"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

venerdì, ottobre 29, 2004

TEMPO E LAVORO.

Quella che scrivo qui di seguito è una delle tante storielle che girano per la rete e arrivano per posta elettronica in virtù della solita catena di Sant'Antonio.

L'ho un po' aggiustata, perchè pareva scritta da un aborigeno australiano totalmente digiuno della lingua di Dante, ma cercando di lasciarla il più possibile così come l'ho trovata.

Ovviamente si tratta di un banale raccontino, senza pretesa di costituire insegnamento per nessuno.

Tuttavia, personalmente, mi pare che colga nel segno.

Eccola qui.

Alcune volte è sbagliato giudicare un'attività semplicemente per il  tempo che occorre per realizzarla.

Un  buon esempio è il caso di quell’ingegnere  che venne chiamato per aggiustare un computer molto potente ed estremamente  complesso, del valore di 12 milioni di Euro.

Questi si sedette davanti allo schermo, premette un paio di tasti, assentì con la testa, mormorò qualcosa a se stesso e spense  il computer.

A quel punto estrasse un piccolo cacciavite dalla tasca e diede un giro  e mezzo ad una minuscola vite; accese, poi, il computer e questo funzionava perfettamente.

Il presidente dell'azienda fu ovviamente felicissimo e si offerse di pagare subito il conto.

Quanto le devo?”, chiese.

Sono mille euro.” rispose  l'ingegnere.

Mille  euro? Mille  euro per  pochi minuti di lavoro?  Mille euro per stringere una semplicissima vitina?  Mi rendo conto che il computer vale 12 milioni, ma mille euro mi sembra una cifra veramente esagerata. Pagherò  solamente  se  mi  manderà  una  fattura  dettagliata che giustifichi una cifra del genere.” sbottò il Presidente dell’azienda, indignato.
L'Ingegnere  annuì con un cenno e se  ne andò.

Il  mattino successivo il presidente  dell’azienda ricevette la  fattura, la  lesse attentamente e subito dispose il pagamento, senza alcuna lamentela.

La fattura diceva: “Servizi effettuati: - Avvitamento  di una vitina: EURO  1; - Sapere quale  vitina avvitare: EURO 999”.

Questa storiella è dedicata a tutti i professionisti che – come me - ogni giorno affrontano la mancanza di considerazione di chi, per ignoranza, non comprende il valore del loro lavoro.

E non coglie che non si guadagna per ciò che si fa, bensì per ciò che si sa.


Postato da: barbalbero a 20:15 | link | commenti (7)

CONTRAPPOSIZIONI

Giusto ieri, riprendendo una considerazione svolta nelle ultime righe del mio precedente post (non ci metto il link, basta scorrere la pagina: è quello subito sotto), vergavo un commentino sul blog di Farfi (qui, il link, ci vorrebbe, ma non so come si fa).

Siccome, su questo desolato recesso della rete, o ci scrivo io o non ci scrive nessuno, vi diletterò con la trascrizione delle suddette considerazioni (magari inserendo qualche precisazione e approfondimento, oppur no: vediamo se l’estro mi suggerisce qualcosa durante la rilettura).

Condivido appieno la dichiarazione lapidaria resa dal famoso professore del Parini: “Viviamo in un mondo che nega ogni parola detta a scuola”.

Non solo: credo, anche, di sapere da che cosa derivi tale discrasia.

A tal proposito, penso debba evidenziarsi la contrapposizione esistente tra la visione dell'esistenza proposta dalla cultura del consumo e quella etica offerta - nella stragrande maggioranza dei casi, a quanto mi consta - dalla scuola.

Preciso che non sono nè un girotondino, nè un no-global, nè un catto-comunista.

Sono, invece, agnostico, liberista ed elettore di centro-destra.

Non credo di dir nulla di nuovo o di stupefacente, se affermo che esiste oggettivamente una terza colonna dell'informazione costituita dalla comunicazione pubblicitaria.

Si tratta di un messaggio efficace, la cui presa sulle persone non mi pare possa essere seriamente messa in dubbio, anche in considerazione del fatto che il comportamento - più o meno - collettivo dimostra l'asserto in sè.

La convinzione che scaturisce, nelle persone, da questo quotidiano martellamento, è che il possedere cose risulti affermativo della propria personalità.

Non è mia intenzione annoiarvi con - peraltro pertinenti - riferimenti ad Erich Fromm; mi limito ad osservare che, dal mio punto di vista, il messaggio destinato ad essere recepito (soprattutto da parte dei soggetti più deboli, come i ragazzi) è che - quasi - qualunque percorso (o scorciatoia) idoneo a conseguire il risultato sperato (il possesso) è lecito o, in ogni caso, perseguibile.

Direi più perseguibile che lecito, in quanto la liceità presupporrebbe una analisi etica della condotta (e l'elaborazione di un costrutto filosofico idoneo a renderla accettabile).

La perseguibilità, invece, prescinde dalla valutazione morale: si limita ad accantonarla come se la stessa fosse priva di importanza.

E' in questo relegare la problematica etica in un piano assolutamente secondario che costituisce la negazione “di ogni parola detta a scuola”.

Non sono un teorizzatore del complotto delle multinazionali e non ritengo che siffatto risultato sia preordinato: si tratta, semplicemente, del sottoprodotto di una diversa finalità, che è quella di far funzionare un'economia fisiologicamente legata alla necessità di un consumo sempre crescente.

Oltretutto, il target del messaggio si sposta inesorabilmente verso soggetti sempre più giovani, per la banale ragione che, in presenza di un mercato adulto saturo, l'indispensabile ampliamento della base di consumo non può che intervenire attraverso l'emancipazione commerciale dei ragazzi e dei bambini.

Osservate quanti spot pubblicitari sono rivolti ai giovanissimi e quante trasmissioni televisive (anche in orario serale) sono elettivamente destinate a loro.

Se avete dei figli, del resto, non avrete potuto non constatare che le loro richieste si fanno sempre più pressanti e, soprattutto, merceologicamente precise.

Per parte loro, gli adulti mantengono, di regola, una condotta personale tutt'altro che pedagogica.

La nostra società, infatti, al di là dei richiami di maniera, propugna di fatto i valori del successo e della ricchezza.

C'è di buono che non c'è rimedio e, dunque, non è proprio il caso di preoccuparsi.

Postato da: barbalbero a 14:32 | link | commenti

venerdì, ottobre 22, 2004

DIRITTO DI SCIOPERO E DIRITTO DI INFORMAZIONE
Per una fortunata serie di coincidenze, stamattina, a Milano, c’era lo sciopero dei pubblici trasporti, pioveva ed io ero appiedato in quanto la mia moto era presso un’officina BMW per il tagliando.
Io, normalmente, faccio un lavoro sedentario ed è abbastanza raro che debba spostarmi dal mio studio, ma, sempre stamattina, il Fato ha voluto che avessi un importante appuntamento fissato per le 10 presso la sede di una Compagnia di assicurazioni, in via della Chiusa.
Per chi non conoscesse Milano, preciso che via della Chiusa è una stradina stretta e contorta, come solo le viuzze della vecchia Milano sanno esserlo, posta nel cuore della metropoli: a due passi dal Duomo e proprio dietro il Parco delle Basiliche.
Ora, vi lascio immaginare che cosa significhi addentrarsi in siffatti meandri in automobile, in un giorno di sciopero dei mezzi pubblici.
Ma io, questo problema, proprio non ce l’avevo: infatti, l’officina BMW mi attendeva (anche questo, ovviamente, era un accordo preso quando dell’astensione dei tranvieri nulla si sapeva) per le ore 8.30 al fine di riconsegnarmi la motocicletta.
Io abito in viale Monza, ovvero nella periferia nord di Milano.
L’officina è, praticamente, in piazzale Lodi, prossimo alla periferia sud.
In mezzo: Milano.
Date le premesse, il problema si poneva dunque nei seguenti termini:
- alle ore 8.30 dovevo essere in piazzale Lodi, ma non potevo andarci in macchina perché, dovendo lì ritirare la motocicletta, mi sarei poi ritrovato nell’impossibilità di riportare a casa entrambi i veicoli; non potevo neppure farmici accompagnare da mia moglie, perché, sempre alle 8.30, i bambini entrano a scuola; potevo tentare di prendere un taxi (a Milano, in una giornata di pioggia, con lo sciopero dei mezzi…); potevo però prendere il filobus (la filuvia, me disum num a Milàn) perché i simpatici tranvieri, fino alle ore 8, lavoravano;
- alle ore 10 dovevo essere in via della Chiusa, partendo da piazzale Lodi, movendomi in motocicletta, ovviamente nel traffico impazzito dell’ora di punta, sotto la pioggia ed in pieno sciopero dei trasporti pubblici.
Ho, dunque, preso il filobus (con un certo anticipo, immaginando che le fermate si presentassero né più meno come Fort Alamo durante l’assalto dei Siuoux), che mi ha recapitato – pressoché – davanti all’officina alle ore 8.10.
Nella tasca dell’impermeabile avevo il Corrierone fresco di stampa (me lo recapitano sullo zerbino tutte le mattine: ho lo zerbino più informato di tutto il condominio).
Sul filobus, leggerlo, sarebbe stato impossibile.
Intanto perché sfido chiunque a tirasi fuori dalla tasca un quotidiano stando ritto e a contrasto su tutti i lati con decine di propri consimili.
Inoltre perché le mie mani erano impegnate a parare gli zainetti branditi da una moltitudine di studenti (che, direi, mirava concordemente al mio apparato riproduttivo).
Mi sono, dunque, ritrovato con venti minuti a disposizione, il giornale ancora intatto e una comoda panchina nei giardinetti antistanti l’officina (dice: ma non pioveva? In realtà sì, ma ad intermittenza - infatti la panchina era fradicia e ciò mi ha imposto un non del tutto gradevole semicupio gelato – ed in quel momento aveva smesso di venire giù – o, meglio, scendeva quella curiosa polverina umidiccia che non capisci se è nebbia o cosa).
Il diritto di sciopero esercitato dai tranvieri, pertanto, si è tradotto, per me, in una ghiotta possibilità di esercizio del diritto di informazione (tutta roba che, sulla Costituzione, trovate scritta a chiare lettere).
Venti minuti tu e il tuo giornale, da soli.
Su una panchina del parco, sotto la pioggia, come due amanti clandestini.
Mica la solita sveltina appoggiati al bancone del bar, tra un cappuccino fumante e una signora grassa che ti marca stretto perché anela raggiungere il suo caffè prima che si freddi.
Inutile dire che la lettura è stata intensa e feconda.
Feconda di argomenti da trattare sul blog, naturalmente.
Non so se quella di oggi fosse un’edizione speciale, ma mi è sembrato che il vecchio Corriere letteralmente brulicasse di spunti.
Di spalla, Francesco Gavazzi (opinionista economico del quotidiano di via Solferino) spiegava all’universo mondo come frodare il fisco approfittando del condono annunciato.
Il titolo centrale riportava l’appello di Ciampi agli imprenditori, i quali, a parer del nostro Primo Cittadino, dovrebbero smettere di lamentarsi per le condizioni disastrose in cui versa l’economia e trovare nuova spinta (e denari da investire, suppongo) in un ritrovato patriottismo (?).
Subito sotto, la cronaca della caduta accidentale occorsa a Fidel Castro ed il commento del Commissario Europeo Loyola De Palacio: “Tutti speriamo che Castro muoia quanto prima. Non che lo uccidano, ma che muoia, perché dubito che cambi da vivo”.
E poi dicono che Buttiglione spara cazzate.
Ancora scendendo, il resoconto dell’ordinanza resa dal Gip di Bari, che definisce Quattrocchi (il connazionale trucidato dai partigiani della Resistenza Irachena) un fiancheggiatore dell’esercito – invasore e neocolonialista, suppongo – della coalizione anglo-americana.
Su tale questione, poi, a pagina 9, i commenti dei politici: in un coro pressoché unanime di sdegno, Pecoraro Scanio non perdeva l’occasione di dire una fesseria (credo che punti al record), sostenendo che “Il Governo avrebbe mentito al Parlamento. Venga a riferire in aula”.
Sempre a pagina 9, un interessante spaccato sulla persona del magistrato: “Giuseppe De Benedictis ha 43 anni, ama girare armato anche a palazzo di Giustizia” (per chi non lo sapesse, nelle aule giudiziarie è vietato portare armi: gli unici autorizzati sono i Carabinieri – la Polizia, le Guardie di Custodia e via dicendo).
A pagina 11, la diatriba della grazia a Sofri (e Bompressi), ove si scopre che i pareri resi dai magistrati (la procedura per la concessione della grazia prevede che il Ministro della Giustizia assuma l’opinione, non vincolante, del Giudice delle Indagini Preliminari e del Giudice di Sorveglianza) sono negativi: in altri termini, dopo che una pletora di praticoni (giornalisti, politici, sindacalisti, Pecorari Scanii) hanno lungamente dissertato sull’assurdità della mancata concessione della grazia, apprendiamo – così, per caso, in una piega della pagina - che i tecnici competenti ad esprimere un parere motivato si dichiarano contrari al provvedimento.
Ancora a pagina 11, in basso, due riquadri: a sinistra si narra di come la sinistra si sia divisa, in Puglia, sulla nomina del candidato alla Presidenza della Provincia di Bari; a destra si illustra come la destra si sia spaccata, nel Lazio, per la nomina del candidato alla Presidenza della Regione.
Geometrically correct.
Quando non litigano con gli avversari, i nostri politici litigano con gli alleati; ma la ragione è sempre la stessa: una poltrona (questo a dimostrazione del fatto che, dopo Mani Pulite, la partitocrazia è morta e sepolta).
Siccome, come ho già detto, si trattava di un’edizione speciale, a pagina 45 c’era anche il Commento di Tosatti.
Non voglio infierire, perciò riporto una sola frase (per il resto rinvio ad un mio precedente post, dal titolo “Questione di sintassi”): “La mossa di Cordoba terzino destro non va bocciata: rende la difesa meno perforabile rispetto a Zé Maria e Zanetti, semmai, deve avere davanti un vero esterno”.
La mossa” è il soggetto della frase; essa, infatti, è oggetto del verbo in forma passiva (“non deve essere bocciata”) e compie l’azione “rende la difesa meno perforabile”.
Ad essa, quindi, deve essere riferito anche il terzo verbo della frase “deve avere davanti un vero esterno”: peccato che, in tale – peraltro unico – modo, il periodo sia del tutto privo di senso.
La mossa”, infatti ed all’evidenza, non può “avere davanti” proprio niente.
E’ Cordoba, semmai, che, impiegato come terzino destro (come previsto dalla “mossa”, “deve avere davanti un vero esterno”).
Un bell’esempio di cambio in corsa del soggetto (roba che, se l'avessi fatta io alle elementari, la signora Grimaldi avrebbe tracciato un tal frego rosso sul foglio da passarlo da parte a parte).
In tutto questo, a pagina 15, di spalla, il professore di greco e latino degli studenti che hanno organizzato la bravata del Parini (ma è roba vecchia, lo feci anch’io, quasi trent’anni fa, al Liceo Volta), dice una gran cosa.
Una cosa profonda, intelligente, che meriterebbe quattro pagine di approfondimento: “Viviamo in un mondo che nega ogni parola detta a scuola”.
Ma, in fondo, chi se ne frega: l’importante non è vendere detersivi?












































Postato da: barbalbero a 15:25 | link | commenti (9)

martedì, ottobre 19, 2004

ANCORA A PROPOSITO DI CUNEGO
Solo per dirvi che i miei cuneghismi sparsi, già pubblicati su Leftwing di questa settimana (rubrica "numero undici"), si trovano oggi sulla quarta pagina del Riformista.

Postato da: farfintadiesseresani a 15:51 | link | commenti

lunedì, ottobre 18, 2004

E SE FOSSE GIA' ORA DI SCHIERARSI?

Forse stiamo anticipando i tempi; certo l'entusiasmo gioca spesso grandi scherzi; sicuro, le delusioni sono sempre dietro l'angolo. E tuttavia la domanda se non s'impone, si propone: Cunego o Basso?

Postato da: PPino a 14:24 | link | commenti (7)

sabato, ottobre 16, 2004

DIRITTO E RELIGIONE

Non ricordo altra stagione, nel pochissimo di storia che mi è, fin qui, capitato di vivere di persona, in cui il tema della religione sia stato tanto al centro della politica e della società.

La globalizzazione ha posto a stretto contatto (a mandato in urto, verrebbe da dire) culture profondamente diverse, esaltando un contrasto che, nell’occidente, pareva ormai superato: la visione della società che discende dal pensiero religioso contro quella derivante dal pensiero laico e secolarizzato.

Non c’è analisi, di fronte alla questione che oggettivamente pone la collisione della nostra società contro quella islamica, che possa prescindere dall’aspetto religioso, non foss’altro allo scopo di indagare la seconda e di studiarne la fenomenologia.

Sul fronte, per così dire, interno, tutto ciò ha ridato fiato ad una querelle che sembrava ormai sopita, decisa irrevocabilmente dal pensiero illuminista e da tutto quel che ne è seguito in termini di riassetto dei valori (dal capitalismo al comunismo, al consumismo, al liberismo economico).

Si è, dunque, riacceso in Europa il confronto tra coloro ritengono che gli Stati debbano, nel legiferare, tenere in considerazione i principi dell’etica cristiana e quelli che, invece, sono fermamente convinti che i convincimenti religiosi non possano trovare rappresentazione in quanto tali negli ordinamenti giuridici.

Si tratta di un nodo cruciale per la vita dei consociati, in quanto investe il tema delicatissimo della libertà individuale ed è esattamente su questo che si rinnova il confronto tra cattolici e laici, fino a scuotere le fondamenta del nostro attuale assetto politico e sociale.

Recentissimamente, la Conferenza Episcopale Italiana evidenziava, infatti, come la democrazia – che costituisce il presupposto non discutibile del modo che noi occidentali abbiamo scelto per stare insieme – abbia come portato naturale ed inevitabile il relativismo etico.

Non so quanti di noi dispongano degli strumenti culturali indispensabili per affrontare questo argomento: certamente non io.

Mi piacerebbe che questo - anestetizzato - blog si cimentasse non dico nel fornire la risposta ad un simile interrogativo, ma quantomeno nel produrre una minima analisi del problema.

Per parte mia, mi sento di offrire un piccolo contributo; chiarendo fin d’ora che i miei dubbi superano largamente le mie certezze ed augurandomi che, da tanto, possa svilupparsi una esame più ricco ed approfondito, attraverso l’opinione di tutti voi.

E’ un fatto che alla base del diritto stia l’etica: non vedo quale altra fonte possa immaginarsi.

I filosofi del diritto si sono lungamente intrattenuti sulla questione, senza mai mettere in discussione tale rapporto, ma, piuttosto, sforzandosi di individuare a quale etica ci si debba riferire: ad un’etica naturale (una sorta di archè iscritto nei nostri cromosomi), ad un’etica storica (dipendente dal mutamento e dall’evoluzione del pensiero e del comune sentire), ad un’etica religiosa (che trascende la storia e le contingenze e trova origine ed autorità nella divinità)?

Il credente non può, evidentemente, avere dubbi in proposito, ma la nostra società non è più composta esclusivamente da credenti e neppure da una maggioranza di credenti.

E la democrazia impone di dare voce a tutte le componenti della società.

Spesso si è osservato che, a ben vedere, sui temi fondamentali sia difficile riscontrare effettive divergenze tra etica cristiana ed etica laica, ma se questo vale – e non sempre, in realtà – avuto riguardo ad ipotesi di massima (il divieto dell’omicido, per esempio), ci sono situazioni in cui il medesimo principio cardine entra in discussione.

Penso all’eutanasia, all’aborto, alla pena di morte, tutte questioni in relazioni alle quali il precetto apparentemente comune e condiviso (non uccidere) è di fatto assoggettato ad interpretazioni talmente diverse da produrne un’applicazione opposta in concreto.

Credo che all’origine del contrasto non ci sia (o non ci sia soltanto) un’impostazione etica effettivamente diversa, bensì una sostanziale differenza nella concezione che, le due diverse visioni etiche, hanno della libertà individuale.

Infatti, il dibattito sui temi cui accennavo si arena, normalmente, su questa incolmabile distanza di fondo.

Cerco di spiegarmi attraverso un esempio, scusandomi fin d’ora per un’impostazione che non potrà non risultare schematica.

Un malato terminale può decidere di porre fine alla propria esistenza?

Il credente ritiene di no, in quanto considera la vita un bene estraneo alla disponibilità della persona; in altri termini, nell’inevitabile confronto tra valori contrapposti che presiede a qualsiasi scelta etica, il cristiano assegna alla libertà personale una valenza subordinata rispetto al bene sacrale dell’esistenza.

Non essendo, ovviamente, tollerabile il sacrificio del valore maggiore per l’affermazione di quello minore, la conclusione non può che essere il divieto dell’eutanasia.

Il laico contrappone a questa visione il valore preminente della libertà individuale, perché non gli è propria quella convinzione che, al cristiano, consente di assegnare maggiore valenza etica alla propria esistenza: quello che per il credente è un dono di Dio, destinato a perpetuarsi in altre forme, per il non credente è un bene contingente, storicizzato e, in un certo senso, privato (quindi nella disponibilità di chi lo detiene).

In questo confronto di valori, tuttavia, il cristiano introduce un ulteriore elemento caratterizzante, di per sé idoneo a travolgere il fondamento dell’avversa visione (e, in ultima analisi, l’essenza stessa del confronto, così come impostato).

Il credente, infatti, mette in dubbio – e nega – che il malato terminale (così come la donna che decida di abortire) sia in effetti libero nella scelta.

Se, infatti, si muove dal presupposto che soltanto la Verità rende liberi, si finisce per oggettivizzare ogni scelta ed ogni condotta.

Libertà, pertanto, diviene il perseguire il disegno di Dio, assecondando – dopo averlo, se non completamente compreso, quantomeno intuito – il progetto che il Creatore ha sulla creatura.

Questa, a mio giudizio, è la frattura insanabile, che rende inconciliabili le posizioni di laici e credenti.

Da tanto nasce il contrasto che abbiamo sperimentato anche in tempi recentissimi (penso al rifiuto del Parlamento Europeo di inserire nella redigenda Costituzione il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, ma anche alla vicenda che ha coinvolto Rocco Bottiglione, soltanto per richiamare episodi dell’ultim’ora) e che, a me, non pare destinato a trovare una possibile composizione.

I laici oppongono una vibrante resistenza (che, sovente, si trasforma in avversione preconcetta) ad una cultura che, per sua natura, non consente mediazioni o compromessi e, posto in questi termini, il conflitto non può che perpetuarsi.

E siccome in democrazia contano i numeri, finchè questi non cambiano ogni tentativo di introdurre nella legislazione previsioni o divieti ispirati dalla concezione religiosa dell’esistenza verrà frustrato. Così, almeno, la vedo io.

Postato da: barbalbero a 14:08 | link | commenti (10)

giovedì, ottobre 14, 2004

SINDROME DA ANNUNCIATRICE
Dev'essere la vita da pendolare. Altrimenti non mi spiego com'è che in questo periodo mi sembra che ogni mio post sia preceduto da un plin plon. Insomma, mi sono autoproclamata annunciatrice e, pertanto, annuncio alla Terra di mezzo che oggi si festeggiano due compleanni al prezzo di uno. I genitori di Barbabalbero (due rispettabili ent) e quelli di Frodo (due simpatici hobbit) sono stati allietati dalla nascita delle due creaturine (un virgulto cespuglioso e un mezzobebè piedone) proprio lo stesso giorno. A n anni di distanza, ça va sans dire, dove n è un numero compreso tra mille e infinito. Beh, giù il cappello e viva la piva.

Postato da: rosiecotton a 10:54 | link | commenti (9)

GRAZIE ROCCO, GRAZIE MIRKO
Mi sembrava di ricordare che il motto più in voga tra i laicisti fosse “non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa esprimerle”.
Ricordavo male?

Postato da: kingaragorn a 09:56 | link | commenti (8)

giovedì, ottobre 07, 2004

COSE BELLE
Se è regale si dice augusto genetliaco. Ed è regale. Quindi, felice genetliaco al re di Gondor, anche se temo che per festeggiare il suo compleanno voglia passare a fil di spada tutti i miscredenti, i terroni, i sinistrorsi e i cattocomunisti.... Beh, attendendo da lontano e nascosta nella boscaglia che finisca questo 7 ottobre, gli auguro di cuore tante belle cose.

Postato da: rosiecotton a 16:16 | link | commenti (5)

mercoledì, ottobre 06, 2004

QUESTIONE DI SINTASSI

Premessa: questo che mi accingo a scrivere è un post lungo e noioso; chi non vi fosse interessato è pregato di tirar dritto, anziché affollare, poi, lo spazio dei commenti con considerazioni tanto inutili quanto ovvie.

In una società che denuncia problemi gravi e seri e nella quale tante questioni assai importanti vengono affrontate e risolte (?) in maniera che, personalmente, ritengo del tutto insoddisfacente (quando non assurda), parlare di sintassi mi fa sentir cretino.

Ciò non di meno, credo che anche il linguaggio possa essere considerato uno specchio dei tempi, perché ad esso è sotteso, in fondo, il modo di pensare di chi, di quel linguaggio, fa uso.

Il linguaggio è lo strumento che abbiamo a disposizione per comunicare il nostro pensiero e, di conseguenza, il ricorso ad un linguaggio improprio, impreciso e sintatticamente scorretto evidenzia un pensiero afflitto da siffatti, medesimi, difetti.

La sintassi costituisce la logica del linguaggio: essa detta regole precise, alla cui osservanza corrisponde la possibilità di trasferire in chi ascolta (o legge) la successione – logica, appunto – dei pensieri e delle proposizioni attraverso le quali vogliamo esporre la nostra opinione su un fatto o su un argomento in generale.

Una sintassi errata può non consentire tale comunicazione; oppure può consentirla, evidenziando, in tal modo, come tuttavia il nostro pensiero non sia correttamente o completamente articolato.

Ricordo, a tal proposito, il monito che, a noi studenti del liceo, rivolgeva frequentemente lo straordinario Professor Monti (chissà che fine ha fatto: forse non è più tra noi), il quale non si stancava di ripeterci che, se fatichiamo ad esprimere un’idea è, necessariamente, perché quell’idea non è, in noi, completamente formata: capisci bene quel che intendi dire, prima di dirlo.

Sembra un’ovvietà, ma ho l’impressione che molti trascurino questo sensato precetto.

Potrei qui dilungarmi in una infinita sequela di esempi, citare frasi dette o scritte, provenienti da persone che, del linguaggio, fanno uno degli strumenti principali (se non il più importante in assoluto) della propria attività: politici, avvocati, scrittori e giornalisti.

Mi limiterò, invece, ad un solo richiamo, che considero paradigmatico per due ragioni: la natura delle scorrettezze sintattiche che contiene e la personalità di chi scrive (un opinionista sportivo unanimemente considerato una prima firma del Corriere della Sera).

Oggi, Giorgio Tosatti, nell’articolo di spalla a pagina 45 del quotidiano milanese, ci intrattiene sulle bizze di Cassano e su come chi vi ha a che fare debba atteggiarsi.

Un argomento indubbiamente decisivo nel contesto del Paese in cui viviamo e dei problemi che l’agitano.

Leggiamo un brano dell’articolo e, muniti di penna rossa e blu (come il Professor Monti), apportiamo le indispensabili correzioni; tralascerò, deliberatamente, la punteggiatura (che, oramai, appare una scienza per iniziati, tale è lo scempio che tutti ne facciamo).

A sentire la facilità con cui si sparano sentenze in proposito, debbo pensare che la maggior parte di questi soloni non abbiano avuto l’opportunità di gestire personalmente un simile problema. Saprebbero che non esistono dogmi, soluzioni sicure, rimedi buoni per tutti, anzi quasi sempre va trovato un compromesso. Saprebbero che certi talenti non sono irreggimentabili…

Il soggetto del primo periodo (e dei due che seguono) è “la maggior parte”: si tratta di locuzione collettiva la quale, secondo la grammatica italiana, va considerata invariabilmente come singolare.

Ora, deve apparire evidente che, se singolare è il soggetto, singolare dovrà essere la correlata coniugazione del verbo; la corretta sintassi della frase esige, dunque, che si scriva: “A sentire la facilità con cui si sparano sentenze in proposito, debbo pensare che la maggior parte di questi soloni non abbia avuto l’opportunità di gestire personalmente un simile problema. Saprebbe che non esistono dogmi… Saprebbe che certi talenti...”.

Il secondo periodo (oltre all’errata coniugazione del verbo sapere) contiene anche un’imperfezione che forse qualcuno potrà considerare stilistica, ma che a me pare proprio sostanziale; a “Saprebbe(ro) che non esistono dogmi, soluzioni sicure, rimedi buoni per tutti” non può seguire: anzi quasi sempre va trovato un compromesso”.

Piuttosto: “ma che, anzi, quasi sempre va trovato un compromesso”.

La chiusura del periodo, infatti, ha senza dubbio valore avversativo (di qui la necessità di utilizzare “ma” o “bensì” o, quantomeno, “e”); inoltre, la frase, grammaticalmente, è costituita da due proposizioni relative e dunque il “che” posto dopo “Saprebbe(ro)” deve essere utilizzato anche prima di “anzi quasi sempre va trovato”.

Riscriviamo, pertanto, la frase nella maniera corretta: “A sentire la facilità con cui si sparano sentenze in proposito, debbo pensare che la maggior parte di questi soloni non abbia avuto l’opportunità di gestire personalmente un simile problema. Saprebbe che non esistono dogmi, soluzioni sicure, rimedi buoni per tutti, ma che, anzi, quasi sempre va trovato un compromesso. Saprebbe che certi talenti non sono irreggimentabili...”.

Mette conto, in chiusura, evidenziare che il signore in questione è un giornalista di chiara fama e che scrive non sul giornalino della parrocchia (nel quale, probabilmente, di simili nefandezze non si riscontra traccia), bensì sul principale quotidiano nazionale.

Considerando anche l’emolumento – certamente tutt’altro che irrisorio – riconosciuto dall’editore a Tosatti, credo sia lecito attendersi l’uso di una lingua dalla purezza adamantina.

Il fatto è che, certa gente, non sanno quello che scrivono (e non sanno scriverlo).

Postato da: barbalbero a 14:09 | link | commenti (6)

domenica, ottobre 03, 2004

GUIDA

ieri sera ho visto, (in questo week end sto vedendo un po' di tv, uhmm, segno della lontananza) un interessante quiz di amedeus in cui lo stesso interessante conduttore chiedeva ad una interessante conocrrente in quali paesi in europa si guidasse come in talia oppure come in inghilterra (la domanda non era proprio cosi' ma la sintesi e' comunque buona), beh era chiaro che la interessante concorrente non avese la minima idea di dove fosse la finlandia (e penso pure che esistesse un tale paese in europa) e quindi lo ha messo tra quelli dove si guida come in inghilterra. mi sono sentito ancor pu' lontano.

 

 

 

Postato da: BoromirdiGondor a 13:25 | link | commenti (2)

AVVISTAMENTO

puntuale come la prima neve, o il primo fiore o quant'altro la vostra immaginazione poetica possa suggerire ho appena visto in tv la prima pubblicita' natalizia con tanto di addobbi e babbi natale.

 

Postato da: BoromirdiGondor a 13:13 | link | commenti (1)

venerdì, ottobre 01, 2004

DOV'È L'ERRORE?
Titolo del Corriere di oggi, prima pagina, taglio centrale: "Autobombe a Bagdad, strage di bimbi".
Sommario: "Simona Torretta: la guerriglia in Iraq è legittima".

Postato da: kingaragorn a 10:07 | link | commenti (1)