vi – pongo non attiene, dunque, al merito ed al contenuto del documento, bensì è, molto più banalmente: ma crediamo davvero che gli americani siano tanto cretini?
Vi pare che l’intelligence statunitense possa essersi distrattamente dimenticata che il testo, nella forma trasmessa alle nostre autorità, avrebbe potuto facilmente essere violato nella parti censurate?
Ma mi faccia il piacere, diceva il principe De Curtis.
La verità è che gli americani cretini non lo sono affatto, ma certamente pensano che lo siamo noi.
Non perché confidassero che non ci saremmo accorti della possibilità di andare a leggere sotto le pecette, ma perché sono probabilmente convinti che avremmo pensato ad un loro ingenuo errore.
Svelato il testo censurato, dunque, ora dovremmo credere che quanto ci è stato dato in pasto sia il rapporto vero, quello originale, nella sua integralità.
E tanto, immancabilmente, sosterranno.
Il documento vero, ovviamente, è certo un altro, che non leggeremo mai.
Tra breve sapremo che cosa hanno voluto farci trovare sotto le cancellature e potremo interrogarci sul significato che vi è sotteso, nel merito.
Sarà interessante e darà adito ad una divertentissima rincorsa di dietrologie (nelle quali noi italiani siamo maestri) che, ovviamente, a tutto potrà condurre salvo che ad accertare la verità.
Già adesso possiamo porci alcuni quesiti dietrologici:
- perché del trucchetto si è accorto un giornalista e non i nostri servizi segreti?
- è poi vero che, in realtà, i nostri servizi segreti non se ne sono accorti?
- forse sono proprio i nostri servizi segreti ad essere così scemi da pensare che non se ne sarebbe accorto nessun altro e non hanno detto nulla perché il testo svelato è imbarazzante per il nostro governo?
- è possibile che gli americani abbiano utilizzato un sistema facilmente violabile proprio perché desideravano che il testo originale potesse essere decrittato anche dai mezzi di informazione in modo da avere la garanzia che venisse diffuso (mentre, se avessero utilizzato un sistema decifrabile solo dall’intelligence italiana, avrebbero corso il rischio che quanto loro volevano venisse divulgato rimanesse, in realtà, un segreto)?
E questo è solo l’inizio: il bello verrà nei prossimi giorni.
Io, da questa tribuna, ho spesso difeso gli americani; talvolta li ho, invece, criticati: credo, in ogni caso, di non poter essere tacciato di antiamericanismo preconcetto.
Certo è che tutta questa storia dà la sensazione che i nostri alleati d’oltreoceano si comportino un po’ come gli antichi romani, per i quali c’era una bella differenza – soprattutto sul piano giuridico - tra i cives ed il resto della popolazione mondiale.
Poi, magari, si scoprirà che, sulla questione Calipari, hanno ragione loro; che la Toyota Corolla è arrivata al posto di blocco ad elevata velocità dando l’impressione di voler forzare lo sbarramento; che sono state sparate raffiche di avvertimento senza risultato.
O, forse, non si scoprirà un bel niente, ma, nei fatti, è perfettamente possibile che le cose siano ugualmente andate come sostengono loro.
Certamente sarebbe stato più elegante consentire alla magistratura italiana di svolgere un’indagine in piena regola ed il fatto che ciò non sia stato permesso lascia legittimo spazio ad ogni tipo di illazione.
In tal modo, è fatale che tornino alla mente il disastro del Cermis o la violenza carnale perpetrata da un militare americano della base di Aviano ai danni di una minorenne italiana, fatti per i quali i soldati americani sono stati processati (?) dalla magistratura militare americana – e assolti – proprio sulla base della considerazione che i cives sono soggetti soltanto alla giurisdizione romana, indipendentemente dal luogo in cui compiono il reato.
Se questi sono i nostri alleati, Dio ci scampi dai nemici.