"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

venerdì, aprile 29, 2005

IL TERRORE E' TORNATO
Avrei tutto l'interesse a montare il caso, eppure trovo letteralmente terroristico il can-can montato sul caso Cannavaro.
Per chi ne fosse all'oscuro, una breve cronaca.
Ieri sera (tarda sera), è stato trasmesso un video amatoriale, girato dallo stesso giocatore (allora al Parma). Era l'11 maggio 1999, Hotel Mariott, Mosca. L'indomani, il Parma avrebbe giocato la finale di Coppa Uefa, vinta per 3-0 contro l'Olympique di Marsiglia.
Il buon Fabio (oggi alla Juve, dopo un funesto passato all'Inter, nonché capitano della Nazionale) si riprende mentre si fa una flebo di Neoton, un cardiotonico. Con tanto di commenti ironici ("Così mi ammazzo...", "Sai quanto mi faccio se vendo la cassetta...", "Guarda come siamo ridotti...").
SCANDALO!!! E' la prova provata che il doping nel calcio esiste!!!
Peccato che il Neoton non sia nell'elenco (della Federazione) dei farmaci dopanti. Come dire: non c'è alcuna differenza (o comunque pochissima) tra quello e un Gatorade.
E giù a sproloquiare sugli ideali dello sport, sull'importante è partecipare, sull'esempio ai giovani...
No, ma dico: forse non converrebbe che i giovani avessero anche davanti dei modelli di informazione corretta?
Non nascondiamoci dietro a un dito: lo sappiamo tutti che gli sport (tutti gli sport) sono bombati. Ma o lo scopriamo, lo proviamo e lo facciamo vedere davvero, oppure è come accusare Andreotti di essere mafioso e tenerlo sotto processo per 10 anni. Senza uno straccio di prova.
E' il Terrore della Rivoluzione francese, bellezza.

Postato da: kingaragorn a 10:41 | link | commenti (1)

venerdì, aprile 22, 2005

BREVE RASSEGNA STAMPA
Complice l’ora presta, dispongo di quel po’ di tempo per dare una ripassata al vecchio Corrierone e, come talvolta mi capita di fare, ve ne rendo partecipi.

Stanotte, infatti, ho dormito poco e male e, già prima del levar del sole, ero sotto la doccia, intento a cercare una bagnoschiuma seppur miniamamente virile, nella ridda di saponi, creme nutrienti, gel e shampoo vari (alla violetta di Parma, alla rosa, al miele, al chewing-gum e via discorrendo) che mia moglie e le mie figlie hanno ammassato tutto intorno.

Non so il perché di questa notte irrequieta: forse ha qualcosa a che fare con i tre astici che ho improvvidamente consumato ieri sera, a cena, in un ristorante nei pressi di casa, innaffiati da abbondante Falanghina.

Alternativamente, sarà stato lo spirto guerrier ch’entro mi rugge, che faceva un tal baccano da impedirmi di dormire.

In ogni caso, son qui ad inebriarmi del profumo della stampa (con quel vago sentore di ammoniaca che, nonostante tutto, la modernizzazione non è riuscita del tutto a cancellare dalle pagine dei quotidiani).

Di spalla – come credo si dica – l’editoriale di Gianni Riotta sui mali dell’ONU: dallo scandalo Oil for food agli stupri praticati dai Caschi Blu in Africa, l’analista dettaglia minuziosamente le vergogne di quello che dovrebbe essere il consesso delle Nazioni.

Io, personalmente, mi stupisco che qualcuno si stupisca: in questi ultimi anni l’ONU è stato santificato dalle sinistre di tutto il Pianeta semplicemente perché pareva loro poter rappresentare una forza di contrasto e di alternativa all’egemonia statunitense.

Non certo, invece, perché fosse lecito pensare che tale Organizzazione potesse andare esente dagli quegli stessi squallori (malversazioni, ricatti, violenze) propri degli Stati che, in essa, sono rappresentati.

Al centro apprendiamo che Berlusconi è “pronto per il nuovo governo”: qui la questione è oggettivamente divertente.

E’ da ben prima che si dimettesse che il nostro beneamato ex Primo Ministro (e ri-Primo Ministro in pectore), va raccontando a destra e sinistra di avere già delineato la nuova squadra (e, in queste ultime ore, siffatto tormentone si ripete incessante).

Se la nostra Costituzione ha ancora un senso (e badate che io, personalmente, non è che la stimi poi tanto, forse perché l’ho abbastanza approfonditamente studiata – l’esame di Diritto Costituzionale, alla facoltà di Giurisprudenza, è obbligatorio…) questa condotta del Premier (o ex Premier? o futuro Premier?……) beh, questa condotta del Presidente del Milan non è che stia tanto in piedi.

Parlare di sostituzione presso più Dicasteri, prima di dimettersi (e, anzi, escludendo categoricamente tale possibilità), è come scambiare il Consiglio dei Ministri con un Consiglio di Amministrazione.

I Ministri non sono mica dei dipendenti del Premier: anche senza essere costituzionalisti, sappiamo tutti che li nomina il Presidente della Repubblica (su proposta del Presidente del Consiglio incaricato di formare il Governo).

Non è che certe cose si possano fare e disfare allo stesso modo in cui si risistemerebbero i volumi negli scaffali della propria biblioteca.

Andare raccontando di avere già pronta la squadra, dopo essersi dimesso e senza ancora avere ricevuto alcun reincarico, poi, è come scambiare Ciampi per Ancelotti: forse qualcuno dovrebbe spiegare a Berlusconi che, al di là di ogni considerazione di merito – pur opportuna – c’è pur sempre un bon ton istituzionale da rispettare, altrimenti rischiamo che, al prossimo G-8, alla fine della cena, si slacci la cintura dei pantaloni, si metta a masticare stuzzicadenti e, magari, erompa in un clamoroso rutto ad elogio del cuoco.

D’altra parte, ho l’impressione che Berlusconi dia un po’ troppo per scontato che la decisione del Presidente della Repubblica non sarà, invece, quella di sciogliere le camere (anche perché, a me pare, c’è in questo momento un certo odor di fronda nella – ex – coalizione….).

A metà pagina campeggia il titolo: “Coppie gay, duello finale Spagna-Vaticano”.

Apprendiamo che il Parlamento spagnolo ha sancito una riforma del codice civile per la quale, nella sezione dedicata la matrimonio, le parole “marito e moglie” sono state sostituite da “i coniugi”.

Questo dovrebbe chiarire, ai tanti che liquidano il lavoro dei giuristi come un’applicazione fumosa di incomprensibili bizantinismi, che nel diritto l’apparentemente innocuo utilizzo di una parola in vece di un’altra comporta mutamenti sostanziali.

Nel caso che ci occupa, la conseguenza principale è che due persone dello stesso sesso potranno sposarsi (il che, alla fin fine, non mi sembra poi così scandaloso).

Ma il corollario di tale principio è inquietante, perché equiparare in tutto la famiglia eterosessuale a quella omosessuale comporta di consentire a quest’ultima di adottare bambini.

Mi sembra che questo costituisca una pietra miliare nel cammino da tempo intrapreso in Europa: quello di cancellare la distinzione tra normalità ed anormalità.

L’intento che muove questa spinta filosofica è buono, nel senso che mira ad eliminare due equazioni obiettivamente ingiuste: normale=bene e anormale= male.

Se, però, il risultato è – e lo è - sancire la nuova equazione normale=anormale, allora io avrei qualcosa da ridire.

Ed anche molti di voi, penso. Per il resto, le solite notizie: nebbia in val Padana, non ci son più le mezze stagioni, la palla è rotonda e via rotolando.

Postato da: barbalbero a 08:40 | link | commenti (2)

IL PECCATO

Quel che mi accingo a fare suscita in me non poco imbarazzo, ma certe inibizioni, nella vita, prima o poi bisogna farle fuori, pena restare nel guscio come un pulcino pur avendo ormai raggiunto le dimensioni di uno struzzo australiano adulto.

Molti di voi sanno che, per diletto, scrivo canzoni, musica e testi di canzoni: qualcuno ha persino avuto la pazienza di ascoltare i miei dischi, ma forse non tutti sanno che – impagabile titolo di una altrettanto impagabile rubrica della Settimana Enigmistica – scrivo poesie.

Considerato che va tanto di moda, pur essendo eterosessuale ho, dunque, deciso di fare outing e di pubblicare una mia poesia (ammesso che a tale massima categoria letteraria essa possa essere ascritta).

Come vedete, ciurlo alquanto nel manico, perché la cosa è intima e buttarla lì sul blog, insomma… io appartengo ad una generazione che conserva ancora certi pudori (anche se sto scoprendo che, con l’età, fortunatamente, certe malattie passano, ancorchè altre ne arrivino – il che, peraltro, mi suggerisce che l’esistenza è un incrocio tra una stazione ferroviaria ed un ospedale).

Beh, veniamo al punto: si tratta di una riflessione sul tema del peccato, che ho cercato di esprimere in forma poetica:

Tu non riposi mai, insonne e
proteso ad afferrare ogni occasione
per violare questa codificazione, immane,
che la mano di un Dio incise,
un giorno, nella mia coscienza.
Quella stessa mano
c
he ti ha deposto nel mio cuore,
come una sfida,
e tu vi alligni, ti nutri della mia debolezza,
da esso occhieggi instancabile, strisciante, furtivo.
Talvolta sottilmente sorridi,
compiaciuto ti arricci la punta
di un baffo impomatato;
altre volte sghignazzi osceno e feroce,
dibattendoti, rotolandoti
e latrando come un animale immondo.
Infine, vincerai tu:
entrambi lo sappiamo.
E’ per questo che ti odio, forse,
o che, forse, ti amo.

Postato da: barbalbero a 07:14 | link | commenti (2)

mercoledì, aprile 20, 2005

TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO

L’elezione di Papa Benedetto XVI - evento, invero, tutt’altro che trascurabile - è stata accolta, su questo blog, da un assordante silenzio.

Non che me ne stupisca, beninteso, considerato che mi è ben nota – al punto da averla io stesso più volte fustigata – la inveterata pigrizia dei componenti del nostro microscopico circolo letterario.

Io, personalmente, non mi sento di esprimere opinioni sulla scelta: non conosco personalmente il Cardinale Ratzinger né sono abbastanza addentro le cose vaticane da poter, in qualche modo, valutare l’uomo ed il suo operato ad oggi.

So – e son cose che parrebbero comunque dover indurre alla massima cautela chi intendesse muovere qualche critica alla scelta operata dal Conclave – che il nuovo Papa è stato, per oltre vent’anni (dal 1981, se non erro) Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), ovverosia il massimo organo teologico della Curia Romana; che il nuovo Papa è considerato uno degli uomini più colti ed intellettualmente acuti dell’intera Europa; che la sua nomina a Prefetto è stata voluta da Wojtila, il quale ne ha fatto il suo più eminente collaboratore; che il suo pensiero ha inciso negli ultimi decenni della vita e dello sviluppo della Chiesa (da quando, giovanissimo, già venne individuato quale consulente teologico del Concilio Vaticano II).

So anche che le sue posizioni, in tutti questi anni, hanno subito un’evoluzione non irrilevante, che ha condotto il Cardinale Ratzinger dall’essere considerato un modernista (fin troppo vicino al teologo Kung, in odor di eresia) al divenire lo strenuo difensore dell’ortodossia cattolica (con l’inevitabile sequela di accuse di eccessivo conservatorismo e fin di oscurantismo).

I commenti – autorevoli - che ho letto e sentito spaziano da un estremo all’altro e, sovente, si contraddicono.

Da un lato, viene sottolineata la continuità con Giovanni Paolo II, ravvisata nella circostanza che, a questi, sia succeduto il suo più stretto collaboratore, nonché colui il quale, più di tutti, ha offerto un determinante contributo nella politica del trascorso pontificato.

Per altro, c’è subito chi precisa che il Cardinale Ratzinger non è una creatura di Wojtila (tra quelli che hanno partecipato al Conclave, è uno dei pochissimi - due o tre – Cardinali non nominati dal Giovanni Paolo II) e che, in quello che viene considerato il suo discorso di insediamento – anticipato – ovverosia l’omelia pronunciata nella missa pro eligendo Papa, il Pontefice in pectore abbia esposto una costruzione programmatica di impronta ben diversa da quella wojtiliana.

Nella ridda delle opinioni espresse, sinceramente, non sono riuscito a farmi un’idea precisa.

Né, tutto sommato, voglio farmela.

Quel che ha fatto e detto fino ad oggi il Cardinale Ratzinger, secondo me, serve solo fino a un certo punto a prevedere quale sarà la sua azione di Pontefice.

Un Generale di Corpo d’Armata, nel suo ruolo, fa certi discorsi e sostiene determinate tesi, ma se, per avventura, gli capita poi di divenire Capo dello Stato, probabilmente il suo atteggiamento cambierà, perché il mutamento del ruolo comporta anche, inevitabilmente, il mutamento dei punti di vista e delle prospettive.

Ciò vale ancor di più per il Papa, il quale – secondo la costruzione dogmatica di Santa Romana Chiesa – nel suo operato gode di una ispirazione divina.

Credo, quindi, che si debba aspettare per giudicare.
Ed ho l'impressione che il personaggio sia di tanto viva intelligenza da riservarci (a noi, ma anche alla Curia) non poche sorprese.

Postato da: barbalbero a 18:08 | link | commenti (4)

lunedì, aprile 18, 2005

EXTRA OMNES
L'unico che non si leva mai dai coglioni è Bruno Vespa.

Postato da: kingaragorn a 17:31 | link | commenti (3)

giovedì, aprile 14, 2005

IN QUESTI TEMPI DIFFICILI
Solo tre parole, in queste complicate settimane, risollevano in qualche modo il cuore: "Non vincete mai".
Dei cugini, si sapeva. Ma che ci si mettessero anche i gobbi, bè sono soddisfazioni.

Postato da: kingaragorn a 09:52 | link | commenti (3)

PAROLE IN LIBERTA’

Stamane, complice la partenza, in orario antelucano, di mia figlia Giulia, per la gita scolastica, non sono ancora le sette e già mi ritrovo nel mio studio. 
Con l’occasione scopro che una orrenda virago (un’ucraina, credo, del peso approssimativo di 130 Kg. per non meno di 180 cm di altezza, bionda e con occhi azzurri e suini), si aggira nei locali con scopa e spazzettone. 
Certamente, prima della caduta del Muro, era una spietata agente della Polizia Politica (forse nella Germania dell’Est o forse in Bulgaria): poi, con l’occidentalizzazione, si son tutti rabboniti (non ci sono più i comunisti di una volta…) ed, essendo d’un tratto divenuto illegale arrestare, picchiare, torturare ed uccidere gli avversari politici, hanno trovato diverse – e più pacifiche – occupazioni. 
Sono i piccoli riflessi, nella nostra vita quotidiana, dei grandi summovimenti storici. 
Ad ogni buon conto, posso permettermi una rapida ripassata del giornale, fresco fresco, che, già in orario antelucano , come dicevo, giaceva sul mio zerbino – a proposito: già di loro, gli antichi romani, che facevano per lo più i contadini, i pastori ed i soldati, si alzavano di buon’ora: ma che mestiere faceva Lucano per levarsi ancor prima? L’astronomo? 
Di spalla, Gianni Riotta – che, in fondo, è un’egregia firma – paventa il no dei Francesi al Referendum di ratifica della Costituzione Europea.

Devo dire che tutti – soprattutto a sinistra – sembrano scandalizzarsi perché alcuni Stati interpellano i propri cittadini per sapere se a loro stia o meno bene entrare a far parte del carrozzone continentale. 
A me la cosa, più che scandalosa, pare estremamente democratica, ma c’è ancora qualcuno che pensa che, su certi temi, il Popolo Bue sia meglio non consultarlo: ci vuol troppa cultura, per assumere certe decisioni, e non si può mica lasciar fare ad una massa di ignoranti. 
Ciò mi rassicura un poco: forse, i comunisti di una  volta, ci sono ancora. 
Il titolo di testa recita: “Follini vuole la crisi, no del premier”. 
Il mio punto di vista è già noto e, a tal proposito, rinvio ad un mio precedente post (che il webmaster vorrà cortesemente linkare, perché io non ho la più pallida idea di come si faccia) nel quale sostenevo – e i fatti mi hanno dato ragione – che Follini è un peracottaro. 
In alto, a sinistra, si parla della cessione, da parte di Finivest, del 17% delle quote di partecipazione in Mediaset: sul punto, i nostri politici non hanno perso l’occasione di dire la loro – ma la nonna non glielo diceva che il silenzio è d’oro? -: così La  Russa afferma che Berlusconi sta seguendo la via del disimpegno personale dall’imprenditoria televisiva (nel contesto di un disegno volto ad attenuare il tanto vituperato conflitto di interessi), mentre Prodi minimizza, asserendo che “si tratta di un’operazione finanziaria e come tale va giudicata”. 
Il commento del Professore è corretto: quindi, certamente, glielo deve aver suggerito qualcuno intelligente. 
D’altro lato, con la manovra in questione il Cavaliere passa dal 51% (che, nel diritto societario, rappresenta la maggioranza assoluta) al 34% del controllo di Mediaset, il che non priva di esattezza la considerazione svolta da La Russa. 
C’è da dire che la ragione per la quale Berlusconi ha ceduto parte delle sue quote non è certo quella di ridurre la posizione di conflitto di interessi nella quale si trova, così come l’ineccepibile commento di Prodi non è dettato dal buon senso, ma dalla volontà di minimizzare l’osservazione di La Russa. 
Il che conferma che l’idiozia, in politica come in tutte le altre cose, è sempre ineluttabilmente trasversale: anche quando dicono qualcosa di astrattamente corretto, i nostri politici lo fanno per una ragione sbagliata. 
Più o meno sotto il titolo di testa, un po’ spostato a sinistra, Piero Ostellino (altra grande firma) sostiene che il nostro paese sarebbe afflitto, tanto a destra come a sinistra, di una certa “sindrome antiriformista”: ho l’impressione che l’ex-direttore ci azzecchi, e di molto, e vi suggerisco di leggere l’articolo. 
A metà pagina si narra di Carraro, il quale avrebbe deciso: “Sospendete le partite al primo petardo”. 
Carraro, come tutti i V.I.P., arriva allo stadio sempre un minuto prima del fischio iniziale (con la sua bella macchina pagata da noi, guidata dal suo bell’autista pagato da noi) ed ha il suo posto riservato in tribuna d’onore (pagato da noi): dunque non sa che i petardi cominciano a scoppiare ben prima dell’inizio della partita. 
Lui non lo sa, ma facendo come ha detto, si otterrà il risultato di non giocarle più, le partite (il che, in fondo, mi rallegra, perché – seppur grazie ad un’iniziativa idiota nelle intenzioni - si otterrà il risultato che auspicavo nel mio post di ieri, quello subito sotto questo). 
Fuor di celia, questa della sospensione delle partite al primo petardo è la soluzione che, evidentemente dopo lunghe riflessioni e proficui confronti, il mondo del Calcio ha saputo elaborare in risposta al problema della violenza negli stadi. 
A parte la considerazione che anche un nano mentale avrebbe saputo far di meglio, per il resto non c’è nulla da obiettare (anche perché, ammesso e non concesso che io avessi modo di illustrare a Carraro le mie ragioni, poi mica ce l’avrei il tempo di spiegargli il significato delle parole difficili che, anche contro la mia volontà, sgorgano e fluiscono inarrestabili nel mio eloquio). 
Ancora sotto: “Juve eliminata, in corsa solo il Milan”: da bravo tifoso juventino, ieri sera, ho guardato la partita. 
Per la verità solo fino al 15° minuto del secondo tempo, avendo poi trovato molto più interessante un’asta di quadri su non mi ricordo più quale televisione locale. 
Devo riconoscere che Capello è un’allenatore straordinario, così come straordinaria è la constatazione che una squadra come quella vista giocare (?) ieri allo Stadio Delle Alpi - come se la Alpi ce le avessero solo i Torinesi: e i Valdostani? I Lombardi? Gli Alto-Atesini?  I Friulani? – sia arrivata fino ai quarti di finale di Champions League e resti tuttora in corsa, appaiata al Milan, per l’aggiudicazione dello Scudetto. 
La visione di questa squadra, unitamente al fatto che essa veste i colori che porto nel cuore, fa sì che io auspichi l’applicazione della nuova regola dettata da Carraro (al petardo, ci penso io). 
In basso, a destra, veniamo informati che “i deputati europei votano per tenersi i privilegi”: ma il mestiere del giornalista non era quello di dare delle notizie? 
Di fianco, la triste storia di due donne gay che grazie all’inseminazione artificiale (praticata a Bruxelles) hanno ora un figlio: “Oggi, vicino a Bergamo, viviamo come una famiglia normale” spiega una delle due. 
A lei, invece, qualcuno dovrebbe spiegare che cosa sia una famiglia normale (un papà, una mamma, dei bambini, per esempio). 
Accanto, la sconsolante vicenda di una minorenne, incinta, che voleva abortire contro il parere dei suoi genitori: “I giudici avevano delegato la decisione ai medici, che ieri hanno dato il via libera all’intervento”. 
Anni di studio del diritto – evidetemente gettati in una latrina – mi avevano insegnato che la potestà sui figli minori compete ai genitori, che la esercitano congiuntamente. 
Altri anni di studio del diritto – i cui risultati sono, palesemente, approdati al medesimo, maleodorante, lido – avevano conculcato in me la convinzione che a dirimere le controversie giuridiche dovessero essere i magistrati. 
Oggi, dopo quindici anni di professione di avvocato, scopro che non è così: che la potestà genitoriale è dei medici, i quali sono anche investiti del potere giurisdizionale (se sapessero di tale mia crassa ignoranza, i miei clienti fuggirebbero inorriditi: speriamo che non leggano questo blog). 
Un dubbio mi resta: che ne sa, uno esperto di malattie del colon (cioè uno che ha studiato per curare la diarrea ed altre gravi malattie), di diritto e giurisprudenza? 
Beh, se i clienti mi mollano, chiudo lo studio legale e ne apro uno di otorinolaringoiatria.

Postato da: barbalbero a 08:18 | link | commenti (3)

mercoledì, aprile 13, 2005

IO MI SAREI ANCHE UN PO’ ROTTO I COGLIONI

Ieri sera, allo stadio San Siro di Milano (un tempo denominato la Scala del Calcio), si è ripetuto un fenomeno (in forma gravemente amplificata) che puntualmente si verifica pressoché ogni domenica di Campionato in quasi tutti i campi di gioco.

Quella del tifo violento è una degenerazione che, checché ne dicano i cosiddetti esperti, riguarda una larga parte dei sostenitori delle squadre di calcio e non quella che viene costantemente definita “una sparuta frangia di teppisti”.

Ieri sera, a San Siro, se ne è avuta – se mai se ne fosse sentita la necessità – la piena dimostrazione: la sassaiola piovuta sul terreno di gioco proveniva dall’intera curva (capace di contenere qualche decina di migliaia di persone) e non da settori isolati della tifoseria.

Ma se quanto accaduto può certamente essere considerato uno degli episodi più eclatanti, non di meno ogni domenica le stazioni ferroviarie (ed i treni speciali che le Ferrovie – con i quattrini della collettività – organizzano all’uopo e per evidente necessità) vengono regolarmente devastate dai cosiddetti Ultras, che, si badi, non sono qualche decina di sventurati, ma qualche migliaio.

Gli stessi Ultras che fracassano le autovetture trovate in sosta lungo il percorso che li conduce allo stadio (prima, lo sottolineo, che la partita sia stata giocata, quando cioè non c’è neppure l’attenuante – ammesso che possa essere presa in considerazione – della rabbia e della delusione derivate dalla sconfitta della propria squadra del cuore).

Quelli che, ancora, lungo la via del ritorno sfasciano le vetrine dei negozi, distruggono tutto quel che capita loro a tiro  e ingaggiano vere e proprie guerriglie con le Forze dell’Ordine (anche in questo caso necessitatamente spiegate senza risparmio di mezzi, a spese del contribuente).

Sempre quelli che, all’interno degli stadi, organizzano cariche contro le tifoserie avversarie e si recano alle partite già armati di qualsivoglia corpo contundente sia possibile nascondere ai controlli della Polizia (cosa, peraltro, che non pare mostrare profili di particolare difficoltà).

Si tratta, in altre parole, di una condotta premeditata e deliberata, determinatasi già prima della partita e del tutto indipendente dall’esito della stessa.

E che viene posta in essere, lo ripeto, non da una modesta schiera di persone, ma da una massiccia rappresentanza dei tifosi.

Si fa un gran parlare dell’applicazione delle leggi e del fatto che i violenti, anche laddove identificati, finiscono per non subire pressoché alcuna conseguenza dei propri atti.

Questo non è un fatto che riguarda solo la delinquenza calcistica, bensì l’amministrazione della giustizia, in generale.

Nel nostro Paese, per una molteplice serie di fattori, è raro che il reo paghi effettivamente un prezzo adeguato alle sue colpe: certamente, parcheggiare l’automobile in sosta vietata è più costoso che imbrattare la facciata di un edificio o mandare a farsi fottere un Vigile Urbano.

Questo dipende da svariate ragioni: in primo luogo un buonismo imperante, figlio di una cultura che tende a deresponsabilizzare il singolo individuando puntualmente colpe della società (che ci vuoi fare, è da capire: è disoccupato, è un giovane cui lo Stato non offre spazi di aggregazione né prospettive di lungo termine, è una vittima della società dei consumi, che propone ed impone standards di vita incompatibili con le reali possibilità economiche della gente e via discorrendo).

Inoltre, vi è l’obiettiva incapacità dello Stato, sul piano organizzativo, di far fronte al carico di lavoro sia nell’ambito dell’amministrazione della giustizia che sul piano delle strutture carcerarie: è soprattutto da questo che deriva la legislazione premiale, la progressiva depenalizzazione di tutta una serie di condotte che, per secoli ed in ogni ordinamento civile, sono state considerate reato, il ricorso a pene alternative (arresti domiciliari, affidamento ai servizi sociali, assegnazione ad attività socialmente utili) che, di fatto, si traducono nella non-sanzione di una condotta illecita e che, per pudore, vengono giustificate attraverso fumose costruzioni teoriche in ordine all’inadeguatezza della pena detentiva, alla necessità di indurre un reinserimento sociale, all’opportunità di produrre una rieducazione del reo affinchè, chi ha sbagliato una volta, eviti di ripetersi dopo aver scontato la pena.

Tutte balle, diciamocelo francamente, che non hanno neppur minimamente attraversato la mente del Legislatore britannico (come esattamente osservava Kingaragorn), il quale, limitandosi a sbattere in cella (con il trattamento che ne consegue) gli hooligans, ha rapidamente ottenuto il risultato di estirpare la violenza dagli stadi.

Quello che è accaduto ieri sera a San Siro, sotto il profilo giuridico, ha un nome preciso, né desti scandalo quel che mi appresto a dire: tentato omicidio volontario.

Tale, infatti, è l’inquadramento riservato da codice penale ad una condotta che, in potenza, è idonea a provocare la morte di un uomo e la cui astratta capacità di produrre siffatto risultato non può sfuggire a chi la ponga in essere.

Ieri sera, dal terzo anello di San Siro, sono state gettate sul campo di gioco bottiglie di acqua da un litro e mezzo: un corpo compatto, del peso di un chilo e mezzo, scagliato in caduta libera da parecchie decine di metri di altezza è qualcosa che, se colpisce una persona in testa, è perfettamente idonea a farla stramazzare definitivamente.

Ammesso e non concesso che qualcuno degli autori del lancio venga identificato, voglio vedere il Pubblico Ministero che si assumerà la responsabilità di incardinare un procedimento penale per un’accusa tanto pesante (quanto fondata), che comporta una pena tale da non consentire l’uscita di galera se non dopo un cospicuo numero di anni.

Qui stiamo parlando della categoria protetta dei tifosi, del proletariato, cioè, mica di un politico qualunque cui stroncare la carriera per fini inconfessabili (benchè a tutti perfettamente chiari).

Ma che cos’ha il Calcio, per meritarsi un tale trattamento di riguardo?

Tante cose.

Innanzitutto è un formidabile serbatoio elettorale: il ripescaggio della Fiorentina, le concessioni riconosciute dal Fisco alla Lazio (che qualsiasi contribuente neppure si sognerebbe di ricevere), l’iscrizione della Roma al Campionato di serie A (alla faccia delle conclamate irregolarità e falsificazioni nelle certificazioni dei bilanci) sono, tutti, indistintamente, fatti determinati dalla volontà dei governanti di turno di non inimicarsi una cospicua parte dell’elettorato.

Inoltre, il Calcio è una delle più fiorenti industrie del Paese, generatore, tra l’altro, di un consistente indotto economico: le sue scorie, pertanto, al pari di qualsivoglia rifiuto industriale, devono in qualche modo essere tollerate e metabolizzate dalla società.

Vi è, poi, il modo tutto italiano di approcciare l’evento calcistico; modo anomalo perché il Calcio non è più un mero fatto sportivo, bensì è divenuto un fenomeno economico e finanziario: ecco, allora, che il gesto atletico passa in secondo piano ed ogni analisi si riduce alla disamina della condotta dell’arbitro ed alla considerazione del differente peso economico – e, quindi, politico – delle società calcistiche.

Anche sul campo, tutto è sopportato: giocatori che stramazzano al suolo come fossero stati colpiti da una raffica di mitragliatrice perché sfiorati (e spesso neppure) da un avversario (salvo poi rialzarsi in condizioni di perfetta efficienza psico-fisica non appena udito il taumaturgico fischio dell’arbitro), che insultano e talvolta aggrediscono il direttore di gara, che segnano con la mano e corrono ad esultare sotto la curva (salvo, poi, simulare una crisi epilettica e fare la faccia ad occhi strabuzzati – stile Totò Schillaci ai Mondiali di Italia ’90 – se l’arbitro annulla la rete).

Tutto questo, ovviamente, non fa che fomentare la violenza che già alligna nei tifosi e fornire pretesti per la sua esplosione (che, in ogni caso, si sarebbe comunque verificata perché, come più sopra scrivevo, preordinata e premeditata).

Sottolineo – e ribadisco – che questa è una peculiarietà del calcio, perché i tifosi del ciclismo, del rugby, della pallavolo, della pallanuoto, del basket, non si picchiano tra di loro, non sfasciano i palazzetti, non mettono a ferro e fuoco le stazioni ferroviarie o le strade cittadine.

E allora?

Si parla di rimedi – a mio giudizio estemporanei – come giocare le partite a porte chiuse, schedare i violenti, inasprire le pene (destinate comunque a rimanere disapplicate per le ragioni congiunturali e strutturali già esposte).

Io dico che ci vuole un segnale più forte: togliamo il giocattolo – pericoloso – al bambino – cretino – che ne fa un uso conseguente alla sua predisposizione mentale.

Facciamo un anno senza campionato di calcio.

Cominciamo da domenica: tutto a carte quarantotto.

Dice: ma le brave persone appassionate di calcio?

Si appassioneranno ad altri sport, cosa che farà bene a loro ed allo sport stesso.

Una bella cura disintossicante.

E’ ovvio che sto vaneggiando: a dir certe cose sul serio, in Italia, si rischia davvero la galera.

Perché per buona regola di governo – come tramandatoci da chi sapeva il fatto suo in tale materia – al popolo vanno assicurati panem et circenses: il panis, negli ultimi tempi, tende un po’ a scarseggiare, ma compensiamo abbondantemente coi circenses.

Postato da: barbalbero a 14:26 | link | commenti (3)

PAREGGITE
Per 15 anni hanno dimostrato di non saper vincere un cazzo.
Ieri sera, i cugini hanno dimostrato di non sapere nemmeno perdere.
E, badate bene, non intendo i tifosi: quelli, imbecilli sono e tali resteranno in eterno. A meno che, naturalmente, non si faccia come in Inghilterra, dove gli hooligans non esistono più: se ne beccano uno che fa casino, lo sbattono in guardina per tre giorni. E se poi lo ribeccano, per sette. Non a caso, oggi il tifo inglese è uno dei più composti: niente fumogeni, niente oggetti in campo, spalti gremiti, tifosi a due metri dal campo senza mai un'invasione, niente reti para-oggetti, niente fossa attorno al campo... Insomma, una vera (e spesso bella) partita di pallone.
I veri incapaci a perdere ieri sera, dicevo, sono stati i calciatori e l'allenatore dell'Inter. Solo tre episodi: Materazzi che, a cinque minuti dall'inizio della partita, si butta a terra fingendo di essere stato colpito al volto con una testata da Sheva (allo scopo di farlo espellere); Cordoba che, sospesa definitivamente la partita, si avvicina all'arbitro, lo applaude e grida: "Bravo, bravo!"; Mancini che, nell'intervista post-partita, parla della superiorità di gioco della sua squadra (vero), anche nei derby precedenti di quest'anno (vero in parte) e pure nell'andata (falso)... E niente più.
Insomma, era chiara la strategia (l'unica possibile) di inizio d'anno dei cugini: non sapendo vincere né perdere, era meglio continuare a pareggiare.
MILANO SIAMO NOI.

Postato da: kingaragorn a 09:15 | link | commenti

venerdì, aprile 08, 2005

QUALCHE PRECISAZIONE DAL MIO PUNTO DI VISTA

Stamane, di buon’ora, quando la mente è fresca e le membra non ancora affrante dalla giornata di duro lavoro – non parlo ovviamente per Lei, Professore – mi ero meticolosamente dedicato alla stesura di un post che replicasse, dal mio punto di vista, a quello di Kingaragorn, intitolato “Se ne farà un altro”.

La questione era di estrema delicatezza e serietà ed io avevo ultimato lo scritto, lo avevo riletto, corretto, limato.

Avevo cercato le parole giuste per rendere con esattezza il mio pensiero.

Avevo, insomma, fatto tutte le cose per bene, salvo commettere un fatale errore: redigere il post direttamente sull’editor del blog e non, come sono uso fare, formando un documento di word da copiare, poi, nell’editor stesso.

Ultimato il mio certosino lavoro, ho cliccato su edit: il computer ha lavorato un po’ e, quindi, ha aperto la pagina del blog, sulla quale mi aspettavo, ovviamente, di trovare il mio neonato post.

Non c’era.

Ne ho fatte di tutti i colori, ho provato a tornare indietro, ho esplorato l’inimmaginabile del blog: niente da fare.

Tutto perduto nell’infinitamente piccolo del software.

Qualcuno di voi, ora, penserà: “Meglio così”.

Per voi, forse, ma non certo per me.

Provo, dunque, a riprendere le fila di tanto complesso argomentare, già conscio del fatto che la stanchezza non mi consentirà di replicare la qualità del lavoro svolto – ed irrimediabilmente svanito nel nulla – stamattina.

Questa volta, però, lo scrivo in word.

Questo, in realtà, avrebbe dovuto essere un commento al post di Kingaragorn, ma la questione mi richiede tale diffusione che ho pensato di scrivere, a mia volta, un post (anzi, per la precisione, un ris-post).

Le questioni che pone Kingaragorn sono sostanzialmente due.

Una prima attiene alla continuità della Chiesa ed al fatto che, con l’illuminazione dello Spirito Santo, il Conclave non mancherà di indicare un successore al soglio di Pietro corrispondente al disegno che Dio ha sulla Chiesa stessa e sull’Umanità.

Personalmente, concordo sul fatto che il centro del progetto divino è costituito dalla Chiesa e non dal Pontefice che temporaneamente la regge: è alla missione della Chiesa (cioè quella di condurre ciascun uomo all’incontro con Gesù Cristo) che bisogna guardare.

E si tratta di una missione eterna, nel cui contesto il Pontefice è solo uno degli strumenti, per quanto rappresentativo ed importante.

Del tutto corretto, pertanto, mi pare essere il richiamo a non confondere la Chiesa con il Papa perché, mentre il Papa è della Chiesa, la Chiesa non è del Papa ed a questi sopravvive nel condurre la sua missione pastorale, secondo un disegno che non ci è affatto noto.

Ciò non consente, d’altro lato, di stabilire che un Papa equivale ad un altro, poiché è un dato oggettivo che, nella storia, si siano succeduti grandi Papi a piccoli Papi e finanche a Papi empi ed esecrabili.

Non a caso, è la stessa Chiesa a porre, già oggi, Karol Wojtila in odor di Santità (sorte che, a quanto mi consta, non è esattamente toccata a tutti i suoi predecessori).

Né si può sospettare di idolatria la  Chiesa.

Dunque è vero che “Morto un Papa se ne fa un altro”, ma è altrettanto vero che un campione della Fede come Giovanni Paolo II non sarà facilmente sostituibile.

La Chiesa, in ogni caso, manterrà la sua continuità, nella discontinuità dei carismi – in senso paolino – dei Pontefici che si succederanno.

Né l’ipotesi di un Papa che si dimostrasse per qualche verso inadeguato ai suoi compiti o al suo rango farebbe venir meno la dignità o l’importanza della Chiesa perché, come ho già scritto, questa deve essere considerata alla luce e nella prospettiva della sua missione – che è altissima – e non semplicemente in relazione all’operato di un Pontefice.

Come a molti di voi noto, io sono un non credente.

Questo, tuttavia, non mi impedisce di cogliere appieno l’indispensabilità del fatto che l’insegnamento di Gesù Cristo sia portato al cuore di ogni uomo e che la Sua Giustizia divenga il fondamento della società, della politica e dell’economia.

E questa – e non altre, pur talvolta perseguite – è la missione della Chiesa: una missione, lo ripeto, indispensabile, al punto da rendere chi ne è incaricato assolutamente venerabile.

E, infatti, io tale considero la Chiesa.

Ma l’argomentare di Kingaragorn non si ferma a quanto fin qui detto.

Vi si aggiunge, infatti, il rilievo dell’incoerenza di quanti oggi esaltano tanto l’uomo Wojtila che il suo pontificato, apparentemente dimentichi delle posizioni di aperto contrasto assunte, in passato, in relazione a specifici temi appartenuti alla sua predicazione.

Vi è, poi, un richiamo alla necessità di concretizzare, nella vita quotidiana, nelle proprie scelte, il modello che Giovanni Paolo II ha proposto e finanche costituito (ma questo mi sembra debba valere per tutti, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti e, per quanto corretto e doveroso, credo suoni scontato).

E’, invece, la cennata presa di posizione in ordine alle resipiscenze tardive che mi ha colpito.

A tal proposito, credo che non sia tanto la tardività, quanto l’effettività della resipiscenza a dover essere considerata.

Gesù Cristo ci insegna che un pentimento – sincero – maturato in extremis equivale ad una esistenza condotta in santità.

Stasera tu sarai con me nella casa del Padre” è una frase rivolta a chi, pur mostratosi sinceramente pentito (e quanto sinceramente lo poteva giudicare solo Gesù, che legge nel cuore di ogni uomo), non avrebbe potuto, anche volendo, attuare in concreto la propria conversione, posto che il suo destino era segnato ed assolutamente incombente.

Infine, una chiosa a parte merita, a mio avviso, la questione della Fede.

Kingaragorn - forse a causa della sintesi con la quale si è espresso – pare rivendicare ai soli credenti il diritto di partecipare al lutto che ha colpito la Chiesa e di esaltare gli innegabili meriti e la innegabile grandezza di Giovanni Paolo II.

Quasi che questo fosse un affare privato dei credenti, di una cerchia ristretta che non ammette la presenza, ora ed in questo momento, di coloro che, Wojtila vivo, non si sono mostrati concordi con lui (su uno o su tanti tra i temi della sua predicazione).

L’espressione utilizzata è quasi sprezzante: “Dice: “Ma io la fede non ce l’ho”. Se ti interessa chiedila”.

Io, l’ho già scritto, sono un non credente.

Tuttavia ciò non mi impedisce di coltivare un senso del sacro e di avere, perfino, una vita religiosa.

Dall’alba dell’umanità albergano, nel nostro cuore, domande eterne alle quali soltanto la religione ha potuto fornire – o, per qualcuno, tentato di fornire – risposte e consolazione.

Si tratta di qualcosa di tale grandezza da risultare fondamentale ed indispensabile per l’esistenza e da meritare un incondizionato rispetto.

Come può, allora, la Fede non interessare qualcuno?

Per questo io dovrei essere relegato al di fuori della cerchia degli eletti, di coloro che, oggi, potrebbero vantare un diritto di esclusiva nell’onorare la scomparsa di un grande Pontefice e nel cantare le lodi di un grande uomo?

Perché non sono stato – e non sono - sempre ed incondizionatamente concorde con la predicazione della Chiesa Magistra Vitae ed obbediente alle indicazioni del mio Vescovo?

Non penso che questo sia il pensare cristiano.
Più probabilmente, è solo il pensiero di qualcuno, del quale non dovrei preoccuparmi.

Postato da: barbalbero a 19:42 | link | commenti (8)

THE LORD OF THE PEEPS
Un post per stemperare la malinconia di questa giornata: c'è un pazzo, da qualche parte sull'orbe, che sta producendo la versione fotoromanzata e parodistica della trilogia cinematografica de Il Signore degli anelli con dei coniglietti al posto degli attori, e un enorme e commovente lavoro di pittura e modellismo per le scenografie.
L'esito? Giudicate un po' voi: The Fellowship of the Peep.

Postato da: farfintadiesseresani a 14:00 | link | commenti (5)

mercoledì, aprile 06, 2005

SE NE FARA' UN ALTRO
Non fraintendetemi. Molti di voi sanno quanto affetto (di più, amore) provassi e provi tuttora per Giovanni Paolo II. Per gli altri, basti questa mia dichiarazione iniziale.
Il fatto è che fatico a comprendere tutti i peana indiscutibili di questi giorni. Cercherò di essere sintetico.
1)"Morto un Papa se ne fa un altro" non è cinismo, ma verità. La Chiesa non è di Karol Wojtyla, ma di Cristo. Lui vede e provvede: se ha voluto un Papa come questo per 26 anni ha avuto i suoi buoni motivi (di cui noi ne abbiamo capiti sicuramente solo una minima parte). E ora provvederà al meglio.
2) Giovanni Paolo II non è stato grande (solo) come uomo, ma (soprattutto) come Papa. Chi oggi lo loda e lo imbroda, che cosa diceva ieri sulle questioni di fede, morale, etica e quant'altro rilanciate in modo così determinato e (grazie a Dio) radicale da Wojtyla?
3) I milioni in fila per dargli l'ultimo saluto fanno impressione. Ma quanti vivono come lui ha vissuto e come ci ha suggerito di vivere? O, almeno, quanti ci provano?
4) "Per me il Papa resta solo lui" dicono molti, soprattutto giovani, oggi. Anche per me è stato "il" Papa. Nel senso che avevo 7 anni quando è stato eletto e ora ne ho 33, che l'ho incontrato tante volte a Roma, Loreto, Santiago de Compostela, Czestochowa..., che mi ha affascinato, entusiasmato e tutto quello che volete. Ma mi ha portato all'incontro più vero con Cristo, non a sé stesso. Se mi avesse trascinato solo a sé avrebbe fallito la sua missione. E chi oggi dice che non ci sarà altro Papa per lui... bé, forse lo idolatra.
5) Io lo prego già come santo (assieme a don Giussani), il nostro terzo figlio si chiamerà Carlo, mi accompagnerà (ne sono certo) più da vicino ora che ieri. E' quella letizia a cui (pare) ha fatto riferimento poco prima di spegnersi: "Io sono lieto, siatelo anche voi". Se davvero tutti quelli che ora lo lodano lo ascoltassero e facessero come lui (pregandolo), sarebbero realmente più lieti. Non senza lacrime, perché abbiamo perso un padre. Ma lieti, perché lo abbiamo ancora più vicino: "Non sia turbato il vostro cuore".
6) Dice: "Ma io la fede non ce l'ho". Se ti interessa, chiedila. Altrimenti, vanno bene i peana. Ma dureranno il tempo di un battito di ciglia.

Postato da: kingaragorn a 12:46 | link | commenti (3)

martedì, aprile 05, 2005

UN PO' DI POLITICA
Durante questi ultimi giorni di Papa Giovanni Paolo II mi son guardato bene dallo scrivere alcunchè sul blog.
Ci ha lasciati un uomo di statura eccezionale e la commozione è stata intensa, anche per me che non sono credente.
Sull'Uomo Wojtila, sul Papa Wojtila e sul suo pontificato, si sono sprecate le analisi di personaggi ben più qualificati di me ed io, dunque, non dirò nulla a proposito.
Salvo precisare che, da un decennio a questa parte, fatta eccezione per alcuni aspetti della sua predicazione (che, peraltro, io seguito a considerare marginali, a differenza di quanto pensano i cattolici), non c'è stato uomo sulla terra con il quale io mia sia sentito più in sintonia.
In linea generale, indipendente dalla fede di ciascuno (sia essa cristiana, sia essa non cristiana, sia essa del tutto assente), è difficile non ritrovarsi d'accordo con il messaggio di Gesù Cristo.
E' difficile non sentire come intimamente propria la proposta di Cristo in ordine ai principi della Sua giustizia
Ed è innegabile che Papa Giovanni Paolo II tali principi li ha costantemente ribaditi, affermati con forza, anche e soprattutto contro i potenti della terra, senza timori e con fermezza, ma anche ostinatamente ricercando con questi un dialogo aperto e sempre offrendo loro una possibilità di conversione.
Una parola ed una condotta totalmente ispirate all'insegnamento del Vangelo, tale da fargli guadagnare il rispetto di tutti.
E qui chiudo, perchè mi sembra che ogni ulteriore approfondimento, per quanto utile, o dotto, sia, non potrebbe che toccare aspetti di mero dettaglio.
Veniamo, invece, al teatrino della nostra politica: Arwen, da qui in poi puoi smettere di leggere, perchè tratterò argomenti che, come hai chiaramente manifestato in più occasioni, non ti interessano.
In mezz'Italia e più, i cittadini hanno eletto i loro governatori regionali.
Per una volta, non c'è dubbio in ordine a chi abbia vinto e chi perso: hanno vinto i comunisti, hanno perso gli altri.
Il significato politico di queste elezioni (che sono e restano a carattere amministrativo) senza dubbio esiste, ma non è così eclatante come il confronto puramente matematico delle Regioni conquistate e di quelle perse (11 a 2) parrebbe dimostrare.
Chi ne mastica ha già fatto i conti: se si fosse trattato di elezioni politiche l'Unione avrebbe conseguito il 52% dei consensi.
Si tratta di un margine tale da non consentire di considerare scontato l'esito del confronto elettorale (questa volta politico) che si terrà tra un anno.
Questo senza contare che il sistema elettorale diverso (maggioritario misto) che il nostro legislatore ha tanto finemente elaborato per le elezioni politiche, può condurre all'assegnazione di un maggior numero di seggi parlamentari totali allo schieramento che ha raccolto il minor numero di consensi.
Ciò per la ragione che, in ogni collegio elettorale, raggranellare il 51% dei voti o raccoglierne il 70% è esattamente la stessa cosa, in termini di risultato finale: un seggio.
Se ipotizziamo 100 collegi e ne asegnamo 51 alla Casa delle Libertà (in ciascuno con il 51% dei voti) e 49 all'Unione (in ciascuno con il 70% dei voti), abbiamo 51 seggi al centro destra e 49 al centro sinistra (alla faccia del risultato elettorale in termini di consensi: 40,71% al vincitore e 59,29 allo sconfitto).
Il calcolo è semplificato, perchè, in realtà, c'è da considerare l'effetto dello scorporo proporzionale che, in parte, attenua questa distorsione; ma il sistema consente risultati di questo genere.
Proprio l'Ulivo, le penultime elezioni politiche, le vinse raccogliendo un numero di voti che, sotto il profilo percentuale, era inferiore a quello ottenuto dal Polo.
Dunque: la destra ha perso, ma questo non significa (anche in considerazione di elementi politici e sociologici noti, che orientano il voto politico in maniera abbastanza diversa da quello amministrativo) che il prossimo governo della Nazione cadrà in mano ad una maggioranza soggetta al costante ricatto di Bertinotti.
Tanto precisato, resta da evidenziare il paradosso di alcune scelte politiche del Governo: la maggior parte delle Regioni italiane è ora governata da maggioranze di centro-sinistra e questo accade quando il Parlamento ha appena varato - tra le reazioni scandalizzate e furenti dell'opposizione - una riforma costituzionale che consegna larga parte dei Pubblici Poteri proprio alle Regioni.
Sono curioso di vedere, adesso, come la metteremo in termini di governabilità.
Buona parte del prelievo fiscale, per esempio, sarà regolato da norme regionali il che, oltre a produrre una prevedibile disparità di trattamento tra cittadini delle differenti Regioni, sarà facilmente in grado di neutralizzare l'azione del Governo sulla leva tributaria, in termini di ricaduta finale sull'economia.
Analogo ragionamento può farsi in matera di spesa pubblica.
Staremo a vedere, ma è certo che lo scenario che va configurandosi non promette nulla di buono.
Sotto il profilo del risultato elettorale, la scelta di realizzare in tutta fretta la devolution (in realtà voluta dalla sola Lega) ha prodotto il risultato di sottrarre consensi alla Casa delle Libertà, con la sola eccezione, ovviamente, della Lega (la quale, infattti, ha ottenuto un buon risultato); il conservatorismo, il populismo e l'ottusità di Allenza Nazionale non hanno consentito a Berlusconi di operare una reale riduzione delle tasse: con ogni probabilità, se tale ostinata opposizione interna non ci fosse stata, oggi staremmo commentando una grande vittoria del centro-destra.
Insomma, il Governo ha tergiversato lungamente, prima di procedere alle riforme sbagliate nel momento sbagliato.
Questo la dice lunga sulla competenza, in materia strettamente politica, dei membri dell'attuale maggioranza parlamentare.
Dilettanti allo sbaraglio, insomma.
Il problema è che, in questo modo, allo sbaraglio ci finiamo noi cittadini.
Tanto per cambiare.

Postato da: barbalbero a 10:42 | link | commenti (2)

lunedì, aprile 04, 2005

HTML2POP3

erano anni che avevo rinunciato ad usare gli indirizzi di posta libero, tin, virgilio e simili da quando avevano avevano cominciato a richiedere:

- o di connettersi attraverso il loro collegamento;

- o di leggere la mail usando internet explorer nelo modo piu' lento e scomodo possibile

- o di acquistare un simpatico servizio a pagamento

beh, ho scoperto ora questo simpatico programmino, scritto da un italiano, che dal nome, Baccan, penso pure veneto o friluano, programmino dicevo che, del tutto gratuitamente, consente di utilizzare tutte le mail dei succitati provider-estorsori comodamente con outlook express o qualunque altro programma di posta si voglia usare.

magari scopro l'acqua calda, visto che e' gia' da qualche anno che gira, ma se a qualcuno interessasse lo consiglio vivamente.

Postato da: BoromirdiGondor a 21:04 | link | commenti (1)

sabato, aprile 02, 2005

SALUTO

Mi inchino, con la mano sul cuore, all'ultimo viaggio del Grande Papa Vojtyla.

Postato da: ArwenStelladelvespero a 23:27 | link | commenti (1)