"Potete tardare, o tornare indietro, o deviare per altri sentieri, a seconda del caso. Più avanti andrete, meno facile sarà ritirarvi; ma sappiate che nessun giuramento e nessun vincolo vi costringe a fare un passo in più di quanto non vogliate: non conoscete ancora la forza dei vostri cuori, ed è impossibile prevedere ciò che ognuno di voi potrebbe incontrare per la strada."

Lo specchio di Galadriel

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Palantir

Qualcuno ha guardato nel Palantir *loading* volte

martedì, aprile 15, 2008
NON POSSO ESIMERMI

Dopo una campagna elettorale al cloroformio (per far contento Napolitano, cui l'età e la propensione tutta partenopea al sonnellino hanno reso insopportabile il rumore) abbiamo il vincitore.
Veltroni - more solito - aveva raccontato un sacco di balle, prima fra tutte quella della rimonta e del pareggio; i comunisti non si smentiscono mai, anche quando cambiano nome e indirizzo per rifarsi una verginità: la loro abitudine a mentire al popolo bue è inveterata.
Ancor prima, un coro monocorde che andava da Diliberto a Casini, senza soluzione di continuità e passando per Napolitano, ne aveva raccontata una ancor più bella: che bisognava cambiare la legge elettorale, perchè con quella che c'era non sarebbe stato possibile, per nessuno degli schieramenti, raggiungere una maggioranza parlamentare sufficiente a governare il Paese.
Io l'avevo scritto in tempi non sospetti: la legge elettorale produce un risultato di stallo soltanto se gli elettori sono in sostanziale equilibrio (fatto che, mi sembra, in democrazia deve essere accettato).
Oggi comprendiamo meglio la ragione - già intuita a suo tempo, per il vero - per la quale, caduto Prodi, tutti (tranne Forza Italia e con il Partito Democratico a fare la manfrina, ma con in mente il medesimo progetto) tentarono in ogni modo di cambiare la legge elettorale prima di andare a votare: azzerati i veterocomunisti, azzerati i socialisti, azzerata la destra estremista; azzerati tutti.
E già questo è un gran bel risultato, checchè ne dicano quelli che si lagnano del fatto che una parte degli elettori, così, non ha rappresentanza in Parlamento: è esattamente ciò che si vuole ottenere con gli sbarramenti (che esistono in tutte le leggi elettorali del mondo).
Per quanto tempo volevamo tenerci ancora tra i piedi quelli che bruciano le bandiere americane, riabilitano i terroristi e respingono ogni intervento di modernizzazione infrastrutturale del Paese, costringendoci, in tal modo, fermi al palo della politica internazionale e dell'economia?
Ma vi pare che, per rappresentare qualche centinaio di migliaia di connazionali di tal genere, si sarebbe dovuto accettare il danno di averli a rompere i coglioni in Parlamento?
Ma andiamo!
Ieri sera, i comunisti - io seguito a chiamare così, cioè con il loro vero nome, quelli del Partito Democratico - hanno dato il meglio di se stessi (come sempre fanno quando le buscano): prima hanno detto di aver vinto, perchè all'inizio della campagna elettorale erano indietro di venti punti e, alla fine, solo di dieci (da notare che, all'inizio della campagna elettorale, dicevano che eran tutte balle berlusconiane, quelle del distacco di venti punti).
Poi hanno detto che adesso era venuto il loro turno di ridere, perchè volevano proprio divertirsi a vedere come avrebbe fatto Berlusconi a governare con una Lega tanto forte (infatti, stamane, L'Unità titola "Vince Berlusconi ma comanda Bossi" ed ipotizza che il Partito Democratico sarà chiamato a governare in un futuro molto meno lontano di quanto si creda).
Quel che sfugge - non, non gli sfugge, è solo il vizietto di raccontar balle che torna fuori - all'equidistante direttore del predetto giornale (ma perchè se uno dirige L'Unità è un fior di giornalista e se dirige Il Giornale è un servo del Berlusca?) è che il Cavaliere e la Lega vanno perfettamente d'accordo e perfettamente d'accordo sono andati per i cinque anni del precedente governo.
Quello che rompeva i coglioni, in quel quinquennio, era Casini (e Follini prima di lui), per chi ha scarsa memoria: e Casini è stato mandato anche lui fuori dai marroni, senza particolare danno.
Ora son curioso di vedere come camperanno gli ex-democristiani, senza qualche poltrona da ministro o da sottosegretario dove posare le avide chiappe: forza, su con la vita, ci son sempre le decime delle parrocchie da razziare...
Dopo di che, non mi illudo: la situazione internazionale (e ancor più quella interna) è gravissima e ci aspettano tempi molto duri, indipendentemente da chi ci governerà.
Se qualcuno si è lamentato dal 2000 ad oggi, si metta il cuore in pace: i prossimi tre anni (se va bene) e più probabilmente i prossimi cinque o sei, saranno ben peggiori.
Però son contento che i Diliberto, i Travaglio, i Salvi, i Pecoraro Scanio e poi i disobbedienti, gli antagonisti, i no-questo ed i no-quello l'abbiano preso in culo.
Mi contento di poco, lo so, ma chi si contenta....

Postato da: barbalbero a 09:34 | link | commenti (3)

martedì, marzo 25, 2008
ECOPASS O ECOBALLE?

Confesso tutto il mio imbarazzo: sono un elettore della Moratti e possiedo un'autovettura diesel euro 4 con FAP cui è consentito il libero accesso al centro di Milano.
Inoltre, quella dell'ecopass era una faccenda attuale l'estate scorsa e, quindi, quasi un anno fa.
Perchè parlarne, dunque, quando la notizia è ormai vecchia ed ammuffita?
E perchè parlarne male se l'ecopass: 1) è stato voluto con cieca determinazione dal sindaco da me prescelto; 2) non mi riguarda affatto posto che neppure sfiora le mie tasche?
Il fatto è che, ogni mattina, mentre transito per piazzale Loreto, davanti a me si staglia un vistoso - e costoso - cartellone elettronico disposto dal Comune che invita gli utenti ad acquistare il loro bell'ecopass presso le rivendite ATM (con tutto il corredo di frasette retoriche stile trafinform autostradale, tipo "la cintura ti salva la vitta" ed altre simili amenità).
L'Ecopass è stato sostanziallmente imposto dalla Moratti, come si trattasse di questione di vita o di morte, e, per di più, in perfetto stile sovietico (un consigliere dissidente è stato allontanato dalla neonata giunta municipale), contro i proclami dei partiti alleati (AN e Lega) i quali avevano, in esso, ravvisato uno strumento perfettamente inutile, avente l'unico scopo effettivo di introdurre dissimulatamente una nuova imposta comunale.
Dopo sei mesi di sperimentazione, si è appurato che il livello di inquinamento non è diminuito, nè, in generale, nella città, nè, segnatamente, nel centro assoggettato al nuovo regime automobilistico.
Questo spiega perchè ha un senso parlarne adesso, quando disponiamo dei dati sull'effettiva efficacia del provvedimento (e perchè ne aveva molto meno all'epoca in cui ne parlarono tutti, quando non si sapeva assolutamente se esso avrebbe funzionato o meno).
Ma che cosa c'è che non va nell'ecopass e perchè esso non ha sortito il risultato sperato?
Intanto, sgombriamo il campo da un equivoco di fondo: il risultato che il sindaco si prospettava c'è stato eccome: il Comune, infatti, ci ha guadagnato - e seguita a guadagnarci - un sacco di soldi.
Quello dell'abbattimento dei livelli di inquinamento era palesemente un falso bersaglio, perchè il sindaco era perfettamente consapevole del fatto che, imponendo un ticket di pochi euro (come, in effetti, è accaduto) non avrebbe minimamente dissuaso i cittadini dall'accedere al centro della città in automobile: avrebbe, semplicemente, ottenuto un nuovo flusso finanziario a favore del Comune.
Nelle grandi città europee dove l'ecopass è in funzione da anni, il costo dell'entrata è fino a dieci volte maggiore che a Milano.
Tuttavia, il nodo della questione è un altro: se lo scopo è quello - dichiarato - di ridurre l'inquinamento (non perchè esso produca un cattivo odore, ma per la ragione che provoca - dicono - il cancro nella cittadinanza), che senso ha consentire di seguitare ad inquinare, ma a pagamento?
Se pago, posso indurre una malattia mortale nel mio vicino di casa?
La cosa mi interessa, perchè il mio vicino di casa mi sta terribilmente sulle balle: forse, pagando di più, posso accelerare il corso degli eventi e farlo fuori più rapidamente con una pugnalata nella schiena.
Chiederò ai Vigili.


 

Postato da: barbalbero a 08:54 | link | commenti (7)

mercoledì, marzo 12, 2008
SCIAMPIONLIG

Il clima sta cambiando.
E non mi riferisco alla calotta artica che - dicono - si sta squagliando come un Mottarello dimenticato fuori dal frigo.
Non si può più trattare a pesci in faccia gli avversari, nè godere sguaiatamente delle disgrazie altrui o stracciare un programma elettorale: non è elegante.
E' il clima del politically correct, la nouvelle vague della società italiana: come sempre, dagli americani mutuiamo il peggio, mentre ci rifiutiamo ostinatamente di mettere in pratica quei due o tre concetti base che ne hanno fatto i meglio fichi del bigoncio.
Così, ieri sera, non ho goduto: mi sono soltanto compiaciuto sommessamente.
In realtà, avrei potuto far di meglio: segnatamente, avrei potuto esaltarmi nel delirio più osceno.
Ma Sky, malauguratamente, per tutta la durata dell'interminabile diretta, non ha mai mostrato, neppure per un momento, la faccia di Moratti.
Peccato.

Postato da: barbalbero a 09:19 | link | commenti (1)

venerdì, marzo 07, 2008
SONO AL CAFFE'

Stamane, ad ore 7.00, con mia moglie si discuteva di come la società fondata sulla diseguaglianza sia storicamente - prescindendo dagli aspetti etici - più funzionale ed efficiente di quella fondata sull'eguaglianza e di come l'unica rivoluzione produttiva di reali effetti, nella storia dell'Occidente, sia stata quella industriale (e non, certamente, quella, sopravvalutata, francese).
Sono alla frutta; anzi, anche considerata l'ora, al caffè.

Postato da: barbalbero a 08:13 | link | commenti (1)

mercoledì, marzo 05, 2008
DUNGEON AND DRAGONS

Non starò qui a spiegare che cosa sia il D&D: chi non lo sa passi oltre, chè non ho tempo da perdere.
Di tempo, invece, ne avevo quella volta che mi misi in parry e, in tal modo, resistetti ad un'infinità di attacchi (di orchi, credo), sbarrando il passo al nemico e consentendo ai miei compagni di mettersi in salvo, riorganizzarsi e tornare infine a ripescarmi (allo stremo degli hit points), massacrando la marmaglia mugolante.
Cose che toccano ad un paladino, del resto, nè me ne sono mai bullato (più di quel tanto...).
E' morto Gary Gygax, senza il quale quell'avventura e molte altre non sarebbero state possibili (e, per il sol fatto che, al contrario, lo sono state, dovrei ringraziarlo mille volte mille).
Chi non ha idealmente percorso un labirinto buio, rischiarato solamente dal tenue lucore emesso da una lama magica, trepidando ad ogni svolta e ad ogni angolo, inconsapevole di quale aberrante mostruosità avrebbe potuto, in qualsiasi momento, avventarsi su di lui (ma ben conscio che ciò, ineluttabilmente, sarebbe accaduto) semplicemente, non può capire.
Chi non ha trascorso una notte immaginaria in una vecchia locanda (il Gallo d'Oro, di regola), dormendo con un solo occhio chiuso, vestito di ferro ed impugnando la spada, attento ad ogni rumore, ad ogni sensazione, ben sapendo che l'attacco sarebbe infine giunto (non si sa quando, non si sa da dove, non si sa da chi, ma sarebbe giunto), torni a dedicarsi alla filatelia o al ricamo o a quel che gli pare.
Chi non si è calato nella cripta di una chiesa abbandonata, percependo tutto il male che vi allignava e, ciò non di meno, vi si è inoltrato, procedendo rasente il muro; chi non ha mai interpretato le rune incise sull'altare maledetto che vi ha trovato; chi non si è battuto con l'orrendo chierico non-morto che ivi è comparso per celebrare la sua demoniaca funzione, non si affanni a comprendere.
Chi non ha immaginato di cavalcare, di lanciarsi in una carica furiosa, al punto di avere l'impressione di avvertire il vento gelido sul volto, lo strepito degli zoccoli sulle pietre, lo schianto della lancia infranta contro il petto del drago, l'odore del sangue della bestia sulla pelle, non prtenda spiegazioni.
Quanto mi ha fatto divertire, Mr. Gygax; e quanto sta facendo divertire mio figlio.
Grazie e buon riposo.

Postato da: barbalbero a 19:30 | link | commenti (3)

venerdì, gennaio 25, 2008
GAUDEAMUS IGITUR!

Alla fine è caduto.
Confesso che ero preoccupato, perchè lui è odioso, arrogante e disonesto - pensavo - e tutto sommato neppure tanto intelligente: ma furbo e navigato sì.
Mi domandavo, allora, che cosa ci fosse sotto; quale strategia segreta si celasse dietro un'iniziativa tanto palesemente suicida.
O è cretino o è due volte intelligente, mi dicevo e, a malincuore, non potevo che accreditare la seconda ipotesi.
Poi è accaduto ciò che tutti immaginavano, ma che nessuno - per opposte scaramanzie - osava anticipare come una certezza scontata.
Ora si dice che fu regolamento di conti, tutto interno al Partito Democratico: sarà.
Questo non è il momento delle analisi politiche, almeno per me che devo confessare di non averci capito un tubo.
E dire che pensavo di essere uno che, in politica, ha un certo fiuto: sì, quello di un macaco raffreddato!
Ma non me ne cruccio: gaudeamus igitur!
Dopo diciotto mesi di apnea assoluta, tiro il fiato.
Ieri sera, dopo le mazzate, ha accuratamente evitato di mostrare il suo faccione in pubblico, ma oggi dovrà farlo ed io non sto nella pelle.
Voglio vedere se avrà ancora quel sorriso idiota stampato sul volto.
Un sorriso che ha pervicacemente mantenuto per un anno e mezzo, mentre tutti noi andavamo sott'acqua, al punto da far dubitare che avesse una paresi facciale.
Sì, è uno capace di avercelo ancora, quel sorriso: ma non è niente, rispetto al sorriso che, da ieri sera, è stampato sulla mia faccia da pirla.

 

 

Postato da: barbalbero a 08:27 | link | commenti (2)

mercoledì, gennaio 23, 2008
MARS CITY/19

Riuscii a sedermi al tavolino posto di fianco a quello occupato dalla giornalista e dal suo ospite.
Davo le spalle ai due, ma il basso framezzo mi nascondeva solo in parte alla loro vista; finsi di leggere un giornale, mentre sorseggiavo il grog: da dove mi trovavo potevo udire perfettamente quel che si dicevano.
- Quel che mi racconta è molto interessante, avvocato – disse la Bridgestone – Era da tempo che intendevo portare alla luce la questione della brutalità della nostra Polizia. I cittadini hanno il diritto di sapere come si comportano coloro che dovrebbero far rispettare la legalità –
- Troppo giusto, miss Bridgestone. Pensi che, durante l’interrogatorio, uno di loro ha persino osato minacciarmi fisicamente. Ah, ma se credeva di intimidirmi… -
Te la facevi sotto, altro che, pensai io; avevo ancora negli occhi la scena, Slim che balzava in piedi e Coltrane che si raggomitolava di scatto sulla seggiola.
- Ma è inaudito! Minacciare il difensore dell’indagato significa far carta straccia della Costituzione, dei principi fondamentali del diritto! Secoli di civiltà giuridica cancellati in un solo istante! Ma chi è questo impunito, avvocato? -
- Un certo Slim. Almeno, così lo chiamava l’ispettore capo McEnzie… -
- Ah! E ti pareva che non ci fosse di mezzo quel McEnzie! Meglio così: è ora che si faccia un po’ di pulizia e, se non ci pensa chi di dovere, ci penserà il Telegraph! -
Mi domandavo a che gioco giocasse Coltrane.
E’ vero che, davanti a due tette come quelle, anche l’uomo più cauto e riflessivo può smettere di ragionare, ma non Tom Coltrane.
Era un uomo spregevole, certamente, ma geniale, a suo modo.
Troppo intelligente e, soprattutto, troppo astuto per lasciare che fosse lei a condurre il gioco.
Le stava raccontando esattamente ciò che desiderava venisse pubblicato, ma che interesse aveva a far sputtanare la Polizia?
- Eh sì – proseguì l’avvocato – Quel McEnzie dev’essere convinto di stare ancora nel west: con una bella stella da sceriffo appuntata sul petto! Pensi al disastro dell’Astroporto, ai danni incalcolabili… La nostra Polizia non ha bisogno di gente di quella risma: ci vogliono funzionari inappuntabili, corretti, rispettosi della legge. Il ruolo della polizia, nella nostra società, è troppo importante, troppo delicato per … -
 - Per essere lasciato nelle mani di un tal genere di poliziotti! Lei ha ragione, avvocato – concluse la Bridgestone – Ma il mio giornale può molto, mi creda. Lo legga, nei prossimi giorni: non gli darò tregua! -
Dunque ero io, il bersaglio di Coltrane.
Se davo tanto fastidio, evidentemente, anche se ancora non lo sapevo, dovevo essere molto vicino a scoprire qualcosa di grosso.
Probabilmente, Coltrane aveva sopravvalutato le mie indagini e pensava che io sapessi più di quanto, in realtà, effettivamente sapevo.
- Ora, se vuole scusarmi, io avrei un impegno per cena… -
- Certamente avvocato, sono io che mi scuso di averla disturbata – disse lei mentre si alzavano e si dirigevano verso l’uscita.
- E non dimentichi di leggere il giornale, domani mattina! – concluse mentre si separavano.
Mi venne un’idea.
Pagai in fretta il conto ed uscii dal Palace, appena in tempo per intravvedere la sagoma di Coltrane che girava l’angolo.
Mi misi alle sue calcagna: ora si giocava sul mio terreno.

Postato da: barbalbero a 08:57 | link | commenti

domenica, gennaio 20, 2008
MARS CITY/18

Il bar del Palace assomigliava ad un vecchio pub londinese; il bancone era quadrato e da tre lati vi accedevano i clienti, che potevano accomodarsi su alti sgabelli dal sedile di pelle scura; le luci erano basse e le pareti rivestite di legno e stoffa rosso cupo; ciò conferiva all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente.
Lungo i lati della sala, ad intervalli regolari, erano disposti dei bassi tramezzi e, tra uno e l’altro, dei tavolini quadrati, in modo da creare una fila di scompartimenti, dove i clienti potevano prendere posto.
Sopra ogni tavolino, appesa ad una staffa fissata sulla parete, pendeva una lampada dal paralume di vetro verde, che proiettava un cono di luce chiara.
Se ci avessi trovato due anziani signori che giocavano a freccette con una coppola incerata ben calcata sul capo, non me ne sarei stupito.
Mi sedetti su uno sgabello ed appoggiai i gomiti al bancone, congiungendo le mani ed appoggiandovi sopra il mento e mi misi ad osservare la lunga fila di bottiglie schierata alle spalle del barista.
- Desidera qualcosa, signore? –
- Dammi qualcosa di forte e di caldo – risposi senza distogliere lo sguardo dai liquori.
Il barista cominciò a trafficare; anche lui era in tutto e per tutto adatto all’ambiente: era un ometto di una sessantina d’anni, basso e tarchiato, con una chierica di capelli rossi e con il viso coperto di lentiggini; indossava il gilet dell’albergo, ma in maniera molto informale, e teneva rimboccate fino ai gomiti le maniche della camicia.
- Sei irlandese? – chiesi.
- Di origine, signore. Lo era mio padre; io sono americano – rispose mentre infilava il sifone del vapore nel mio rum, che subito prese a ribollire.
- Una scorza d’arancia? –
- Sì, grazie. Bel posto questo: non sembra di essere a Mars City e neppure di essere in un grande albergo, per la verità –
- E’ l’esatta riproduzione di un vecchio pub di Londra, signore. Un locale storico di Saint Andrew Street – disse il barista posando il grog sul bancone, davanti e me.
- Fuori deve piovere che Dio la manda, eh? – seguitò, accennando ai miei vestiti fradici con un movimento del capo.
- Abbastanza -
Mandavo giù il grog a piccoli sorsi e sentivo diffondersi dentro di me un calore salutare; mi levai il cappello, che appoggiai sullo sgabello di fianco a me; tirai fuori il fazzoletto e mi asciugai la fronte e buona parte della testa su cui i radi capelli rimasti, fradici d’acqua, formarono scure strisce sottili.
- Aspetti… ora che si toglie il cappello… - il barista mi osservava e pareva frugare nella memoria – io ne vedo tanta di gente, ma la sua faccia… -
- Devi averla vista in fotografia –
- Ma sì, certamente, il poliziotto del Telegraph, vero? –
Feci cenno di sì col capo, prima di buttar giù l’ultimo sorso di grog.
- Quest’affare resusciterebbe un morto! Fammene un altro –
- Subito, signore. Certo che il suo dev’essere un mestiere affascinante, pieno di emozioni –
- C’è la fila davanti alla Centrale, per gli arruolamenti – risposi.
Non so se il barista colse il mio sarcasmo, sta di fatto che, per un breve periodo, si chetò.
Ad un tratto udii gente che si avvicinava alla sala ed una voce che avevo ormai imparato a conoscere, proveniente dalle mie spalle.
Sollevai il bavero dell’impermeabile e mi ficcai in testa il cappello, riappoggiando i gomiti al bancone ed insaccandomi per quanto potei nelle spalle.
Con un’occhiata, fulminai il barista, che intese.
- Buonasera miss Bridgestone – fece lui.
- Buonasera William – rispose la voce inconfondibile – portaci due scotch –
- Non una parola – sibilai.
Il barista irlandese mi fece un cenno di complice approvazione e non capii se aveva un’aria molto seria, oppure quella di uno che si sta molto divertendo.

Postato da: barbalbero a 09:15 | link | commenti

sabato, gennaio 19, 2008
MARS CITY/17

Per quanto ogni cosa conducesse a lui, decisi di escludere che Slim potesse essere la talpa.
Lo conoscevo troppo bene e da troppo tempo; era un ragazzone buono come il pane.
Uno senza difetti.
Magari era un po’ irascibile, qualche volta.
E un po’ esagerato nel mangiare e nel bere.
E, forse, non era la persona più intelligente che conoscessi…
Sì, ma insomma: non si trattava di difetti gravi.
Comunque, non poteva essere lui.
Iniziò a far buio; probabilmente il sole era tramontato dietro la fitta coltre di nubi ed il vento andava facendosi tagliente.
La pioggia, ora, veniva giù a scrosci e Mars City luccicava delle luci al neon e dei riflessi di queste sulle superfici bagnate: delle strade, delle auto, degli enormi cartelloni pubblicitari al plasma, degli impermeabili della gente che faceva ritorno a casa dopo una giornata di lavoro.
Uscii dal parco mentre i guardiani chiudevano i cancelli e mi facevano cenno di sbrigarmi.
La tesa del mio cappello grondava acqua da tutte le parti ed il mio impermeabile era irrimediabilmente inzuppato; con le mani affondate nelle tasche, camminavo tranquillo, come in un mattino di aprile.
Riflettendo, mi guardavo tutto intorno e la città mi sembrava perfino bella, tanto era scintillante e indaffarata.
In realtà, a quel punto, faceva un freddo cane, per non parlar dell’acqua che mi si era infilata fin nelle scarpe; era questo che mi rendeva diverso da gente come la Bridgeston o il procuratore federale: non avevo bisogno di ritrovarmi in un confortevole e lussuoso ufficio per stare bene.
Io ero un animale randagio, abituato ad andare in giro sotto la pioggia o martellato da un sole impietoso; ero uno come lo Sgorbio, esattamente come lui aveva scritto.
Non so come, ma mi ritrovai davanti allo sfarzoso ingesso dell’Hotel Palace, dove portieri ingallonati come ammiragli reggevano l’ombrello ad eleganti signore che discendevano da imponenti vetture ed autisti in divisa nera scaricavano valigie in pelle color corallo.
Spostai un piastrino di ottone lucente, che reggeva il capo di un pesante cordone rosso cupo, ed entrai nella hall luminosa, dai pavimenti di marmo chiaro, tirati a lucido.
Grondavo acqua da tutte le parti e le mie scarpe cigolanti lasciavano imbarazzanti impronte ad ogni passo; decisamente, non era il mio ambiente e gli sguardi di disapprovazione che ricevevo me lo confermavano.
Trovavo la cosa molto divertente e non facevo assolutamente nulla per non farmi notare o per darmi un contegno: al contrario.
Mi venne incontro un maitre azzimato, dall’espressione vagamente preoccupata e dai modi gentili che, tuttavia, tradivano il suo desiderio che io mi levassi di torno al più presto.
Stava per aprir bocca quando io gli ficcai sotto il naso il tesserino.
- Polizia –
- Oh… buonasera… Che cosa posso fare per lei…? -
- Mi indichi il bar -
- Certamente… è nel secondo salone, sempre diritto per di qua – fece lui, che ora sembrava sinceramente preoccupato.
In realtà, avevo semplicemente bisogno di un grog caldo.
Mentre, grondante e del tutto fuori posto, mi avviavo verso il bancone, pensavo che, quello, era il lato gradevole del mio mestiere.

Postato da: barbalbero a 08:42 | link | commenti

venerdì, gennaio 18, 2008
MARS CITY/16

Ispettore, lei mi conosce. Io non sono mai stato un uomo onesto, ma una coscienza ce l’ho anch’io. E’ vero: nella mia vita ho rubato, ho trafficato in affari sporchi, ma sempre nel mio piccolo, per tirare a campare. Lei lo sa che non ho mai posseduto una pistola. Mi sono barcamenato tra delinquenti che, al loro confronto, io sono un angioletto del paradiso, e poliziotti come lei, che mi sono sempre stati col fiato sul collo per avere qualche informazione. Uno come me, deve guardarsi le spalle, sempre; dai poliziotti e dai criminali. Adesso sono davvero nei guai: guai grossi. E non credo che riuscirò a venirne fuori. Certamente, non me la sarò cavata se lei leggerà questa lettera. Le spiate io le ho sempre fatte per essere lasciato in pace dalla polizia: non certo per… far trionfare la giustizia. Per questo, ci sono tipi come lei, no? Ma, in fondo, lei mi è simpatico e, se ci pensa, lei è uno come me. Uno che rischia la pelle per pochi dollari al mese e che fa una vita di merda. Questa, probabilmente, è la mia ultima soffiata, e gliela faccio soltanto perché, se fottono me, allora anch’io voglio fottere loro. Non pensi che io mi sia ravveduto perchè vedo la fine: la fine, per me, è una gran liberazione. Oggi, subito dopo che lei ed il suo tirapiedi avete fatto irruzione in casa mia, sono saliti da me tre sudamericani. Uno aveva i capelli lunghi, trattenuti da una coda sulla nuca, e indossava un capotto di pelle nera: prima mi pestato per bene e poi ha voluto sapere che cosa ci faceva, lei, nel mio appartamento. Gli ho detto che lei mi sta addosso per certi lavoretti che faccio di tanto in tanto, ma non mi ha creduto. Mi ha detto che sono un infame, una spia. Io gli ho giurato di no. Mi ha avvertito che, se fosse successo qualcosa, l’avrei pagata. Poi se ne sono andati. E’ chiaro che sapevano che lei sarebbe venuto da me, quando sarebbe venuto e perché. C’è qualcuno, tra i suoi, che fa il doppio gioco. Non so chi sia, ma c’è. Questo vuol dire che anche lei deve stare molto attento. La gente contro la quale si è messo non scherza. Il sudamericano si chiama Rodriguez, ma non è uno che conti qualcosa. Io non ne so molto, ma abbastanza per metterla su una buona pista; però, se vuole un consiglio, lasci perdere: è una faccenda molto più grossa di lei. Comunque in questo giro c’è dentro di tutto: gente della polizia, gente vicina al sindaco e, in cima a tutti, a tirare le fila, c’è un uomo d’affari. Ronald Foster, il banchiere. Questo è tutto quello che so e adesso lo sa anche lei. Buona fortuna, ispettore. Lo Sgorbio”.
Ripiegai la lettera e me la rimisi in tasca.
Mi alzai dalla panchina e tirai su il bavero dell’impermeabile: si era alzato il vento ed il cielo era ridiventato grigio.
Di lì a poco, avrebbe ricominciato a piovere.

Postato da: barbalbero a 08:12 | link | commenti

giovedì, gennaio 17, 2008
APPLAUSI

Premessa: la notizia non è che Mastella è indagato; la notizia era (e resta) che Mastella non sia in galera da anni.
Ciò posto, ieri abbiamo udito toccanti parole, pronunciate dal Guardasigilli alla Camera dei Deputati.
Il Ministro della Giustizia ha sparato a zero sulla Magistratura, ed i suoi onorevoli colleghi - salvo rare eccezioni - lo hanno premiato con un caloroso applauso.
Come al Processo di Biscardi.

Postato da: barbalbero a 07:43 | link | commenti

mercoledì, gennaio 16, 2008
TANTO TUONO' CHE PIOVVE

Sospendo per un momento la narrazione delle vicende dell'Ispettore McEnzie - il tempo da dedicargli, in questo momento, è poco - ed ecco che, subito, capitano fatti che meriterebbero un commento.
Fermo il fatto che, come ho appena scritto, il tempo seguita ad essere risorsa introvabile.
Avrei voluto scrivere, in questi giorni, della faccenda dei rifiuti: un argomento che condurrebbe a riflessioni ben ulteriori rispetto al semplice - mica tanto, però - problema dell'immondizia.
La storia dei rifiuti camppani è paradigmatica della Questione Meridionale che ha affannato storici e sociologi e, in realtà, la delinea e la riassume a perfezione.
Ma, per scriverne, occorrebbe molto tempo e molta riflessione, nè me la sento di liquidare la faccenda in poche righe, in maniera del tutto incompleta e superficiale.
Avrei - anche - voluto occuparmi dell'Ecopass, una vicenda tutt'altro che solo milanese; anche questo è un fatto esemplare, un ottimo spunto per parlare, in realtà, della finzione ambientalista in generale, dell'ipocrisia di politici ed amministratori e di quanto siamo minchioni - ma anche inermi - noi cittadini.
Altro argomento sul quale debbo, necessitatamente, glissare, non disponendo del tempo necessario per affrontarlo sistematicamente, come si imporrebbe.
Mi permetto due righe, invece, circa la - triste - storia della partecipazione di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università La Sapienza (?) di Roma.
Tanto tuonò che piovve: il Papa, alla fine, ha preferito ritirarsi in buon ordine.
Non entro nel merito di tale scelta (che, peraltro, mi appare come assai significativa: una sedia vuota, in mezzo a tanti posti occupati, fa molto più scalpore di una partecipazione contestata).
Voglio, invece, dire che coloro che si dichiarano figli dell'Illuminismo si comportano, in realtà, in modo talmente oscurantista da far rimpiangere i maestri di tale pratica (i Papi cui contestano il rogo dei libri ed il processo a Galileo).
Se la scienza diventa una religione indiscutibile, insuscettibile di una valutazione etica che non sia meramente scientista, allora - da non credente - preferisco di gran lunga la religione che, almeno, a suo modo, risponde a quesiti cui la scienza non è neppure in grado di aspirare a rispondere.

 

 

Postato da: barbalbero a 07:43 | link | commenti

venerdì, dicembre 21, 2007
NATALE AGRODOLCE

Cari amici vicini e lontani, Buone Feste a tutti: a chi è disperso e ormai da mesi non dà notizie, a chi ha troppo da fare, a chi non ha voglia di fare, a chi detesta il Natale, ma adora Capodanno, a chi sta per trasferirsi al mare, a chi al mare vorrebbe andarci da una vita, a chi vorrebbe tornare in montagna, a chi starà in famiglia, a chi sta per sposarsi, a chi sta per separarsi, a chi ha paura, ma spera, a chi viaggerà, ma non per trastullo, a chi ballerà, a chi volerà, a chi si dispererà, a chi guarirà.
Io dormirò, almeno spero: non chiamate prima di mezzogiorno.

Postato da: rosiecotton a 16:18 | link | commenti (1)

sabato, dicembre 15, 2007
MARS CITY/15

Il videotape della metropolitana sciolse ogni dubbio, se mai ce ne fosse stato il bisogno.
Lo Sgorbio era stato spinto sotto il treno da un tipo grande e grosso; un nero con un berretto di lana ben calcato sulla testa ed un paio di occhiali scuri.
Gli aveva dato una gran spallata da dietro, nella calca della gente assiepata sul limite della banchina.
Nessuno si era accorto di niente, né di lui.
Poi, mentre i passeggeri incominciavano a sciamare giù dai vagoni, se ne era andato.
Qualcuno gridava, chi scendeva dal treno non capiva neppure che cosa fosse successo, né gli interessava.
Il tizio in questione era assolutamente irriconoscibile.
Provammo con qualche ingrandimento: niente.
Allentai il nodo della cravatta, mi ficcai le mani in tasca e stesi le gambe, appoggiando i piedi sulla scrivania.
Fuori, aveva ricominciato a piovere.
Slim faceva ripassare le immagini, fotogramma dopo fotogramma, alla ricerca di qualcosa che, con tutta evidenza, non c’era.
Eravamo punto e a capo.
Seguitavo a pormi la stessa domanda: come avevano fatto a sapere della soffiata?
Ne eravamo al corrente in tre: io, Slim (del quale mi fidavo più che di me stesso) e lo Sgorbio, che tutto aveva fuor che l’interesse di andare raccontarlo a qualcuno.
Passarono minuti che mi parvero interminabili; un tempo sospeso durante il quale rimasi immobile ad osservare il soffitto, le pale immobili del ventilatore, incapace di trovare non dico una risposta, ma almeno uno spunto, un’idea.
- Lascia perdere, Slim, l’abbiamo guardato decine di volte. Andiamo a fare un giro, piuttosto: chissà che non mi si snebbi il cervello… -
Mi infilai l’impermeabile e mi cacciai in testa il cappello.
Uscimmo dalla stanza ed iniziammo a percorrere il corridoio in silenzio, sempre immersi nei nostri pensieri; intorno era un brulicare di agenti in divisa, impiegati che trasportavano enormi pratiche, gente che andava e veniva.
Giunto alle scale fui quasi assalito da una donna: - Ah! Finalmente! Lei è l’ispettore capo McEnzie, vero? –
La guardai con aria interrogativa, perché mi aveva colto di sorpresa, interrompendo il mio rimuginare.
- Non finga, perché l’ho riconosciuta. C’è la sua foto sul Telegraph… -
Era una donnetta piccola e mingherlina, dall’espressione arcigna.
Avrà avuto una sessantina d’anni o giù di lì ed era vestita in modo dimesso.
- E’ da stamattina che chiedo di parlare con lei! –
- Senta, signora… -
- E non m’interrompa! Quegli scimmioni dei suoi agenti, di là, non mi hanno fatta passare. Si figuri che, a un certo punto, uno di loro voleva perfino arrestarmi! –
Imbecille!” pensai fra me e me.
- Sono la custode dello stabile dove abitava il signor Gordon e… -
Trasalii e rivolsi lo sguardo verso Slim, incrociando il suo.
Matt Gordon per l’anagrafe, ma lo Sgorbio per chi aveva a che fare con lui.
- Intende Matt Gordon…? –
- Sì, il signor Mattew Gordon, quello della metropolitana, e chi altri se no? –
Improvvisamente ci fu un gran vociare, in fondo alle scale: - Se non mi risponde al telefono, vuol dire che mi riceverà di persona! –
Seguì un breve trambusto.
- E metti giù le mani, animale! Hai mai sentito parlare di libertà di stampa, nello zoo dove sei cresciuto? Fatemi passare: sono Vanessa Bridgestone, del Telegraph… insomma! –
Mi aspettavo che sarebbe venuta e le avevo organizzato un comitato di accoglienza.
La giornalista alzò lo sguardo e riuscì a scorgermi in cima alle scale: - Ehi, dico a lei ispettore McEnzie! Ordini a questi cialtroni… -
- Venga Signora, passiamo da un’altra parte. Le offro qualcosa da bere –
- Non so che genere di donne sia abituato a frequentare lei, ma io non bevo a quest’ora del pomeriggio! Al massimo un bicchierino, dopo cena e, comunque, non con il primo venuto –
- Non intendevo questo… è che preferisco proseguire questa conversazione lontano da orecchie indiscrete – dissi mentre riprendevo a percorrere il corridoio.
La donna mi seguì a passi corti e svelti: - Oh! Non è che abbia gran che da dirle. Devo soltanto consegnarle una cosa… -
- … Che cosa? –
- Questa! – esclamò lei estraendo una busta dalla borsetta – Me l’ha data il signor Gordon, ieri mattina, prima di uscire. Mi ha detto di consegnarla a lei se gli fosse accaduto qualcosa. E direi che gli è accaduto… -
- Lei come si chiama? – domandai ficcandomi la busta in una tasca dell’impermeabile.
- Beeple, Ruth Beeple –
- Grazie, signora Beeple… E scusi per prima... Per i miei agenti, intendo... –
- Oh! Li ho tenuti bene a bada, sa? Ci vuol altro! –
E se la filò via tutta impettita, con quei suoi passetti veloci e l’aria di chi sa bene che cosa deve fare ed intende farlo.

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venerdì, dicembre 14, 2007
MARS CITY/14

Comandante Herbert Williams” recitava la targa d’ottone.
Bussai ed aprii la porta.
- McEnzie! Quale onore! – ruggì il Capo non appena feci ingresso nel suo ufficio.
- Buon giorno, Comandante… -
- Comandante un accidente! Che cosa comando io? Me lo spieghi? Che cosa comando se devo attendere un’ora prima che un mio ispettore si degni di farsi vedere, quando lo chiamo! -
- … -
- Taci! Non aprire quella bocca! Che cos’è questa novità dei giornali? Ti sei montato la testa? Cosa stai cercando di ottenere? Un posto da opinionista in un talk-show della Warner? Per quando resterai a spasso, cosa per la quale non mi sembra che dovrai attendere a lungo! -
- … -
- Stamattina sono stato tempestato di telefonate! Hanno chiamato il sindaco, il procuratore federale e persino il governatore! Il governatore in persona, capisci? -
- Capisco… -
- Ma come ti è venuto in mente di spiattellare il contenuto delle indagini a quella… come si chiama… a quella giornalista… -
- Vanessa Bridgestone -
- A quella Vanessa Bridgestone, appunto! E proprio appena accaduto il disastro dell’Astroporto! Ma ti ha dato di volta il cervello, ammesso che tu ne abbia uno in quel grosso testone di scozzese? -
Il Capo si interruppe per mandar giù due o tre sorsi di antiacido ed io ne approfittai per provare a rispondere.
- Io non le ho detto proprio un bel niente -
- Ah, certamente! Vallo a spiegare al procuratore. Hai letto l’articolo? C’è di tutto, fatti, nomi, particolari che potevano essere noti soltanto a noi della Polizia! -
- Le ripeto che non ho aperto bocca -
Il Capo mi osservò in silenzio, mentre rimanevo in piedi accanto alla porta.
Era un uomo irascibile, ma non uno stupido; capì che non stavo mentendo.
Si alzò e si accostò alla finestra, rivolgendomi le spalle possenti che l’età non era ancora riuscita ad incurvare.
Teneva le mani l’una nell’altra, dietro la schiena, ed apparentemente osservava la città là fuori, il traffico, la gente che sciamava di qua e di là.
- Beh… - disse infine, senza guardarmi – evidentemente qualcuno ha chiacchierato un po’ troppo con quella comesichiama Bridgestone… -
- Evidentemente… -
- A che punto sei arrivato? -
- Il sudamericano è fuori su cauzione. Lo difende Coltrane -
- Ah… -
- Ho letto i verbali di interrogatorio dei testimoni, per il fatto della metropolitana. Forse c’è qualcosa… Stavo giusto per visionare i filmati delle videocamere di sorveglianza… -
- Che c’entra questa storia con l’Astroporto? -
- Il giorno prima di finire sotto il treno, lo Sgorbio mi aveva fatto una soffiata -
Il Capo restava immobile, rivolto verso la finestra, come di pietra:
- Chi lo sapeva, oltre a te? -
- Eddie, era con me dallo Sgorbio -
- Uno scozzese ed un irlandese… bella squadra davvero! – disse infine girandosi verso di me.
- Che ore sono? – continuò – Quasi le undici! Ti va una birra? -
- Mi va sempre, una birra, Capo -
- Forza, scendiamo da Burt… -
- Veramente mi ha cercato il procuratore e… -
- Oh, che si fotta, quel bellimbusto! –

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giovedì, dicembre 13, 2007
MARS CITY/13

Facendo rientro nel mio ufficio scoprii di essere l’uomo più desiderato del pianeta.
- Ehi, Mac – fece Martin – Guarda che c’è il Capo che ti cerca da un’ora. E’ su tutte le furie -
Passai prima del mio ufficio, per riporre i vedeotape, e vi trovai Slim, al telefono:
– Ho capito, signorina Bridgestone… ma le dico che non c’è… no, non si è ancora visto, stamattina… Può star certa che glielo riferirò… No, forse questo è meglio che non glielo dica… Sì, la farò richiamare immediatamente… -
Slim era un tipo che riusciva ancora ad arrossire, quando diceva una bugia.
Mentre parlava, mi indicò insistentemente un bloc-notes posato sulla scrivania: “Ha chiamato il procuratore, vuole essere ricontattato urgentemente” e, più sotto “Ha chiamato di nuovo il procuratore, dice che ti farà rapporto se non gli telefoni entro dieci minuti”.
Visto che il telefono era occupato e che, probabilmente, i dieci minuti dovevano essere passati da un pezzo, decisi di andare dal Capo.
Nel corridoio, un agente mi raggiunse trafelato:
- Ispettore Capo… Ispettore, c’è una donna in sala d’attesa, dice che è urgente e che vuole parlare soltanto con Lei… -
- Ora non ho tempo -
- Ma, Ispettore… quella dà di matto… non ci riesce di farla star buona… -
- Arrestala -
L’agente mi osservò sbalordito mentre mi allontanavo.
Considerato che non erano ancora le dieci della mattina, la giornata si presentava niente male.

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domenica, dicembre 09, 2007
MARS CITY/12

- Ecco, l’ho messo qua, da qualche parte –
Più che l’ufficio di un importante funzionario della Polizia, quel luogo mi ricordava la rimessa di mio nonno Dexter, quello dell’Oldsmobile.
Da bambino ci passavo delle intere giornate a trafficare con ogni genere di attrezzi, a tirar fuori dagli innumerevoli cassetti  e cassettini gli oggetti più impensati, a svuotare scatoloni di fotografie e di vecchi giornali.
A frugare in cassettine di legno che, in momenti di maggior gloria, avevano contenuto sigari cubani e, ora, erano piene di dadi, viti e bulloni di tutti i generi e le misure.
Ora che ci penso, c’era un vecchio aspirapolvere dall’aspetto inquietante ed io mi figuravo fosse un marziano cui dare la caccia: certo non immaginavo che, anni dopo, marziano lo sarei diventato io.
Bob rovistava qua e là, spostando cumuli di scartoffie, scatole e aggeggi che potevano avere un senso ed una funzione soltanto per lui.
- Eppure deve essere qui, ce l’ho messo ieri… -
- Come pretendi di ritrovare qualcosa in questo disordine… - buttai lì io a mezza voce, più parlando con me stesso che con il mio interlocutore.
- Disordine? Eh no, caro mio, questo non è disordine: è ordine creativo! – replicò Bob.
Per un attimo compresi come doveva sentirsi mia nonna: - Sì, Dexter - mi venne naturale rispondere.
- Dexter? –
- Lascia perdere. E cerca, che non ho l’intera giornata a disposizione… -
La faccenda andò avanti per un buon quarto d’ora, mentre io, sprofondato in una poltrona che doveva aver sopportato ben altre prove e che pareva fagocitarmi, sfogliavo un vecchio annuario della Polizia.
Era come tirar fuori l’album di famiglia: c’era mio padre e tutti i suoi amici, quelli che affollavano la nostra casa al pranzo del Ringraziamento, quando mia madre ripeteva “John, come pretendi che questo tacchino entri nel forno?”.
E mio padre: - Meg, saremo almeno in venti: mica potevo comperare una quaglia… -
Le loro fotografie era tutte lì in fila e, sotto, la didascalia con le decorazioni.
Non uno che avesse concluso il viaggio nel proprio letto.
Mi ricordo ancora mia madre, in lacrime, quando mi iscrissi all’Accademia di Polizia: - William, vuoi fare anche tu la fine di tuo padre? Non ti è bastato quel che è successo? -
Mi chiamava William solo quando la cosa era seria; le altre volte ero Billy.
Il suo Billy.
- Eccolo qui! Lo sapevo che c’era – esclamò Bob con aria trionfante, estraendo un pacchetto da sotto la gamba della scrivania.
- Ora, però, devo trovare qualcos’altro per il tavolo… Peccato, questo era proprio dello spessore giusto… -
- Mettici questo – gli dissi, passandogli l’Annuario.
- Oh! E’ perfetto – fece lui.
- Sì, è perfetto – risposi, mentre ero ormai già a metà del corridoio.

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giovedì, dicembre 06, 2007
MARS CITY/11

C’era un gran calca, arrivava il treno e tutti si assiepavano al limite della banchina; che cosa vuole che le dica, agente: guardavo verso il convoglio che si avvicinava, poi ho udito delle grida, mi sono voltato e, per un attimo, ho visto il corpo di un uomo sui binari, poi i vagoni mi sono sfilati davanti”, questo, più o meno, era il tenore delle dichiarazioni raccolte al commissariato di zona.
C’era, però, un tizio che stava sulla banchina opposta, che aveva notato qualcosa: “Osservavo distrattamente la gente davanti a me, sull’altra sponda della metropolitana. Pensavo agli affari miei, non è che guardassi qualcuno in particolare. Ad un tratto l’ho visto cadere in avanti. Ma non come qualcuno che si getti sotto il treno. Non so come spiegarlo, è caduto tutto storto, piegato da un lato, agitando le braccia come se cercasse un appiglio per sostenersi. Non so perché, ma ho avuto la netta sensazione che un suicida si sarebbe buttato giù in un altro modo, in maniera più composta”.
- Slim, abbiamo le riprese della videocamera a circuito interno? -
- Sì, Mac, le ho fatte sequestrare ieri. Sono giù da Bob, alla Scientifica -
La Sezione Scientifica occupava due piani sotterranei della Centrale; giù c’era un po’ di tutto: laboratori, salette di proiezione, macchinari di ogni genere…
Bob era un tipo quantomeno originale.
Un tipo lungo lungo, strepenato, che sembrava sempre si fosse appena alzato dal letto.
Personalmente, non l’avevo mai visto uscire dai suoi laboratori ed avevo maturato la convinzione che, là dentro, ci dormisse pure.
Non era antipatico: tutt’altro.
Solo, viveva in una sua personalissima dimensione: da lui non c’era mai da aspettarsi una risposta normale ad una domanda normale.
Scesi nel sotterraneo e mi misi a cercarlo, chiedendo a quelli che incontravo se l’avessero visto.
- Sì, era qui una mezz’ora fa, se non sbaglio stava andando al laboratorio di genetica -
- Sì è stato qui, ma per cinque minuti, poi è scappato via, non ho capito bene a far cosa… una prova balistica, mi pare -
- No, non l’ho visto. Per la verità lo aspettavamo, ma… boh, sai com’è fatto Bob -
Seguitavo a girare nel labirinto della Scientifica quando, ad un tratto, Bob balzò fuori da una porta; anzi, per la verità fui travolto da un tizio con addosso un pesante camicione scuro, di piombo ad occhio e croce, e con una specie di maschera da saldatore calata sul viso.
- Oh, scusami Mac – disse Bob alzandosi la visiera – stavo facendo delle radiografie. Non sai mai che cosa può saltar fuori da una radiografia! Un volta, figurati, stavo esaminando un… -
- Sì, sì, interessante. Magari poi me lo racconti. Ora ho fretta: hai tu i videotape della metropolitana? -
Bob mi osservò incuriosito.
- I videotape della metropolitana? -
- Sì, le riprese del circuito interno della stazione della quattordicesima, dove si è buttato lo Sgorbio. Slim mi ha detto di avertele consegnate ieri -
- Ah, aspetta. Sì, ieri sera Slim mi ha dato un pacchetto. Forse mi ha anche detto che cosa ci fosse dentro… Boh, non ricordo. Comunque devo averlo messo da qualche parte… -
Lo seguii lungo l’intreccio dei corridoi, delle scalette, dei laboratori.
Alla fine, arrivammo ad una porta; nel mezzo vi campeggiava una targa di alluminio: “Robert Zebrinwskj – Direttore”.
Bob cercò a lungo la chiave, nell’infinità di tasche del camice, impacciato dal pastrano di piombo che vi indossava sopra.
- Scusa, Bob, ma ti serve ancora tenere addosso quell’affare? -
- Eh?… Ah, no, me l’ero dimenticato, no, no, questo serve solo a proteggersi dalle radiazioni… Tra l'altro pesa come una portaerei e tiene un caldo d'inferno...-
Ma si guardò bene dal toglierselo.
Trovò la chiave, la infilò nella serratura ed aprì l’uscio. Non c'era dubbio: quella era senz'altro la stanza di Bob.

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martedì, dicembre 04, 2007
MARS CITY/10

Erano ormai le quattro del pomeriggio quando, finalmente, me ne andai a dormire.
Avevo detto a Slim di andare al commissariato di quartiere che si occupava del morto nella metropolitana; per loro, ovviamente, si trattava di una pratica di routine, il solito suicidio del solito disperato.
Non avevano ragione di pensare diversamente, perché non sapevano quel che sapevo io.
Gli dissi di farsi consegnare i verbali di interrogatorio dei testimoni e di far trasferire il cadavere all’istituto di medicina legale: il giorno dopo mi sarei occupato della faccenda.
Mi sdraiai sul divano, accesi la televisione e mi levai le scarpe e così mi risvegliai, col solito beep-beep delle cinque e mezza, il mattino dopo.
Per la strada comperai una copia del Mars Telegraph: “Collegati il disastro dell’Astroporto ed il morto della metropolitana. Lo afferma l’ispettore capo McEnzie”; sotto, il dettagliato resoconto dell’intervista del giorno prima, a firma di Vanessa Bridgestone.
Un’intervista nella quale, in realtà, io non avevo detto un bel niente.
- Ehi, Mac, sei l’uomo del giorno! C’è il tuo nome in prima pagina sul Telegraph!” – fece Burt mentre alzava la saracinesca.
- Sì, ho visto. Mi fa piacere. Ed ancor di più ne farà al capo... -.

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lunedì, dicembre 03, 2007
MARS CITY/9

L’avvocato Coltrane era un tipo basso e mingherlino, con le spalle strette e curve e un colorito terreo.
Aveva mani piccole e ossute, che strofinava l’un l’altra continuamente e baffetti radi e spioventi; i capelli, impomatati e pettinati all’indietro, formavano linee sottili e distanziate sul cranio piccolo ed un po’ allungato.
Al dito mignolo della mano destra portava un grosso anello d’oro, di quelli quadrati, con un brillante incastonato in un angolo.
Fumava sigarette sottili, che esalavano un tenue filo di fumo azzurrino.
Aveva occhi scuri, piccoli e leggermente infossati, profondi e scintillanti e, dipinta sul volto, un’espressione vagamente divertita, che non lo abbandonava mai.
Indossava un abito gessato, blu scuro, di fattura impeccabile, che doveva essere costato non meno di cinquemila dollari ed una camicia candida, col colletto duro e inamidato, troppo largo per il collo rugoso da tartaruga che ne spuntava fuori.
Poco sotto il nodo, al centro della cravatta blu a pallini bianchi, spiccava un fermaglio d’oro, sormontato da una perla scintillante, grossa come una ciliegia.
- Buon giorno ispettore McEnzie – disse posando sul tavolo una elegante borsa di pelle nera.
- Buon giorno avvocato – feci io – non mi aspettavo che lei avesse a che fare con questo genere di delinquenti di bassa lega; la sua è una clientela selezionata, no? Banchieri, capitani d’industria, politici… -
- Il mio non è un mestiere, ispettore, è una missione: ovunque ci sia un cittadino che invoca il rispetto della legalità, là sono io… - rispose accentuando per un istante la sua espressione beffarda; poi si sedette, ed estrasse dalla cartella dei fogli ed una mazzetta di banconote.
- Ho già parlato col procuratore e col giudice Hastings; questo è l’ordine di rilascio sotto cauzione e questi sono venticinquemila dollari. Può contarli -
- Rilascio sotto cauzione?! – imprecò Slim scattando in piedi e quasi avventandosi contro l’avvocato.
Tom Coltrane ebbe un moto repentino e si rannicchiò sulla sedia, quasi temendo il peggio; immediatamente, però, si ricompose – Attento a quel che fa, tenente O’Connor, io… -
- Siediti, Slim – lo interruppi – Mi faccia capire, avvocato: questo tizio ha tirato giù con una sventagliata di mitra un elicottero della Polizia… -
- Non poteva saperlo: era un elicottero mimetico, senza insegne: poteva trattarsi di criminali -
- Ma gli agenti si sono qualificati, col megafono e … -
- Chiunque può comperare un megafono e dirci dentro quel che gli pare -
- Comunque, stava attendendo di ricevere un carico di kwax e… -
- Il mio cliente non ha ritirato alcun carico, nessuna consegna è stata effettuata -
- E che ci faceva al molo, a quell’ora di notte, proprio mentre… -
- L’Astroporto è un luogo aperto al pubblico ed i cittadini hanno libertà di movimento, in questo Paese. Non c’è scritto, nel suo manuale di servizio? -
- Comunque andava in giro con un mitragliatore di derivazione militare e l’ha usato… -
- Detenzione e utilizzo di arma illegale, un reato per il quale è previsto il rilascio su cauzione – tagliò corto l’avvocato lanciandomi la mazzetta di banconote e l’ordinanza del giudice.
- Mi pare che non abbiamo altro da dirci – aggiunse alzandosi dalla sedia ed avviandosi verso la porta, facendo attenzione a lasciare sempre una certa distanza tra sé e Slim.
- Andiamo, Rodriguez, lei è libero -
Il sudamericano si alzò, serafico ed io non resistetti all’impulso di afferrarlo per un braccio – Non puoi lasciare la città e, comunque, ci rivedremo presto, perché io ti sto addosso… -
L’uomo si liberò dalla mia presa con uno strattone e si lisciò due o tre volte la manica del cappotto di pelle nera – Vacci piano, ispettore, questo impermeabile costa tre o quattro dei tuoi stipendi e non credo che tu possa permetterti di ripagarmelo nuovo -
- Fila fuori, Rodriguez, non c’è ragione di far arrabbiare l’ispettore, che è una brava persona – concluse Coltrane rivolgendomi un sorriso mellifluo.
La porta si chiuse ed io mi rimisi a sedere, fissando la mazzetta di banconote.
Slim fremeva e tratteneva a stento lacrime di rabbia.
- Non finisce qui – sussurrai tra i denti – Scendiamo da Burt, Slim, una birra ci schiarirà le idee -
In realtà, ne furono necessarie tre o quattro.

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domenica, dicembre 02, 2007
MARS CITY/8

Il sudamericano era un osso duro.
Durante l’interrogatorio era stato una vera sfinge: per più di mezz’ora era rimasto in perfetto silenzio; poi, con tono quasi annoiato, aveva chiesto la presenza di un avvocato e ci aveva consegnato un biglietto da visita.
Tom Coltrane era un pezzo grosso del foro di Mars City.
- Deve avere dietro un bello sponsor, per permettersi un legale da cinquemila dollari l’ora – dissi a Slim, che annuì.
Lo chiamammo al telefono: ci disse che sarebbe arrivato entro un’ora.
Slim tornò dal nostro ospite d’onore, a dargli la buona notizia.
Chiusi la porta e mi sedetti alla mia scrivania; accesi un cubano e mi rovesciai all’indietro, appoggiando i piedi sul piano del tavolo.
Cercavo di rimettere a posto le tessere del puzzle: lo Sgorbio non era tipo da ammazzarsi; per suicidarsi bisogna avere una coscienza e lui, certamente, non ce l’aveva.
Qualcuno doveva averlo fatto fuori e questo non poteva non avere a che fare con l’informazione che ci aveva passato.
Feci appena in tempo a buttar fuori due sbuffi di fumo che un agente entrò come un ciclone nella stanza, al punto che quasi ingoiai il sigaro.
- Che accidenti… -
- Ispettore, c’è fuori una donna che chiede di parlare con lei. Non riusciamo a tenerla a bada e… -
- Vanessa Bridgestone, Mars Telegraph – disse la donna irrompendo nel mio ufficio – E’ lei che segue il caso del morto della metropolitana? La morte ha qualcosa a che vedere con i fatti dell’Astroporto? Anche quella è roba sua, no, signor… signor…-
- Mac, per gli amici. Ma lei può chiamarmi ispettore McEnzie –
- Se ama i formalismi… - disse la donna sedendosi su una seggiola davanti alla scrivania ed estraendo un computer palmare dalla borsetta.
- Le dispiace spegnere quel sigaro? Fa una gran puzza –
Lo spensi.
- Grazie. Dunque, stavamo dicendo… chi è il morto? E’ una conoscenza della Polizia? E lei, come ha detto che si chiama? McArthur? –
La giornalista sciorinava domande come un fiume in piena e intanto annotava sul palmare; non saprei che cosa, per la verità, dato che io non fornivo alcuna risposta. 
Un po’ perché non avevo nessuna intenzione d rispondere e un po’ perché, anche volendo, non sarei riuscito ad interromperla.
Mi limitai a guardarle nella scollatura, anche perché aveva due gran tette.
- Che c’è ispettore: non ha niente da dirmi o le è cascata la lingua tra i bottoni della mia camicetta? -
- L’indagine è appena incominciata e in questo momento non ho la più pallida idea a proposito di quel che lei mi ha chiesto. A parte il mio nome, che è McEnzie, non McArthur -
- Andiamo ispettore… un poliziotto esperto come lei… avrà bene qualche cosa in mente -
- Zero al quoto. Non appena avrò qualche elemento lei sarà la prima a saperlo. E ora, se mi vuole scusare…-
- Non pensi di liberarsi tanto facilmente di me, ispettore: le starò addosso. Le telefono domattina. E che non le venga in mente di non farsi trovare – concluse minacciosamente la donna alzandosi e riponendo il palmare.
Quindi uscì dalla stanza.
Ha anche un gran bel culo” pensai.

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venerdì, novembre 30, 2007
MARS CITY/7

E adesso vattene a dormire”.
Mandando giù abbondanti sorsate di antiacido, il capo aveva così concluso la sua pacata riflessione sull’accaduto.
Passai da Burt, che aveva da poco tirato su la saracinesca.
- Fammi un caffè triplo. Anzi, no: una birra –
- Non è un po’ presto per una birra, Mac ? La gente, di solito, a quest’ora fa colazione –
- Sì, hai ragione. Allora facciamo così: portami il caffè, triplo. E poi la birra. E un paio di sandwiches. Fai anche tre -.
Mi sedetti pesantemente ad un tavolino vicino alla vetrata.
Di fuori, Mars City iniziava la giornata così come l’aveva conclusa: sotto la pioggia.
Gli impiegati sciamavano ordinatamente per la strada e si infilavano nel buco della metropolitana; facce di gente che aveva dormito beatamente per l’intera nottata.
Come non avevo fatto io.
I furgoni scaricavano pacchi di giornali freschi di stampa; il Mars Telegraph, che doveva aver chiuso la prima pagina all’ultimo momento, era l’unico a riportare la cronaca della nottata: “Disastro all’Astroporto: la Polizia si fa sfuggire un colossale carico di kwax e fa danni per milioni”.
L’articolo era a firma di Vanessa Bridgestone; zuccherino, la chiamavamo noi, per la dolcezza che riservava alla Polizia.
Pensai alla faccia che doveva avere il capo in quel momento e mi domandai se la sua scorta di antiacido sarebbe stata sufficiente.
Arrivò anche Bessie, trafelata: - Scusa Burt, ma la metropolitana era in ritardo. Pare che un tizio si sia buttato sui binari, da qualche parte verso la 14° -.
Si infilò nello spogliatoio e ne uscì finendo di abbottonarsi il solito grembiule.
Non potei non lanciarle un’occhiata.
- Oh, già qui Mac? – domandò lei imbarazzata, mentre, giratasi di scatto dall’altra parte, terminava l’operazione.
Entrò qualche cliente.
Burt cominciò a versare caffè e a distribuire sandwiches; le conversazioni si intrecciavano, la gente si salutava.
Una donna elegante, sulla trentina, reggeva una cartella di pelle nera e parlava con un tizio che, certamente, dovevo avere già avuto il piacere di conoscere e non durante il tempo libero: “ha un gran bel sedere per essere un avvocato”, pensai.
Slim si precipitò nel locale come un bufalo: - Mac, ehi Mac! Sei qui, accidenti! Hai sentito? –
- Che cosa? –
- Quel tizio sotto le ruote della metropolitana! –
Lo fissai con aria perplessa e, siccome tutti avevano rivolto lo sguardo verso di lui, gli feci cenno di venirsi a sedere.
- Circa un’ora fa, ad una fermata della 14°… -
- Lo so –
- Beh! Sai anche chi è il morto? Lo Sgorbio! -.

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giovedì, novembre 29, 2007
MARS CITY/6

L’Astroporto Commerciale di Mars City non è esattamente un luogo gradevole e, di regola, è frequentato da persone né cordiali né simpatiche, ma alle tre e mezza di notte la situazione peggiora notevolmente.
Stanotte, alle quattro, al molo 11” aveva detto lo Sgorbio.
Il traffico di kwax, negli ultimi mesi, aveva raggiunto livelli insostenibili.
Il kwax era, allora, l’ultimo ritrovato per mezzo del quale i giovani di Mars City (ma anche delle megalopoli terrestri) si dilettavano ad arrostirsi i rari neuroni dispersi nelle loro scatole craniche: una droga sintetica dagli effetti micidiali, che costava un’inezia a chi la fabbricava e un bel po’ di soldi – ma non poi tantissimi – a chi ne faceva uso.
C’erano, dunque, tutti i presupposti di un grande successo commerciale: basso costo di produzione, prezzo contenuto e merce di pessima qualità.
La banchina era rischiarata dalla luce livida dei proiettori allo iodio e resa scintillante dalla pioggia che aveva cominciato a battere insistentemente dal pomeriggio; il suono di una sirena intermittente annunciò l’avvicinarsi di un carro ponte: le operazioni di scarico stavano per iniziare.
Ci acquattammo dietro una specie di piramide di casse mentre i fari di un astrocargo si facevano sempre più vicini al molo.
D’un tratto, con un sibilo, a pochi passi da noi, si arrestò sulla banchina una potente vettura ad induzione magnetica; una limousine nera, lucida come uno specchio.
Ne discesero due individui, mentre un terzo restava alla guida; mi appiattii più che potei contro le casse.
I due tizi si guardarono attorno più volte, quindi uno di essi si incamminò verso l’astrocargo che aveva terminato le manovre di attracco.
Istintivamente la mia mano sfiorò l’impugnatura del revolver: non era l’arma di ordinanza, ma un gingillo ad impulsi capace di fare un buco in un muro a cinquanta metri di distanza; io la chiamavo la mia polizza di assicurazione.
Muovendomi silenziosamente seguii l’uomo che, al di là della fila di casse, procedeva verso la zona di scarico; Slim rimase nei pressi della limousine.
Il tizio in questione doveva essere, all’apparenza, un sudamericano; aveva capelli neri raccolti in una lunga coda ed indossava stivali ed un impermeabile di pelle scura, lucida.
Con la mano destra impugnava un mitragliatore leggero ad elettroni, un’arma di derivazione militare: “non devo dargli il tempo di usarlo”, pensai.
Il carro ponte aveva appena incominciato a scaricare i containers che la zona fu illuminata dai fari di un elicottero mimetico:
- Polizia di Mars City: siete in arresto. Sospendete le operazioni e disponetevi in fila sulla banchina – gracchiò l’altoparlante.
Dannazione, Connors, troppo presto!” imprecai tra me e me.
Il sudamericano sollevò il mitragliatore e fece fuoco verso l’elicottero prima che io potessi anche solo pensare di fare qualsiasi cosa.
Saltai fuori da dietro le casse e mi avventai sull’uomo mentre l’elicottero rovinava sulla banchina in un fracasso assordante.
Tutto si svolse in un istante.
Il comandante dell’astrocargo, strappò gli ormeggi e sollevò la colossale nave spaziale con le stive ancora aperte, sbarbando il braccio della gru del carro ponte e portandoselo via con sé.
Un gran numero di containers precipitarono sulla banchina dalla nave che si allontanava rapidamente, sfasciandosi sul selciato e proiettando rottami tutto intorno.
L’uomo a bordo della limousine non pose tempo in mezzo e si allontanò di filata, lasciando a piedi il suo complice; quest’ultimo aveva, dalla sua, già estratto un’arma a impulsi, che non potè usare perché Slim venne fuori dal suo nascondiglio e lo freddò con un colpo preciso.
Alla fine, il sudamericano stava sotto di me, con i polsi ammanettati dietro la schiena; l’elicottero mimetico era sfasciato e solo per miracolo Connors e gli altri al suo interno erano ancora vivi; un malvivente era morto ed un altro fuggito; l’astrocargo se l’era filata con buona parte del carico; infine, i danni alle strutture dell’Astroporto erano ingenti.
- Maledizione Connors – ruggii – questa gliela racconti tu al capo! -.

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mercoledì, novembre 28, 2007
MARS CITY/5

Non c’era davvero gusto a viaggiare su quei trabiccoli al plasma.
Mi ricordo che, quando ero bambino, sulla Terra, ogni tanto mio nonno tirava fuori dal garage una vecchia Oldsmobile del 1957, che era stata di suo padre.
Era un veicolo illegale, dopo l’ordinanza ambientale, ma lui l’aveva conservata come un cimelio.
Non poi dire di avere guidato una macchina” mi diceva “se non hai avuto almeno una volta sotto le chiappe un motore a scoppio”.
Quello, era un tre litri a benzina: faceva un fracasso infernale e cacciava fuori un fumo nero e puzzolente: pare che, un tempo, nelle città ne circolassero a milioni.
Emettendo un impercettibile ronzio il nostro MTI (Mezzo di Trasporto Individuale, così recitava il Manuale di Servizio) si sollevò di una spanna dal terreno.
Percorremmo lentamente Main Street per cinque o sei isolati; poi prendemmo a destra per la 14°, poi per uno stretto vicolo maleodorante.
Dopo un breve tratto accostammo l’MTI ad una fila di bidoni dell’immondizia e saltammo giù.
- Tu vai per le scale, io prendo la rampa anti-incendio – dissi a Slim, che aveva tante doti, ma certamente non quella dell’arrampicatore.
In compenso, però, copriva abbondantemente la larghezza delle scale; e questo andava perfettamente bene per ciò che ci accingevamo a fare.
Lo Sgorbio stava al quarto piano e non impiegai molto ad arrivarci; la finestra era chiusa, ma ritenni che, nel frangente, si potesse soprassedere all’etichetta ed entrai senza bussare.
Lo schianto degli infissi sfondati fece balzare lo Sgorbio giù dal letto.
Non feci in tempo a chiedere – Sei andato a letto tardi, eh, ieri sera ? – che lui infilò di volata la porta e si precipitò per le scale dove, un piano più sotto, non potè sottrarsi all’abbraccio affettuoso di Slim.
- Che cosa c’è, Sgorbio, non riconosci più un vecchio amico? – dissi mentre scendevo le scale.
- Sentite, io non ho fatto niente. Da quando sono uscito sono regolare… -
- Bene. E’ esattamente quello che mi aspetto da un bravo ragazzo come te. Adesso andiamo su a dare una controllatina, così, per formalità -.
Il materasso ad acqua si piegò a metà sotto il peso di Slim, che si era seduto proprio al centro del letto.
Lo Sgorbio fissava desolatamente la finestra sconquassata – Cazzo, non basteranno duecento dollari per ripararla -.
- Non credo che sia un problema, per un riccone come te – dissi estraendo da dietro la tazza del cesso un grosso rotolo di banconote.
- Che cos’è, Sgorbio: hai vinto alla lotteria? -.
Come per incanto, lo Sgorbio assunse l’espressione tipica di chi ha un’importante rivelazione da fare alla Polizia.

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martedì, novembre 27, 2007
MARS CITY/4

- McEnzie! Quel dannato sigaro! Ma te lo vuoi cacciare in testa che qui dentro è vietato fumare? –
Queste paroline cortesi, pronunciate a squarciagola e con un tono non esattamente amichevole provenivano dalla stanza del capo.
Doveva davvero essere un cane da tartufo per accorgersi del profumo del mio cubano in mezzo a tutta quella puzza.
- Prima o poi ci riuscirai, Mac, a fargli scoppiare le coronarie –
Eddie era un ragazzone irlandese, con i capelli rossi e il volto pieno di lentiggini; noi lo chiamavano affettuosamente Slim, per via di quei trenta o quaranta chili di troppo che si portava a spasso.
Spensi il sigaro con un sospiro.
- E’ impossibile concentrarsi, in questo casino. Se questi stramaledetti rapporti hanno aspettato per un mese possono restar qui ancora una settimana. Alla fine, saranno sempre più freschi delle uova di Burt. Prendi le chiavi della macchina, Slim, che andiamo a fare il giro dei clienti –.
Il “giro dei clienti”, così chiamavamo il salutino che, più o meno quotidianamente, andavamo a fare ai nostri più affezionati interlocutori: spacciatori, magnaccia, ladruncoli e piccoli truffatori che avevano sempre una gran voglia di raccontarci qualche cosa di interessante.
Perché noi avevamo modi gentili di chiederlo.

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lunedì, novembre 26, 2007
MARS CITY/3

Verso mezzogiorno aveva finalmente smesso di piovere e potei dunque scendere da Burt a mangiare qualcosa.
Il locale di Burt non era diverso da quelli che si trovano sulla Terra nei pressi di ogni stazione di polizia: una cassiera carina – ma neanche tanto – un cuoco cinese tutto sudato, degli hamburger da fare schifo ed una clientela altamente selezionata di sbirri.
Mentre mandavo giù una birra ripensavo a quello che mi aveva detto il capo; la solita tiritera fatta di rapporti che aspettano da un mese, di “tieni acceso quel maledetto cellulare”, di “ti sbatto a dirigere il traffico” ed altre amenità assortite.
Il capo era un brav’uomo, grosso come una montagna, irascibile come un coyote affamato ed alle prese con una brutta gastrite che, a sentir lui, peggiorava ogni qual volta gli capitava di avere a che fare con me.
Ma, in fondo, era buono come il pane; molto in fondo.
Mars City gli dava un gran daffare perché, effettivamente, non era un luogo che potesse considerarsi tranquillo.
All’inizio della colonizzazione quassù era arrivata una gran massa di delinquenti, gente che aveva creduto che, nello scambio con Sing-Sing o Alcatraz, avrebbe avuto qualcosa da guadagnare.
Soltanto dopo qualche decennio la città aveva cominciato a popolarsi di un altro genere di persone: cuochi, commercianti, imprenditori, ballerine, medici, avvocati; la cosiddetta società civile (se si escludono gli avvocati).
Noi poliziotti c’eravamo sempre stati, fin dall’inizio ed in gran numero e, comunque, non eravamo mai stati abbastanza.
- Ancora uova fritte? – chiese Burt con quel suo tono gentile che ben si attagliava al livello della sua clientela.
- Ma questa volta cerca di usare il burro, invece del solito lubrificante: il medico mi ha detto che ho più idrocarburi io nel sangue che una Plymouth nel carburatore – risposi con altrettanta cortesia.
Burt provò a protestare, a tirar fuori baggianate come “il cliente prima di tutto”, “la professionalità decennale” e roba del genere, ma io lo interruppi subito:
- Sì, va bene, va bene; è dì a quel muso giallo di là in cucina di controllare che le uova non siano scadute da più di una settimana -.
Mi alzai, andai alla cassa a scambiare due parole con Bessie, le domandai per l’ennesima volta che accidenti ci facesse una ragazza carina in un locale come quello; lei, al solito, mi rispose che era un modo onesto di mettere insieme qualche dollaro alla fine del mese.
Ingoiai le uova: o c’era cascata dentro una scatola di cerini, oppure non erano affatto fresche.

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domenica, novembre 25, 2007
MARS CITY/2

Quando, tre ore dopo, la sveglia prese a cantilenare il suo insopportabile beep-beep, mi tirai su da quella specie di cuccia che qualcuno, un tempo, aveva forse chiamato letto, accesi il fuoco sotto la caffettiera e cacciai la testa sotto la doccia.
Buttai giù un caffè e due aspirine e mi infilai il vestito della sera prima, ancora umido per la pioggia; a proposito: pioveva ancora, ovviamente.
Mi annodai in qualche modo la prima cravatta che mi capitò a tiro, mi infilai in tasca il revolver e mi diressi alla centrale.
- Oh, è arrivato Maccallan –
- McEnzie, idiota, mi chiamo McEnzie –
- Non pensavo al tuo nome, ma a quello che hai mandato giù ieri sera, e in misura abbondante si direbbe, a giudicare dalla tua faccia! –
- Sì, d’accordo, molto divertente. Novità? –
- Nessuna, a parte che il capo non ti trova da due giorni e ti vuole parlare. Ma questa non è una novità, vero? –
- Vaffanculo, Martin -.

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sabato, novembre 24, 2007
MARS CITY/1

Avete presente i romanzi d'appendice?
Sì, quelli che venivano pubblicati - in appendice, appunto - sui quotidiani o sui settimanali di fine secolo (non lo scorso, l'altro: qui si invecchia e i secoli con i quali fare i conti aumentano...).
Allora ho pensato: perchè non scrivere un blog-racconto d'appendice?
Mica un romanzo, bisognerebbe essere romanzieri, ma un racconto... forse è allla mia portata.
Personalmente, di racconti ne ho scritti tre o quattro, anzi: tre o quattro metà (o tre o quattro tre quarti).
Siccome io son tutto fuorchè un letterato, ho scritto tre quarti di racconti di genere.
Di quelli con gli stilemi classici di, appunto, un certo genere di narrativa (che so, il poliziesco, l'avventuroso, il sentimentale, la fantascienza, il fantasy e via dicendo).
Non si tratta di letteratura, ovviamente, ma di un gioco (più divertente per chi scrive che per chi legge, credo): come tutti i giochi, non è da prendere troppo sul serio.
Mi sono cimentato nel genere poliziesco, stile - absit injuria verbis - Mickey Spillane, per intendersi.
Il racconto che vi propongo, al momento, non è, ovviamente, finito.
Non è neppure a tre quarti: forse nemmeno a metà.
E neanche vi garantisco che lo terminerò (dipenderà dal tempo e dalla voglia).
Però, siccome di roba scritta ce n'è abbastanza, credo di essere in grado di incominciare.
Quanto allla cadenza della pubblicazione, non credo che potrò mantenerne una troppo precisa: magari usciranno due o tre puntate di fila, poi nulla per una settimana: è una questione di organizzazione che va troppo al di là delle mie capacità di previsione.
Come vedrete, i brani saranno brevi o brevissimi.
Beh, ora basta con le chiacchiere: ecco il primo assaggio.

MARS CITY - Un racconto lungo a puntate di Barbalbero.

L’asfalto era di un nero lustro.
La luce gialla del lampione vi scivolava creando strisce di liquido pallore, che si intrecciavano con le spire di fumo vaporoso che salivano sinuose dalle grate dei tombini.
Nell’aria un odore di immondizia, di pesci, di frittura e di gasolio: l’odore di Mars City, per chi l’ha sentito almeno una volta e non può dimenticarlo.
Il silenzio fu rotto dal clangore di un bidone di rifiuti rovesciato da un gatto maldestro, un suono come di antiche armi di antichi guerrieri.
Poi, nuovamente il silenzio e lo scalpiccio dei miei passi annoiati, passi di uno che non ha una meta precisa; a quell’ora, probabilmente, anche Homer’s stava tirando giù la saracinesca, il che significava che a Mars City era ora di andare a dormire, definitivamente.
Allontanai con un calcio un ratto troppo intraprendente, una bestiaccia immonda, pensai, ma, in fondo, io e lui non eravamo poi così diversi: entrambi avevamo l’abitudine di restare in giro a razzolare nella notte, quando tutti gli altri erano già da un pezzo sotto le coperte.
Odiavo quel luogo, quella città, ma, in particolare lo detestavo quella sera, anche perché il triplo cheeseburger di Cheng mi era restato sullo stomaco: possibile che, in tutta Mars City, non si possa mandar giù un panino che non sia completamente affogato nella salsa di soia?
Si mise a piovere: una pioggia sottile, insistente; sollevai il bavero dell’impermeabile e mi calcai il cappello sulla testa.
Ficcai le mani nelle tasche e mi decisi a dirigermi verso casa: mi aspettavano tre o quattro chilometri a bagnomaria; impensabile trovare un taxi, a quell’ora.
Città di merda, pensai.

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venerdì, novembre 23, 2007
DONNE, VECCHI E CINESI

Attenzione: questo è un post molto scorretto, frutto di una visione becera dei rapporti tra le persone; nei Paesi di cultura anglosassone la sua pubblicazione potrebbe essere considerata reato, nonché originare una class-action da parte delle organizzazioni rappresentative delle donne, delle persone anziane e della minoranza cinese. Per questa ragione, se ne sconsiglia la lettura ai minorenni, ai terzomondisti, agli ambientalisti, ai francescani, ai comunisti in genere, nonché, ovviamente, alle donne, ai vecchi ed ai cinesi.
In questi giorni, a cagione del fatto che la mia motocicletta è in officina per fare il tagliando, per spostarmi sto utilizzando l’automobile.
Tutto ciò, naturalmente, produce pessimi effetti sul mio umore, per la banale ragione che non sopporto il traffico.
Considerato che mi reco presso il mio studio intorno alle sette della mattina e che non l’abbandono, di regola, prima delle otto di sera, i miei spostamenti avvengono quando il traffico cittadino non è particolarmente intenso e, tuttavia, intenso quanto basta da rendermi alquanto nervoso.
Molti sono convinti che il traffico sia la conseguenza dell’elevato numero di veicoli, rapportato alla capienza delle strade ed alla necessaria organizzazione dei flussi veicolari.
Non è così.
Il traffico è il risultato dell’incapacità diffusa di guidare l’automobile.
Di tanto sono sempre stato convinto, ma la prova definitiva me l’ha fornita proprio l’esperienza di questi giorni.
Come detto, mi muovo quando il traffico potrebbe essere scorrevole, perché il numero di mezzi in circolazione è abbastanza ridotto: ciò non di meno, si riesce ugualmente a stare in coda, a perdere semafori verdi ed a rimanere imbottigliati in situazioni del tutto assurde.
La causa di tutto ciò è, invariabilmente, il rimbambito di turno.
Il rimbambito è figura che, malauguratamente, costituisce percentuale significativa all’interno della categoria degli automobilisti (e dei conducenti di veicoli, in generale).
In pratica, i conducenti possono inquadrarsi nell’ambito di tre sotto-specie: gli imprudenti, i rimbambiti e quelli che hanno capito come si guida un’automobile nel traffico.
Gli imprudenti sono coloro che viaggiano a velocità troppo elevata, sorpassano a destra, svoltano improvvisamente senza mettere la freccia e passano con il semaforo rosso: sono pericolosi anche se, di regola, non provocano un elevato numero di sinistri: quando lo fanno, tuttavia, spesso si tratta di eventi dalle conseguenze alquanto gravi.
Ad eccezione delle volte in cui causano un incidente, gli imprudenti non sono produttivi di ingorghi, code e, in generale, di traffico congestionato.
I rimbambiti sono, sostanzialmente, individui ignari del fatto che, oltre a loro (davanti a loro, dietro di loro, al loro fianco), sulla strada ci sono decine e decine di altre persone.
A causa della convinzione di essere gli unici utilizzatori delle pubbliche vie, essi vi si soffermano, immobili e titubanti, incuranti di quanto accade intorno a loro: scatta il verde, ma il loro tempo di reazione è pari a quello di un bradipo; sono perennemente incerti in ordine alla direzione da prendere (“… Dunque, qui devo girare a sinistra… mi pare… o forse a destra?… No, diritto, è al prossimo semaforo che devo svoltare. … Ma a destra o a sinistra?”); hanno costantemente problemi con l’autoradio, che risintonizzano di continuo (e, per farlo, naturalmente, si fermano o rallentano in maniera esasperante; nel bel mezzo alla carreggiata); concedono la precedenza a chiunque, alla sola condizione che, costoro, di tale diritto di precedenza non godano affatto; si intrattengono in interminabili conversazioni telefoniche durante la guida, del tutto disinteressati a quel che accade intorno a loro (il semaforo è diventato verde, la coda si è sbloccata, la signorina ha finalmente terminato le centodue manovre che le sono risultate necessarie per parcheggiare la sua Smart in uno spazio ove si sarebbe potuto collocare con facilità una bisarca e la strada è di nuovo libera e via discorrendo); gli è – evidentemente – rotolato qualcosa di ingombrante sotto il pedale dell’acceleratore e, per quanta pressione essi esercitino, il loro veicolo non riesce a superare i trenta chilometri all’ora; parcheggiano studiatamente in ogni luogo ove possano creare grave intralcio alla circolazione, anche in prossimità di stalli di posteggio liberi, convinti che sia sufficiente azionare le quattro frecce per smaterializzare il loro veicolo.
La categoria dei rimbambiti è trasversale, senza distinzione di età, razza, sesso, religione e convinzioni politiche; tuttavia, innegabilmente, vi sono tre categorie di soggetti che, statisticamente, ne costituiscono la stragrande maggioranza: le donne, i vecchi ed i cinesi.
Non tutte le donne, non tutti i vecchi e non tutti i cinesi: qualche rara eccezione c’è.
Ma rara.
Le donne hanno delle priorità tipiche: prima vengono il truccarsi e il pettinarsi (il loro specchio retrovisore punta invariabilmente verso il viso del conducente), poi l’osservare le vetrine, solo alla fine c’è il levare dai coglioni la loro macchinetta di merda e cercare di assecondare il flusso della circolazione (che, se non l’hanno notato, si sta muovendo).
Inoltre, il fatto che la vettura si muova evidentemente le spaventa: diversamente non si spiegherebbe la ragione per la quale, quando hanno terminato con il maquillage, seguitino a procedere a passo d’uomo (anzi: di donna) come se non riuscisse loro di innestare una marcia superiore alla prima.
C’è, poi, il problema delle dimensioni della vettura, per il quale la strada o il passaggio sono sempre troppo stretti e l’automobile è sempre troppo larga; tre corsie autostradali sgombre risultano, sovente, appena sufficienti per il transito della loro micro-utilitaria.
Se, appena appena, c’è una macchina parcheggiata in seconda fila, la donna si ferma e suona istericamente il clacson indirizzando improperi irriferibili (e niente affatto femminili) allo sventurato conducente, il quale ha un bel dire che, nello spazio rimasto a disposizione, ci passerebbe la Queen Elizabeth (ed è invariabilmente vero): niente, la signora rimane lì, piantata come una guardia della Regina davanti a Buckingham Palace, finchè l’altro non rimuove l’insormontabile ostacolo.
Poi ci sono i vecchi.
Sostanzialmente, si tratta di individui che hanno tre problemi: un cappello che ne ostacola la visione, nessuna fretta e la reattività di un bue sotto anestesia totale.
Si tratta di tre condizioni irreparabili.
Il cappello è certamente saldato alla loro circonferenza cranica, al punto che – ne sono del tutto persuaso – essi ci vanno anche a dormire (“che, poi, di notte – oh – ci fa freddo e se mi busco un raffreddore alla mia età…”).
Non hanno fretta perché, sostanzialmente, sono in pensione e non hanno assolutamente un cazzo da fare: partono alle sette meno dieci da casa loro perché, all’una, devono passare a ritirare il nipotino all’uscita da scuola.
La scuola, naturalmente, è a tre isolati di distanza, ma può sempre capitare un imprevisto.
E l’imprevisto, puntualmente, capita, visto che, in effetti, arrivano di fronte all’istituto scolastico quando lo scolaretto è ormai rimasto solo e, in lacrime, già si prefigura un’esistenza da Oliver Twist.
Del resto, procedendo a quindici chilometri orari, concedendo precedenze a destra e, soprattutto, a manca, risvegliandosi dal torpore fisiologico ogni venti minuti e restando lucidi soltanto per i successivi due, tre isolati diventano una distanza siderale.
Quanto alla lentezza dei riflessi, la natura è implacabile: madre e matrigna.
Molti si sforzano di spiegare loro – non sempre con modi ineccepibili – che ci sono gli autobus; niente da fare, oltre alla fisiologica lentezza, bisogna tener conto anche dell’Halzheimer
Infine, i cinesi.
Per loro il discorso è breve: non sanno guidare la macchina.
Vengono da un Paese dove – fatta eccezione per qualche grande città- il mezzo di locomozione è il mulo; i più avventurosi e tecnologicizzati utilizzano – con estrema prudenza – la bicicletta.
Mettiamoci nei loro panni: catapultati nel roboante sabbah del traffico di Milano, seduti su queste astronavi con tre pedali (che è proprio un’esagerazione: già la bicicletta ne ha due e sembrano troppi se si considera che il mulo non ne ha affatto).
Per non parlare di tutti quei pulsanti e quelle leve (che, infatti, non utilizzano: niente luci, niente frecce, niente tergicristallo e, soprattutto, una sola marcia: la prima).
La cultura cinese aborrisce le complicazioni; è una storia millenaria: vogliamo cambiarla noi?

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mercoledì, novembre 21, 2007
VESTITI NUOVI

Qualche giorno fa, su di un blog che è mia ferma intenzione incominciare a trollare a dovere (ed il suo tenutario sa bene il perchè), commentavo il post, tra l'indignato ed il deluso, del buon (?) Farfi, che osservava come votare la finanziaria, però precisando che il governo non è consono alle esigenze del Paese e prendendo, dunque, contestualmente le distanze da esso, fosse roba da Prima Repubblica, tipo le convergenze parallele ed il resto di tale  vetusto (?) armamentario.
Lì dicevo, in buona sostanza, che l'amarezza per la tanto annunciata e mai troppo prematura caduta di Prodi era segno di troppa ingenuità e spiegavo perchè, secondo me, l'attuale governo avrebbe potuto essere archiviato soltanto a valle di una compiuta riforma del sistema elettrorale, in senso proporzionale.
Non sto a ripetermi: se a qualcuno interessa la mia opinione se la vada a leggere su Farfintadiesseresani (il link lo trovate più sopra, tra i blog della Contea; il commento è al post "Hanno ammazzato Prodi, Prodi è vivo") e, con l'occasione, trolli senza pietà.
Un paio di gorni dopo, ho avuto la conferma di averci visto giusto.
Il Cavaliere spariglia le carte e crea un partito nuovo (recte: mette un vestito nuovo a Forza Italia il che, in termini elettrorali, è dir la stessa cosa come ci ha insegnato il PCI-PdS-DS-PD) celebrando contestualmente le elezioni primarie (bulgare come quellle del PD), perchè la raccolta di sette milioni di firme in due giorni contro il governo altro non è, sotto il profilo semantico, che un plebiscito pro Berlusconi.
Tutto ciò, ovviamente, fa incazzare gli ex alleati della Casa delle Libertà, che minchioni non sono e che hanno perfettamente capito che Sua Emittenza "si prepara a correre da solo", come osservava - acutamente - ieri Piero Ostelliino sul Corriere della Sera.
E dovrà darsi atto che, per quanti consensi si possa pensare di raccogliere, correre da soli, con il sistema maggioritario sarebbe da imbecilli.
Dunque, Berlusconi sa che le prossime elezioni si terranno col sistema proporzionale e conta di uscirne come partito di maggioranza relativa.
Col che la Seconda Repubblica - che, in realtà, era la Prima col vestito nuovo - va a finire, credo definitivamente, nell'attaccapanni della politica.
E ciò non può che essere un bene, anzi: un benissimo.

Postato da: barbalbero a 07:59 | link | commenti